martedì 29 maggio 2007

COMUNICAZIONE MEDICO-PAZIENTE



E’ stato stilato il 'Manuale di valutazione della comunicazione in oncologia' per aiutare le figure sanitarie a comunicare in modo più empatico con i malati. La comunicazione è d’altra parte un compito complesso e difficile, per questo il manuale si prefigge di insegnare alcuni consigli per una comunicazione migliore.

Comunicare ad un malato terminale la propria diagnosi non è facile e spesso i medici non hanno una formazione adatta a questo compito. Infatti, in un momento così delicato, in cui si informa il paziente della sua condizione di salute e probabilmente le sue aspettative di vita, devono essere tenuti in considerazione molti fattori, in modo da ridurre l’impatto negativo, senza illudere il malato.


Per questo è nato il 'Manuale di valutazione della comunicazione in oncologia', messo a punto da da Laziosanità Asp e Istituto superiore di sanità (Iss). Il manuale è stato presentato ieri a Roma, e verrà introdotto negli istituti oncologici di tutto il territorio nazionale. E’ stato messo a punto da un gruppo eterogeneo, composto da più figure professionali (medici, volontari e metodologi), con la finalità di insegnare a tutti i professionisti sanitari come comunicare con il paziente e i suoi familiari, in modo che la comunicazione diventi parte integrante di un servizio di qualità.


All’interno vengono tracciate le linee guida di una comunicazione più umana e basata sull’empatia. Le regole elencate sembrano in alcuni casi banali, ma proprio per questo sono particolari che vengono troppo spesso trascurati e che possono ostacolare la comunicazione medico-paziente. "I professionisti - si legge nella guida - devono evitare di parlare tra loro davanti al paziente come se non ci fosse, ricordarsi il suo nome ed evitare in sua presenza l'uso del cellulare. Mai usare parole difficili, mentre è bene che siano sempre disponibili a chiarimenti. Evitare rassicurazioni generiche, lasciare al malato il tempo sufficiente per assimilare le cattive notizie".


Il manuale è stato sviluppato non solo per i medici ma per tutte le figure sanitarie, come infermieri, psicologi, volontari e operatori alle prese con i malati di cancro. E’ anche previsto nelle strutture ospedaliere un corso di formazione precedente all’introduzione del manuale. Nel corso verranno affrontati temi della diagnosi, della prognosi, degli esami e della fase terapeutica, inoltre viene trattatati il dolore e il passaggio alla fase finale della malattia. Il corso ha la finalità di preparare il personale ad una comunicazione mirata e personalizzata per ogni malato.


Foto by ornitorinca92

IL RETAIL-DESIGN TRA PSICOLOGIA E MARKETING

Il legame marketing-psicologia, che è un tema a noi caro, diventa sempre più saldo, anche se non tutti i connubi sono proficui se usati in modo errato. Il Retail design, ultima frontiera della progettazione psicologica degli ambienti di vendita e consumo promette infatti di spingere i consumatori all’acquisto, anche quando non ce ne sia l’effettivo bisogno. Cosa c’è di vero in tutto questo?

Su Mente e Cervello di maggio compare una ricerca sulle nuove applicazioni del marketing in base ai criteri psicologici. Le novità riguardano la disposizione dei prodotti e l’architettura del percorso espositivo, fino ad arrivare al packaging. Ma esistono anche aspetti più sottili, come lo studio delle luci e la diffusione di musiche e particolari odori, come ad esempio l’aroma di caffè o di pane.

C’è già chi grida all’inganno e ahinoi la prima a farne le spese è la psicologia come scienza. Urge un distinguo: da un lato lo studio delle caratteristiche di affordance e funzionalità viene pensata in direzione del cliente, per aumentare pleasure e comodità, dall’altra non tutte le applicazioni sono malevole. Il cervello umano. E la sua volontà, non sono così facilmente influenzabili, come avevano dimostrato anche studi condotti ad esempio sulla pubblicità subliminale, dato che di questo si tratterebbe. Serve semplicemente una nuova educazione dei sensi, dato che siamo abituati a difenderci da campagne di marketing principalmente visive, od audiovisive.

La psicologia si limita allo studio di tali meccanismi e all’indagine della loro percentuale di efficacia su campioni rappresentativi, l’uso purtroppo è ben più difficile da disciplinare, ma senza gravi allarmismi basta avere un po’ di prudenza. D’altronde strategie ben più invasive erano già state coniate, senza che neanche esistesse l’intervento della disciplina psicologica. Usato bene il retail design è in realtà un efficace strumento per andare incontro alle esigenza, sempre più customized, degli acquirenti.

Foto by Joey Harrison

LA CONTESTATATA CHIUSURA DEGLI OPG

Il Ministero della Salute, in collaborazione con il Ministero della Giustizia, ha votato per la chiusura degli Opg italiani, una proposta che tra breve diverrà realtà per almeno tre dei sei centri presenti sul territorio nazionale. Una riunione sui temi della salute mentale ha visto confrontarsi politici e la Sip, Società Italiana di Psichiatria, su questo difficile tema e sulle difficoltà organizzative legate allo smantellamento di strutture specializzate, senza previa progettazione di un ente sostitutivo.

Ad oggi gli Opg italiani ospitano 1200 internati, un numero che continua a crescere, almeno fino alla scorsa settimana: ora infatti le strutture non accolgono più pazienti. La Sip si è dichiarata favorevole alla chiusura, anche totale delle sei strutture in Italia, ma ha evidenziato ampi dissidi sulla gestione dei tempi.

La chiusura pressoché immediata delle tre strutture di Castiglione delle Siviere, Aversa e Reggio Emilia apre il problema della reintegrazione dei pazienti, ove questa sia possibile, o la possibilità per gli stessi di accedere ai centri di accoglienza predisposti dalle Sip. Tali centri di accoglienza vennero creati a seguito della legge Basaglia per la chiusura dei manicomi. Anche allora si era ingenerata una situazione di caos e di disagio per pazienti e i familiari che li avevano a carico, che si erano visti di colpo privati di un sostegno e della possibilità di cure. Le “istituzioni totali”, sebbene ripetutamente più volte denunciate per trattamenti illeciti e ambienti poco salutari, costituivano un contenitore utile per chi si trovava a dover gestire un malato mentale: la loro chiusura ha portato l’Italia ad essere un paese all’avanguardia, ma ha anche creato un clima di difficoltà. Nessun intervento di reintegrazione era stato previsto, né alcuna opera di sensibilizzazione sociale. I malati mentali si sono trovati semplicemente “esternati fuori” rispetto al precedente “internati dentro”.

È questo il timore che anima oggi la Sip, insieme ad alcuni punti gestionali interni. Se i pazienti delle Opg saranno riassorbiti nei centri di accoglienza, e già questo è difficoltoso data l’elevata numerosità degli stessi, è necessario formare e sensibilizzare il personale ora operante. Non solo, negli anni successivi alle Legge 180 si è lavorato molto per far sì che gli addetti a soggetti deficitari si rapportassero a questi come pazienti e non più con un ottica di gendarmi sviluppatasi nelle rigide strutture dei manicomi. Immettere in una simile realtà soggetti che necessitano di un grado di controllo superiore, costringe gli operatori a rivestire un ruolo direttivo e gerarchico che si è cercato di far perdere loro, senza contare che sono le stesse strutture ad avere minori barriere fisiche: niente inferriate né serrature blindate.

La proposta viene accolta con entusiasmo, per la sua carica innovativa e per il potenziale di umanità che si riscontra nella stessa, ma dimostrare con una legge un progetto che richiede tempi e programmi specifici non basta per essere all’avanguardia. Su questa tematica la Sip chiede maggiore chiarezza e la possibilità di concordare insieme la metodologia deseguirsi. Ciò permetterà di porre fine ad una “vergogna nazionale”, secondo le parole del vice presidente della Sip L. Cappellari, in modo sensato e dignitoso per tutti.


Foto by evil_

lunedì 28 maggio 2007

PSYCO-FLASH: MY SPACE DIVENTA ITALIANO

I social network vivono sempre di più momenti d’oro, non solo negli States, ma anche da noi. È la crescente affluenza di pubblico italiano che ha spinto uno dei network leader a lanciare il servizio in Italia. Sabato 26 si è svolta l’inaugurazione del portale MySpace in italiano, festeggiata con grandi eventi e concerti.

Si è trattata di una scelta dovuta e doverosa, almeno così sostiene il Vice presidente di Marketing e Content per MySpace.com Jamie Kantrowitz. La volontà delle persone di connettersi tra loro, per gioco o per affari, è l’opportunità maggiore offerta dall’aggregatore virtuale. MySpace è infatti nato a Los Angeles nel 2004 per dare voce e spazio alle persone che hanno voglia di mettersi in mostra e far conoscere le proprie passioni. È così che sono nati già più di un talento.

Registrandosi al sito viene creato un profilo personale personalizzabile in qualunque momento, e che può essere arricchito con fotografie, musica, blog personali e infinite liste di amici. Basta un click per dialogare con chi ha gli stessi interessi ed esitono veri e propri canali tematici, come quello, gettonatissimo, della musica.

Il Secret Show di sabato si è tenuto presso il locale Base B di Milano, e ha visto code interminabili e persone di tutte le età riunirsi per un evento più conclamato che segreto. Tutti gli utenti hanno infatti ricevuto un inveito, anche se non sono tutti riusciti ad assistere al grande show, con gruppi famosi come gli Afterhours e invece gruppi meno noti, ma ben conosciuti nello Space.

Un po’ sulla falsariga delle cene delle chat, più rare che altro, e principalmente con la partecipazione di persone già conoscenti nella vita reale, il MySpace italiano ribadisce la novità dei new communication media: non più uno spazio avulso e indefinito, ma un vero e proprio mondo altro, in cui essere se stessi ma con possibilità ampliate. E a vedere il successo della serata, i 70.000 utenti diverranno ben presto molti di più.

Foto by emiliebjork

PSYCO-FLASH: CONVEGNO SULLA PSICOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE


Mercoledì 30 maggio 2007, presso la cripta dell'Aula Magna dell'università Cattolica del Sacro Cuore (largo Gemelli, Milano) si terrà un'interessante convegno, ricco di testimonianze e spunti di riflessione sulla psicologia della comunicazione.

Il convegno è così strutturato:

  • 9:30-9:40 "La psicologia della comunicazione oggi: una visione d'insieme", prof. Alessandro Antonietti
  • 9:40-10:00 "La comunicazione e l'empowerement", prof. Giuseppe Riva e prof. Sbattella
  • 10:10-10:40 "La comunicazione e la riabilitazione", prof. Michela Balconi e M. G. Inzaghi
  • 10:40-11:10 "La comunicazione e la promozione del benessere", prof. Rita Ciceri e dott. Milena Marini
  • 11:10-11:30 pausa
  • 11:30- 12:00 "La comunicazione e l'espressività personale", prof. Gabriella Gilli, dott. Andrea Cottini
  • 12:00-12:30 "La comunicazione attraverso eventi", percorsi e professioni possibili: esperienze di neolaureati
  • 12:30-12:45 : "La psicologia della comunicazione domani: superare il confine"
  • 12:45- 13:15 : "Il teatro come arte della comunicazione", Andrée Ruth Shammah
  • 13:15 -13:30 : discussione e sintesi


foto by Gianandrea Giacoma

BELLO DA IMPAZZIRE, PARLARE DI NEUROESTETICA

La Neuroestetica è una disciplina a cavallo tra psicologia, medicina ed arte. Il 14 maggio si è tenuto a Siena un seminario sull’argomento, che ha dibattuto l’impatto dell’arte, sia in senso percettivo, che in senso patologico. Si è infatti parlato della Sindrome di Stendhal e in generale degli effetti della fruizione di artefatti artistici. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

La Sindrome di Stendhal è una malattia che colpisce soggetti particolarmente sensibili agli aspetti estetici delle opere d’arte e che si manifesta con vertigini, nausea, tachicardia lieve o accentuata. Tali sintomi portano in alcuni casi anche ad episodi più gravi di allucinazione. La spiegazione di tutto questo sta in una sovreccitazione e iper-connessione dei collegamenti neurali deputati alla visione e alla percezione del bello, che provocano u vero e proprio cortocircuito neuronale.

Senza arrivare a casi più gravi, sappiamo che di fornte ad un opera pittorica o artistica, così come di fronte alla realtà, il nostro cervello non reagisce in modo passivo, semplicemente registrando dei dati, ma si attiva. Tale arousal coinvolge differenti aree cerebrali e funzioni della nostra mente, ed ha caratteristiche lievemente diverse in bae alla nostra specifica architettura neuronale, alla abilità visiva ed esplorativa, e alla nostra educazione visiva o meno.

Sono questi i fattori di cui si occupa la neuroestetica, focalizzandosi in particolare sul come avvenga, nel cervello, il legame tra mente ed arte. Ovviamente si tratta di un legame che coinvolge numerosi aspetti positivi: oltre alla citata Sindrome di Stendhal esistono altre “patologie artistiche”, così come può esistere un impiego terapeutico dell’artisticità. Non ci si riferisce qui alle arti terapie nel senso catartico, e in modo psicoanalitico alla Freud, bensì all’utilizzo di tecniche e sperimentazioni che coinvolgono la dimensione dell’arte collegata al piano cognitivo delle funzioni e delle abilità. Niente ricordi del passato dunque, né proiezioni di sé, ma strumenti sperimentali di empowerment ed esercizio che portino alla correzione di difetti intrinseci o acquisiti e alla educazione ad una fruizione corretta del mondo arte, con tutti i benefici che questo comporta.

L’incontro è stato condotto dal professor Antonio Federico, direttore dell’U.O.C. Neurologia Malattie Neurometaboliche del Policlinico di Siena, e ha visto la collaborazione del professor Paolo Livrea, direttore a Bari del Dipartimento di Scienze Neurologiche. In particolare il seminario, partendo dalle basi della neuroestetica, si è poi rivolto al tema specifico della bellezza e del suo legame con la mentalizzazione. Numerosi autori, da parte di diverse scuole hanno tentato di definire che cosa sia “il Bello”, ma non si è mai giunti ad una definizione univoca che matta d’accordo tutte le branche della Psicologia e delle scienze affini.

Foto by marcelsola

domenica 27 maggio 2007

SOMMARIO DELLA SETTIMANA

foto by G r a ce Y


Per il tema della salute questa settimana abbiamo parlato di
  • Alzheimer: una nuova ricerca conferma che attività fisica e una buona sollecitazione ambientale sono passibili di migliorare le capacità e di rallentare le deficienze degenerative;

  • Attacchi di panico: uno studio mostra che la predisposizione per attacchi di panico sporadici o patologici affonda le sue radici nell’infanzia, in particolar modo nell’essere stati soggetti alle paure infantili più comuni, ma in grado elevato;

  • Disturbi psicologici e medici in generale: a Milano in giugno si svolgerà un importante salone dedicato a salute, nuove ricerche e scoperte nei diversi ambiti della medicina e della psicologia.

Le nuove tecnologie sono state protagoniste in numerosi settori:

  • i videogiochi continuano ad ampliare le proprie potenzialità e sno sempre più le case che li studiano e impiegano specificamente per training cognitivi o di personalità, stavolta si tratta del loro potere anti-aging;

  • il social networking verrà studiato in un prossimo congresso che evidenzierà addiction e mutamenti relazionali indotti dall’utilizzo dei nuovi media per la gestione delle reti sociali personali;

  • l’M2M Forum ha preso invece in considerazione le nuove possibilità tecnologiche in vista del miglioramento della vita, evidenziando le funzionalità ampliate di nuovi macchinari e concentrandosi sull’ambito della demotica e della affordences casalinghe.

La ricerca ha riportato in luce uno dei più famosi esperimenti di psicologia:

  • lo Stanford Prison Experiment è stato replicato, in forma ridotta, per evidenziare come sia stato un errore nella ricerca dei soggetti ad autoselezionare individui caratterizzati da livelli superiori alla norma in aggressività e machiavellismo.

Infine la Psicologia ambientale è stata la protagonista di una ricerca elvetica:

  • essere immersi in ambienti rurali e poter fruire il verde della natura migliora il benessere non soltanto fisico, ma anche psichico delle persone.

venerdì 25 maggio 2007

IL VERDE FA BENE


La natura fa vivere meglio. Una recente ricerca, sviluppata dall’Università svizzera di Berna, ha indagato a livello scientifico gli effetti del verde sulla salute psicofisica.

La psicologia si è da sempre occupata dell’ambiente che circonda le persone, intendendo come ambiente non solo quello relazionale, sociale e culturale, ma anche l’ambiente fisico. In particolare è la psicologia ambientale, nata intorno agli anni ‘60-’70, ha analizzato in modo approfondito l’influenza di variabili ambientali, come il livello di urbanizzazione, sulle persone.
La recente ricerca dell’Università di Berna, si pone in questo filone, e ha voluto indagare gli effetti della natura e del verde sul benessere psicofisico delle persone.


La natura è da molti ritenuta un fattore rilassante, mentre la città con i suoi rumori, il traffico ed il sovraffollamento un fattore di stress. La ricerca, commissionata dalla Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio (FP) e da Medici per l'ambiente, aveva proprio lo scopo di analizzare in modo scientifico l’influenza del verde, andando oltre i luoghi comuni.
Dallo studio è emerso che il verde stimola i sentimenti positivi e facilita la concentrazione, diminuendo il livello di stress e ansia. Inoltre abitare nelle vicinanze di parchi o di ‘zone verdi’ aumenta le competenze sociali e le capacità di integrazione. Infatti, chi vive nelle vicinanze di un parco, ha maggiori possibilità di uscire a fare passeggiate, e di far giocare i propri bambini all’aperto, favorendo un sano sviluppo motorio, la coordinazione oltre che a maggiori capacità di socializzazione.

Raimund Rodewald, direttore della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio (FP), sottolinea gli effetti benefici legati al verde nel benessere psicofisico delle persone, e riassume la ricerca in un breve concetto: "Il paesaggio è una risorsa per la salute".
Tenere conto di questa variabile nella progettazione e pianificazione del territorio diventa dunque essenziale. Anche perché oltre ai benefici sopraelencati, i parchi possono divenire dei veri e propri luoghi di promozione della salute.


Foto by © Giorgio

PSYCO-FLASH: PREVENIRE L’ALZHEIMER

Il Journal of Alzheimer Disease riporta uno studio condotto su topi di laboratorio affetti da una sindrome equivalente all’Alzheimer umano. Secondo questa ricerca sarebbero due i fattori principali che permetterebbero un rallentamento dell’azione degenerativa della malattia: l’esposizione ad un ambiente ricco di stimoli e l’esercizio fisico.

Trovarsi in situazioni in cui i sensi sono sollecitati e mantenuti in esercizio favorisce infatti sia una buona reattività che un migliore mantenimento della memoria rispetto a soggetti esposti ad ambienti meno attivanti. L’esercizio fisico invece riguarda il mantenimento del tono muscolare e delle funzioni motorie, almeno di quelle di base e si tratta di un fattore più volte sottolineato anche da precedenti ricerche.

Lo studio è stato diretto da Nicoletta Berardi, ricercatrice del CNR di Pisa e dell’Ateneo di Firenze, facoltà di Psicologia.


Foto by egalcina

giovedì 24 maggio 2007

VIDEOGIOCHI ANTI-AGING


Programmi di braintraining, un vero e proprio allenamento cerebrale che migliorerebbe le capacità del cervello e la memoria. Derivanti dagli studi del dottor Kawashima, spopolano negli States e sono da poco arrivati anche in Italia.

Impazzano in America da qualche anno e sono appena arrivati in Europa e in Italia, dove si prevede successo analogo. Sono i nuovi videogiochi anti-aging, che promettono un potenziamento della memoria.
Il mercato è in fermento da alcuni anni ed esistono molti software anti-aging : i siti internet Braintrainer e Happy.neuron, l’azienda californiana Posit Science (che è riuscita posizionare i propri programmi di potenziamento nelle case di riposo!).
Il primo programma sviluppato, nonché il più famoso, è quello del dottor Ryuta Kawashima, che ha sviluppato la propria ipotesi sul brainfitness, nell’università giapponese Tohoku di Sendai e presso l’isituto Karolinska di Stoccolma.


I suoi studi sono partiti dall’idea, supportata da prove derivanti dalla risonanza magnetica funzionale, che nel cervello giunga un maggiore afflusso di sangue durante il calcolo mentale di alcune somme e la lettura ad alta voce. Questo maggiore afflusso sanguigno, soprattutto alla corteccia prefrontale, zona deputata all’intergrazione di diversi messaggi, determinerebbe una maggiore attivazione ed un migliore funzionamento del cervello.
Dopo un test su volontari dai 20 ai 60 anni, Kawashima ha perfezionato degli esercizi efficaci ed in seguito ha sviluppato il programma Brain Age, che lo ha reso famoso in tutto il mondo (e milionario!). Questo gioco-programma di allenamento cerebrale è stato acquistato dal 2004 dalla Nintendo, e si basa sul confronto tra il calcolo iniziale dell’età cerebrale del giocatore e l’età cerebrale in seguito all’allenamento svolto.


Gli effetti di questi programmi d’allenamento sono tuttavia ancora da verificare. Il professor Pietro Pietrini, psichiatra e neuroscienziata dell’Università di Pisa, è piuttosto scettico : "Il fatto che un certo compito attivi un'area cerebrale non dimostra che questa funziona meglio, anzi può essere il segnale del suo affaticamento”.
Non si è ancora giunti, dunque, ad una conclusione definitiva riguardo le effettive potenzialità dei programmi di Brainfitness, tuttavia il successo che hanno avuto nel mondo, testimonia per lo meno una maggiore voglia delle persone di “giocare con il cervello”, invece di acquisire passivamente stimoli che arrivano dalla televisione.

PSYCO-FLASH: MILANO CHEK UP

Dal 6 al 9 giugno si svolgerà a Milano, presso il polo fieristico di Rho, MilanoChekUp. Si tratta di un salone dedicato interamente alla salute, che nei diversi stand presenterà ricerche, innovazioni e scoperte della medicina. Saranno anche rappresentati studi e rilevanze di ordine psicologico, tra cui anche la recente psico-oncologia.

Il punto di maggior interesse riguarda però le neuroscienze, un settore che negli ultimissimi anni ha visto crescere partecipazioni e studi. Sarà proprio durante l’evento milaneseche verrà inaugurata una nuova testata on-line, dal titolo già di successo Neurotube. Si tratterà di una sintesi di testi e informazioni normative, insieme a strumenti operativi d’avanguardia; il tutto arricchito da filmati, talvolta anche riprese dirette di interventi e operazioni.

Saranno presenti le principali associazioni del settore, solo per citarne alcune:

SNO, Società dei Neurologi, Neurochirurghi e Neuroradiologi Ospedalieri,
SINSEC, Società Italiana di Neurosonologia ed Emodinamica Cerebrale,
AITN, AssociazioneItaliana Tecnici di Neurofisiopatologia,
SIPO, Società Italiana di Psico-oncologia.

Foto by hanneorla

mercoledì 23 maggio 2007

DALLE PAURE INFANTILI AGLI ATTACCHI DI PANICO

L’Istituto Max Planck di Monaco ha condotto una ricerca da cui emerge che il disturbo da attacchi di panico è più frequente in ragazzi e giovani adulti che nell’adolescenza hanno sperimentato un attaccamento insicuro. L’ansia da separazione presente nell’infanzia sarebbe infatti un potente indicatore di disturbi d’ansia in futuro. Si tratta di un’evidenza molto forte, supportata sia dalla numerosità del campione che da altri studi al merito.

L’ansia da separazione è un disturbo che si presenta nell’infanzia ed è soggetto ad evoluzione sia per quanto riguarda intensità che contenuto delle fantasie paurose. Il bambino che ne soffre vive con dolore e preoccupazione eccessiva il distacco dai genitori, fino ad arrivare a vere e proprie crisi. Le motivazioni possono essere molteplici e vanno dagli eventi traumatici, o vissuti come tali, a caregiving inappropriato durante la fase precoce.

Il bambino si trova a vivere paure che inizialmente sono fantastiche, anche se per lui molto vere dato l’ancora labile confine con la fantasia, ma che in seguito diventano molto realistiche. Ad esempio fino ai 3 anni sono i mostri immaginari a farla da padroni, per lasciare il posto agli aracnidi tra i 4 e 6 anni. Dall’età scolare in poi si temono invece morte e accidenti a carico dei propri cari. Cambia anche il momento in cui i timori si manifestano, dal momento “mitico” dell’andare a letto e del buio contrapposto alla luce, all’andare a scuola o a gite organizzate.
Non sono ovviamente da confondersi i normali timori che ciascun bambino affronta all’atto della separazione dei genitori, necessari all’acquisizione progressiva di una personale autonomia fisica e mentale da una diade osmotica.

Per tornare alla ricerca, i soggetti coinvolti erano mille ragazzi tedeschi, di età compresa tra i 14 e i 24 anni. Coloro che tra essi dichiaravano di avere sofferto nell’infanzia di ansia da separazione, risultavano essere più inclini e vulnerabili agli attacchi di panico, o li avevano addirittura già sperimentati, come evento sporadico o ricorrente.
Risultati analoghi, sulle paure dei bambini erano stati evidenziati anche da una ricerca svoltasi presso l’Università di Tel Aviv e pubblicata su Journal of anxiety disorders.

La correlazione evidenziata dal Max Planck è però foriera di futuri progressi: individuare da subito una relazione disfunzionale può portare a ottenere vantaggi di salute futuri. Monitorando infatti l’attaccamento infantile e colmando carenze e interazioni sbagliate, si potrebbe evitare al bambino di avere in futuro complicazioni riguardanti la sfera dei disturbi d’ansia. D’altro canto una simile scoperta non deve portare ad una minuzia eccessiva nella prevenzione infantile per evitare di etichettare in modo troppo automatico bambini passibili di un futuro sviluppo senza complicanze. Il ruolo della resilienza personale e dei fattori di protezione deve sempre essere tenuto presente nelle diagnosi precoci e per evitare che l’aiuto al bambino finisca in danno sociale pur di salvare a tutti i costi una salute non ancora determinatamente compromessa.
Foto by FotoRita

martedì 22 maggio 2007

PSYCO-FLASH: IL FUTURO E’ OGGI

Oggi e domani a Milano, presso il Crowne Plaza Hotel si terrà l’edizione 2007 del M2M Forum. Si tratta di un’importante rassegna che vede partecipanti le principali aziende di alta tecnologia nel settore dell’Internet things. Verranno presentate le innovazioni tecnologiche per un miglioramento del benessere complessivo della vita, dagli ambiti familiari, fino a quelli lavorativi.

In prima linea vedremo le tecnologie della comunicazione, dai cellulari al wireless, con il passaggio dal “vecchio” standard IP a IPv6. ma non soltanto, anche la casa diventa sempre più automatizzata e interattiva. Dai cicli di lavaggio automatici a elettrodomestici con capacità intuitive. Robot intelligenti e sempre più interattivi si preparano ad invadere un ambiente domestico che anche la domotica, altra punta di diamante dell’evento, si preoccupa di riorganizzare.

Se credete che tutto questo abbia poco a che fare con la psicologia, siete in grave errore! Dietro le interfacce e le modalità di relazione, dietro all’analisi dei bisogni e alla valutazione delle opportunità c’è sempre, o perlomeno sempre dovrebbe esserci, uno psicologo della comunicazione per creare una relazione perfetta tra l’uomo e il suo artefatto. Perché se è vero che ingegneri e designer sono abilissimi a creare quello che ancora non c’è, è anche vero che sono la mente dell’uomo e il suo volere a decidere quali affordances siano realmente tali e quali invece finiranno nel dimenticatoio della tecnologia.
Foto by Darth Bengal

lunedì 21 maggio 2007

DUBBI SULLO STANFORD PRISON EXPERIMENT

Una ricerca recente pubblicata sul Personality and Social Psychology Bulletin rivede il famoso Stanford prison experiment suggerendo delle nuove motivazioni. Potrebbe essere stati gli stessi ricercatori a selezionare soggetti propensi a comportamenti aggressivi tramite il testo della convocazione. I risultati sono emersi tramite una “prova simulata” del reclutamento di partecipanti.

Chi si occupa di psicologia conosce bene lo Stanford prison experiment i cui sorprendenti esiti stupirono lo stesso realizzatore e fecero a lungo discutere sulla metodologia psicologica. Col tempo i comportamenti anomali vennero identificati come “effetto lucifero”, caratterizzato da comportamenti inattesi e malevoli verso terzi.
Durante un esperimento sui comportamenti carcerari 9 studenti della Stanford university si trasformarono in sentinelle spietate nei confronti dei loro 9 compagni coinvolti. La spiegazione di un simile inatteso comportamento venne fatta dipendere dalla situazione come stimolo elicitante, data la totale sanità mentale e psicologica dei partecipanti.

L’attuale revisione, condotta da Thomas Carnahan e Sam McFarland, parte dall’ipotesi che i partecipanti pervenuti per lo Stanford experiment fosserò già portati ad assumere comportamenti di violenza in quanto non casualmente estratti dalla popolazione. I partecipanti vennero infatti reperiti tramite la pubblicazione di un annuncio che specificava che si trattava di uno studio psicologico sulla vita carceraria.

Pubblicando un falso annuncio per la ricerca di soggetti i due ricercatori hanno esaminato i profili di personalità dei soggetti. Coloro che rispondevano alla convocazione per uno studio psicologico di tipo carcerario avevano profili diversi rispetto a coloro che pervenivano per un generico studio psicologico.

Nello specifico alcuni soggetti vennero esclusi per antisocialità o criminalità seppure lievi (coame anche nello Stanford), ma le persone normali accettate dimostravano differenze significative rispetto al gruppo di controllo per una serie di fattori. Dimostravano di avere un livello inferiore nel comportamento prosociale e di essere meno propensi a sviluppare empatia; inoltre presentavano in misura maggiore tratti di machiavellismo, aggressività e autorità.
Probabilmente soggetti con maggiore tendenza ai comportamenti aggressivi e con maggiore bisogno di autorità sociale sono attratti da una situazione che può rivelarsi conforme ai loro tratti attitudinali.

La spiegazione dei comportamenti apparsi nello Stanford prison experiment sono quindi da imputarsi anche alla situazione, ma non solo: sono le caratteristiche delle persone a spingerle verso determinati ambiti ed esperienze, che permettono loro di esercitare il proprio atteggiamento. Non si tratta ovviamente di tendenze patologiche, ma di regole che guidano il comportamento quotidiano di ognuno: chi ha un animo socievole tende a preferire luoghi affollati in cui è facile stringere relazioni.

Per saperne di più sull’atteggiamento quotidiano, il libro: F. Dogana, Tipi d’oggi.

Per approfondire lo Stanford prison experiment:
L’effetto Lucifero: come persone buone possono diventare cattive, Conferenza con la partecipazione di Zimbardo, Roma, 22 mag.



foto by gmascia

PSYCO-FLASH: CONGRESSO SUGLI EFFETTI PSICOLOGICI DEL SOCIAL NETWORKING



Le novità tecnologiche, il Social Networking stanno modificando il modo con cui le persone si relazionano ed le forme di pensiero. Presso il Collegio San Carlo (via Morozzo della Rocca, 12, Milano), dall'8 al 10 Giugno si terrà il congresso internazionale "Psiche, affetti e tecne", organizzato dalla Coirag. Specialisti si interrogheranno sugli effetti e sulle potenzialità delle nuove tecnologie, prendendo in esame, dal punto di vista psicologico, le nuove modalità comunicative e le addiction o disagi che le nuove tecnologie possono arrecare.

Vai al sito del congresso


foto by RubyJi

domenica 20 maggio 2007

SOMMARIO DELLA SETTIMANA


Gli articoli di questa settimana:

* "AAA Settimana del benessere psicologico”: l’Ordine degli psicologi della Regione Lombardia ha programmato dal 4 al 9 giugno la settimana del benessere psicologico.



* “Domotica per disabili”: l’ospedale Riguarda di Milano ha sviluppato, in collaborazione con importanti designers, appartamenti per persone diversamente abili, in modo da andare incontro alle loro esigenze.



* “Val bene un sacrificio per gli amici”: differenze tra donne e uomini riguardo la capacità di sopportare dei sacrifici. Le donne risulterebbero più propense a sopportarli per i propri amici, mentre gli uomini per i propri parenti.



* “Un pacemaker contro la depressione”: nuove metodologie di cura per le depressioni gravi resistenti ai farmaci: pacemaker e stimolazione transcranica.


* “Il divario tra psicologia e psichiatria”: psicologia e psichiatria, da sempre molto distanti tra loro, ma oggi, come emerge dagli atti delle VIII Giornate psichiatriche tenutesi ad Ascoli, c’è la necessità di un’integrazione per garantire al paziente un’alasi ed una cura completa.


* “Second life advertising”: oltre la chat e oltre il gioco di ruolo, potenzialità offerte dal nuovo fenomeno del www


* “Che paura: ho dimenticato il cellulare”: un’addiction che rischia di coinvolgerci. Il cellulare ed i rischi ad esso collegati


* “Sindrome di Highlander”: sportivi che non più giovani continuano mantenere un elevato programma di allenamento intenso. Base psicologica e radici biologiche dello sportivo che si sente un superuomo.


foto by luiginter

sabato 19 maggio 2007

'SINDROME DI HIGHLANDER'


Sport esagerato senza tener conto delle proprie esigenze fisiche: la ‘sindrome di Highlander’.

“Lo sport fa bene”.Fin da piccoli sentiamo questa frase, che ci accompagnerà tutta la vita, tanto che se non vai in palestra, piscina o fai una corsetta quasi ti senti in colpa. Ma se ci fosse un rovescio della medaglia, e lo sport non facesse sempre bene? In realtà lo sport fa bene, lo sappiamo a livello fisico e psicologico. Tuttavia si deve sempre ricordare di stare attenti alla propria condizione fisica e alla propria età.


Ci sono casi in cui continuare a svolgere attività fisica è negativo. Molti sportivi, soprattutto coloro che hanno praticato sport a livello agonistico, non riescono ad accettare la propria condizione fisica, i propri acciacchi e il semplice fatto degli anni che passano e continuano a praticare sport a livelli elevati nonostante i consigli del medico. Queste persone, in realtà pochi casi, soffrono di una sorte di ‘sindrome di Higlander’, credendosi praticamente dei super-uomini.

A parlarne è il medico della nazionale di calcio Paolo Zeppilli, direttore del Centro di Medicina dello sport dell'università Cattolica di Roma, che spiega: "Un 5-10% di atleti convinti di poter restare giovani, praticamente immortali, a dispetto dell'anagrafe". Sebbene rimangano casi sporadici, interessano particolarmente i cardiologi, in quanto si tratta il più delle volte di pazienti ipertesi, malati di cuore o che hanno alle spalle attacchi cardiaci.


La motivazione di questi comportamenti non è esclusivamente psicologica, ma ha una radice essenzialmente biologica. Infatti fare sport libera endorfine nell’organismo, che nei casi di coloro che hanno sempre praticato sport divengono una vera e propria ‘droga’. A ciò è da aggiungere la componente psicologica, poiché queste persone mostrano un’elevata autostima e una forte competitività non solo verso gli altri ma anche verso se stessi.
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CHE PAURA: HO DIMENTICATO IL CELLULARE


Aumentano i casi di “cellular addiction” e i casi di attacchi di panico dovuti alla mancanza momentanea del telefonino.



Il cellulare è entrato nella vita di tutti i giorni. Lo accendiamo appena svegli, controlliamo meticolosamente se ci sono chiamate o messaggini, stiamo attenti al livello della batteria e a volte non lo spegnamo neanche quando andiamo a dormire.
La potenziale pericolosità di questi comportamenti è da tempo conosciuta e monitorata dagli psicologi. L’abuso del telefonino può portare all’insorgere di significativi fenomeni d’ansia.


Attualmente è stato dimostrato che il cellulare è significativamente correlato con attacchi di panico. Da un’analisi della psicoterapeuta Paola Vinciguerra, direttore dell'Unità italiana attacchi di panico presso la Clinica Paideia di Roma, è emerso che in circa 500 pazienti che soffrono di DAP (Disturbo di Attacco di Panico), almeno la metà dei casi di attacchi di panico siano legati alla dipendenza da cellulare.


Sviluppare una vera e propria addiction con il cellulare è un rischio per tantissime persone. Il cellulare può essere considerato uno psicofarmaco, poiché copre le ansie e le paure. Se viene a mancare “per esempio perchè è scarico o ci sono problemi di rete, - spiega la Vinciguerra - le ansie riaffiorano violentemente creandoci un malessere che se non individuato e affrontato può tramutarsi negli anni in DAP, Disturbo di Attacco di Panico”.


Riflettere sul rapporto che si è sviluppato con questo medium, con questo mezzo comunicativo, può essere un primo passo per riabilitarlo come semplice medium. Un consiglio: provare a stare senza cellulare almeno un giorno la settimana.


Se vuoi leggere altri articoli riguardanti la “cellular addiction” : “Dipendenza da cellulare: stime allarmanti”


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SECOND LIFE ADVERTISING

Second life è ad oggi la comunità virtuale più frequentata al mondo con circa 6 milioni di utenti, famosa tra i giovanissimi ma non solo. La sua popolarità infatti non è tanto legata alla sfera del gioco o del semplice friendly chatting, quanto alla possibilità di personal pr e commercio degli iscritti. Normale che le agenzie di pubblicità puntino ora a questo terreno virtuale come luogo di reclamizzazione dei propri prodotti, tanto più che la divisione in aree settoriali facilita il raggiungimento mirato del target.

Second Life nasce nel 2003 ad opera della società Linden Lab e conosce da subito un buon successo, aumentato dalla crescente attenzione dei media. La piattaforma consiste in una realtà virtuale in 3D, costruita e costruibile, dove l’utente può agire ed interagire con altri. L’aspetto di ciascuno è ricreabile, in modo realistico o fantasioso, tramite Avatar, personaggi tridimensionali che durante la conversazione possono muoversi e compiere azioni.

Esistono differenti aree di “gioco”, divise per argomenti ed interessi, ed è presente anche la possibilità di commercio elettronico, tramite la moneta di scambio net-zionale, chiamata Linden, che ha corrispettivo reale in dollari.

Il grande salto è venuto dall’utilizzo di tale software da parte di liberi professionisti e free-lance, principalmente creativi e artisti, che hanno usato 2L come vetrina per proporsi e farsi conoscere nel mondo. E a stare alla cronaca e ai racconti dei netizen sono davvero molte le occasioni che si hanno modo di carpire, nonché gli incontri professionali realizzabili on-line.

Uno scenario perfetto dunque per la creazione e la diffusione di campagne pubblicitarie. Stiamo parlando di una finzione che è più reale della realtà stessa e che permette di contare su persone in carne ed ossa. Dietro ad ogni avatar c’è infatti una persona in carne ed ossa, che vive , nelle restanti ore, nel mondo reale del consumo. Inoltre il posizionamento di determinate categorie merceologiche negli scenari adatti offre di per sé il vantaggio competitivo di dirigersi ad una fascia ristretta e potenzialmente interessata rispetto alla popolazione generale.
Senza contare che il mondo dei media e della multimedialità ha un fascino maggiore di stimolazioni sensoriali soltanto visive, ed ah in più rispetto all’audio-visivo, la possibilità dell’interattività, che dà la sensazione di essere al centro delle proprie scelte e di essere compratori attivi e non spettatori incantati dallo spot di turno.


foto by cambodia4kidsorg's

venerdì 18 maggio 2007

IL DIVARIO TRA PSICOLOGIA E PSICHIATRIA

Gli atti delle VIII Giornate psichiatriche che si sono svolte recentement ad Ascoli evidenziano l’attuale persistenza del divario tra psicologia e psichiatria. Interesse per corpo e mente, per due realtà distinte dall’immaterialità o meno del proprio oggetto di interesse non ha più senso di esistere, anche a fronte delle forti correlazioni evidenziate dalla neuuropsicologia. Il paziente vive un solo tempo, che non può ulteriormente frammentarsi in tempi fisici e psichici ma deve trovare nell’integrazione la via per la cura. Un’integrazione che le due scienze contrapposte stentano ancora oggi a realizzare.

Lo psichiatra L. Ferranini ha parlato di ricerca di nuovi equilibri tra una psichiatria “high tech” e una psicologia “high touch”, intendendo con questi termini evidenziare la distanza tra la mera applicazione tecnico-scientifica di strumenti e metodologie di cura e la delicata costruzione di una relazione di cura transferale o comunque fidata. Non devono essere le contrapposizioni tra gli orientamenti un punto di debolezza, bensì di forza per rendere i pazienti consapevoli e compresi sotto tutti gli aspetti.

L’altro tema, su cui si sono incentrati gli interventi, riguardava infatti spazi e tempi dell’intervento di cura, laddove, ancora Ferranini, si vede che lo spazio delle istituzioni e la loro tempistica risulta spesso avulso, alienante e vuoto per il malato.

Di per sé la malattia prevede tempi diversi nel suo evolversi, dall’incipit, alla crisi, alla cronicità e prevede percezioni di tempo differenziate sia per ciascuna di tali fasi, sia per il tipo di diagnosi. Diverso è il malato schizofrenico che vede il tempo come macchina minacciosa, e invece quello maniaco per cui il tempo diventa non-senso in ritorno continuo o in perenne circolo.

È da queste scissioni, interne ed esterne che il soggetto si deve difendere, e per farlo ha necessità di un alleato unito, che non gli faccia vivere tempo interno ed esterno come ulteriormente sfasato per i tempin delle attese, delle cure, degli operatori. Il malato deve trovare aiuto in una realtà compatta e non confrontarsi con uno specchio sfaccettato e incerto come il suo interno,serve che psicologia e psichiatria camminino insieme nell’interesse comune per i pazienti condivisi e per non dare ragione ad un “tale” che sosteneva che corpo e mente fossero divisi.

Per saperne di più: L. Ferrannini, G: Ferrandes, L’ammalarsi del corpo e della mente: spazi e tempi della persona, della malattia e della cura, VIII Giornate psichiatriche ascolane, 2007 Ascoli Piceno

Foto by piXotropic

martedì 15 maggio 2007

UN PACEMAKER CONTRO LA DEPRESSIONE


Una nuova cura contro la depressione sta per essere messa a punto nell’Università di Firenze: il posizionamento di un pacemaker per stimolare la corteccia cerebrale. Potrebbe essere una soluzione per tutti quei casi resistenti ai farmaci.


La depressione è una malattia in coinvolge un numero di persone in continuo aumento. La pericolosità di questa malattia, che incide pesantemente sul rischio di suicidio e che è anche legata allo scatenarsi di altre malattie come le cardiopatie, è da tempo conosciuta dall’OMS. E’ la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, a calcolare che tra dieci anni sarà la seconda patologia più presente nel pianeta. In generale la depressione può essere sconfitta nel 90% dei casi, con cure psicoterapeutiche adeguate o attraverso l’utilizzo di farmaci. Tuttavia, nei casi di depressione grave, anche i farmaci sono scarsamente efficaci.


Per questi casi di depressione grave resistente ai farmaci è stata sviluppata una nuova cura, che è già stata approvata in Canada ed è in procinto di ricevere approvazione in molti altri paesi. Questa cura, in via di sperimentazione presso l’Azienda ospedaliero-universitaria di Careggi a Firenze, si basa sul posizionamento di un pacemaker a livello del collo, in grado di stimolare la corteccia cerebrale attraverso onde elettromagnetiche. Questa tecnologia è già stata applicata con successo a casi di epilessia, ed è risultata efficace nell’abbassare i livelli di ansia e ridurne l’intensità dei sintomi.
Una metodologia alternativa al pacemaker prevede un trattamento con onde elettromagnetiche per la stimolazione transcranica (Tsm). Attualmente, presso l’azienda ospedaliero-universitaria di Careggi, all'avanguardia a livello internazionale per questo tipo di terapie, sono in attesa di sottoporsi a queste nuove tecniche 16 pazienti: 12 per la stimolazione magnetica transcranica (Tms) e 4 per il pacemaker.


Il pacemaker o la Tms permetterebbe a tutti quelle persone allergiche o alle donne incinte di disporre di una cura alternativa ai farmaci, ma altrettanto valida.


Concludiamo con una notizia riguardante la depressione piuttosto allarmante per chi abita a Milano: il capoluogo lombardo sarebbe infatti la città con la più alta percentuale di persone depresse. [Fonte City]


Foto by hevtalbot

VAL BENE UN SACRIFICIO PER GLI AMICI!

Sul British Journal of Psychology è riportata una curiosa ricerca condotta dalla dottoressa Elainie Madsen presso la University of St Andrews. Analizzando lo spirito di sacrificio delle persone è emerso che esistono differenze tra uomini e donne e, in particolare, che le donne sono più propense a sopportare per i propri amici che non per i parenti, al contrario dei maschi. Sono ancora da verificare le motivazioni sottese a tale comportamento, anche se ci sono già delle ipotesi.

La ricerca ha coinvolto 137 persone che dovevano resistere in una posizione scomoda e blandamente dolorosa per un tempo da loro deciso. Accovacciati vicino ad una parete i soggetti provavano lievi tensioni ai muscoli delle gambe. La partecipazione era volontaria e i soggetti erano esplicitamente informati del motivo per cui dovevano resistere.

I risultati hanno evidenziato come, tra l’elenco dei soggetti per cui si era disposti a “sacrificarsi”, primeggiavano i parenti, seguiti dagli amici, mentre soltanto per ultime apparivano le associazioni benefiche o di volontariato.

Una curiosa differenza è però emersa nel caso delle donne: pur seguendo i medesimi trend sopradetti, trascorrevano più tempo nella posizione scomoda se questo loro sacrificio andava a favore dei migliori amici piuttosto che dei cugini.

La spiegazione, secondo gli autori della ricerca, starebbe nel diverso ruolo della famiglia per donne e uomini: le prime tendono a “lasciare l’ovile” molto prima dei maschi e a costituire una famiglia propria. Gli uomini invece, orami sembra fatto noto, sono molto più “mammoni”. Secondo il professor Robin Dunbar dell’University of Liverpool, che ha partecipato allo studio, invece la causa sarebbe da riferirsi alla maggiore socialità della donna rispetto all’uomo.

Da donna personalmente ritengo che la seconda spiegazione possa essere più calzante, dato che tradizionalmente il ruolo della donna le ha conferito un atteggiamento per così dire “di default” maggiormente caratterizzato da empatia, ascolto e vicinanza. Tutte quelle caratteristiche che le permettono di gestire in modo appropriato un possibile maternale con la propria prole. Certo è che le attuali modificazioni sociali hanno di molto shiftato questo ruolo e sono andate in direzione della mascolinizzazione del comportamento femminile. Un interessante ricerca futura potrebbe occuparsi dell’analisi di questi due fattori congiuntamente.

foto by Gail'sUniverse

lunedì 14 maggio 2007

PSYCO-FLASH: DOMOTICA PER DISABILI

L'Ospedale Niguarda di Milano ha messo a punto un programma innovativo per i propri pazienti diversamente abili. Dopo un intervento che costringe il paziente a permanere, per sempre o per periodi di tempo abbastanza estesi, su sedie a rotelle o che comunque sperimenti una situazione di disbilità, è possibile soggiornare in due appartamenti studiati appositamente per andare incontro alle nuove esigenze.

L'idea nasce dal fatto che spesso tali pazienti si ritrovano disorientati ritornando nelle mura domestiche dato che l'ambiente familiare consueto è divenuto ostile, in quanto le altezze e le funzionalità non sono più proporzionali alle capacità ridotte e alla posizione seduta.


Gli appartamenti, progettati da importanti designers, resentano strutture e mobili che si adattano alle altezze e alle necessità dell'utente, cosicchè questi si possa rendere conto delle effettive necessità e riprogettare con sicurezza la propria casa. Non solo, tutti gli elementi d'arredo sono in serie e acquistabili, salve fatte le possibilità economiche. per il momento non è possibile detrarre le spese, se non in minima parte.


Una possibilità ottimale per un rientro soft e in direzione anche di un migliore accomodamento psichico della persona ad una condizione invalidante che spesso porta a riduzioni dell'autostima e a difficoltà relazionali, resta ovviamente da allargare la fetta di utenti con sostegni economici validi al merito. Inoltre si auspica anche l'ampliamento dei posti disponibili, per ora infatti gli appartamenti progettati per questi "soggiorni Prova" sono soltanto due, segno che l'iniziativa va implementata, anche in altri nosocomi.


Foto by magullo

AAA SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO

Anche per quest’anno l’Ordine degli Psicologi della Lombardia organizza la settimana del benessere psicologico, dal 4 al 9 giugno. Si tratta di un’occasione per tutti di confrontarsi con la psicologia, sia questa la prima volta o un rincontrarsi di nuovo, grazie alla segnalazione di studi e professionisti autorevoli e la garanzia delle norme di tutela deontologiche. Le iscrizioni sono già aperte, di seguito tutte le informazioni.

La settimana verrà inaugurata il 4 giugno alle 9 a Milano (Sala Convegni della Provincia, via Corridoni) con la presentazione di tutti gli enti e operatori aderenti, che questo anno raggiungono quasi le 700 unità.

Il presidente dell’Oridne, Enrico Molinari, sottolinea l’importanza di questo incontro per fare luce sulle proprie potenzialità e mettere ordine nei progetti futuri, in vista di un’organizzazione ottimale della propria vita. Allo stesso tempo sottolinea il nuovo ruolo dello psicologo che, oggi più che mai vede estendersi la propria sfera di interesse a campi nuovi e fecondi.
Ecco le sue parole:”Lo psicologo è destinato ad avere un ruolo sempre più importante in una società in continuo cambiamento che si fa sempre più complessa: si pensi all'ambito della prevenzione, della scuola, della salute, del lavoro, della precarietà, della famiglia, degli anziani, dei problemi giovanili, delle dipendenze, del disagio che si va sempre più estendendo. Oggi la società esprime una forte domanda di competenze nell'ambito psicologico: e i nostri professionisti sono già in campo, forti delle loro esperienze, per aiutare la società a trovare le risposte più adatte”. Una dichiarazione certamente incoraggiante che mostra la necessità di approfondire e specializzare le proprie competenze, anche ascoltando le nuove problematiche emergenti che questa settimana potrà portare alla luce.

Sempre il 4 giugno si svolgerà, presso la medesima sede, una conferenza su “La Psicologia tra promozione e benessere”.

Per informazioni e prenotazioni è possibile telefonare al numero verde 800430400 (nei giorni feriali, dalle 9 alle 17) oppure consultare il sito internet.
foto by art.wand

SOMMARIO DELLA SETTIMANA

Foto by lui lui

Anche questa settimana sono stati numerosi i temi della salute:

Grazie ad una ricerca recente si è fatta luce sulle
distinzioni tra l’autismo sporadico e quello ereditario, evidenziando come le mutazioni genetiche siano più frequenti nel primo caso.

Un’iniziativa sociale ci ha permesso di parlare di
epilessia, delle forme in cui si manifesta e di come chi ne sia affetto rischi l’isolamento sociale.

Anche il
legame tra malattie psichiatriche e abuso di sostanze è stato il fulcro di un’iniziativa, con lo scopo di migliorare la consapevolezza dei malati e di favorire un dibattito tra esperti, in vista della garanzia di una vita migliore, priva dei pregiudizi sociali.

Infine si è visto come il clima possa influire sui nostri stati d’animo in modo pervasivo, si parla al merito di “
depressione primaverile”, che colpisce in questo periodo un’elevata percentuale della popolazione.

Per gli aggiornamenti sulla salute inoltre, vi abbiamo segnalato la nascita, un poco controversa, di una
nuova rivista on-line.

Le nuove tecnologie, anche questa settimana hanno fatto parlare di sè:

Nell’ambito delle innovazioni, si segnala la nascita di
un nuovo software, presso installato sulla piattaforma Skype, in grado di riconoscere quando il nostro interlocutore virtuale sta mentendo.

La televisione, anche se ha un ruolo ormai consolidato nel panorama quotidiano, non smette di essere oggetto di ricerche: un
nuovo studio evidenzia le possibili relazioni tra la visione eccessiva della televisione e la difficoltà di proseguire con successo nella carriera scolastica.

Ma non è soltanto la TV a preoccupare i ricercatori:
i videogiochi sono stati spesso sotto accusa e hanno trascorso sorti altalenanti tra esaltazione e accusa, una meta-analisi mostra finalmente rischi e potenzialità a confronto.

Interessanti studi sono stati invece condotti sulla nostra capacità di compiere azioni e sull’attività onirica.

Una ricerca mostra come e perché per l’uomo sia possibile
compiere due azioni contemporaneamente e quali siano i meccanismi che regolano la coordinazione e l’esecuzione di due funzioni distinte.

Il tema dei
sogni, tanto caro a Freud, è invece l’argomento di una ricerca condotta sul legame tra tipi di letture preferite e contenuto manifesto: pare che i primi influenzino le seconde, soprattutto nell’età dello sviluppo e se la lettura avviene poche ore prima del sonno.

Infine la condizione della donna in un contesto culturale in continua mutazione è spesso oggetto di attenzione.

Il Comune di Milano ha organizzato una serie di incontri con psicologi e psicoterapeuti per dibattere il problema e discutere dei problemi organizzativi e tecnologici delle donne in un ambiente ad elevato tasso di tecnologia.

venerdì 11 maggio 2007

I RISCHI DEI VIDEOGIOCHI


Meta-analisi sull’effetto dei videogames: spesso ricerche troppo allarmiste.

E’ opinione condivisa che i videogiochi abbiano un'influenza negativa sulle persone e siano in grado di istigare alla violenza. I bambini sono la fascia più a rischio, tanto che possono arrivare ad emulare i protagonisti delle loro avventure virtuali, mettendosi anche in pericolo.
Tuttavia anche la televisione, con film violenti o immagini di guerra del telegiornale, non è di certo più educativa.
Una meta-analisi ridimensiona gli effetti negativi dei videogames, sottoponendo a critica molte precedenti ricerche e soprattutto sottolineando come la televisione abbia spesso un impatto ancor più negativo.


"Evidence for publication bias in video game violence effects literature: A meta-analytic review" è il saggio pubblicato su Sciencedirect, in cui Christopher J. Ferguson, ricercatore presso il dipartimento di Scienze Applicate dell'Università Internazionale del Texas, analizza criticamente le ricerche fin qui condotte sulla relazione fra videogame e atteggiamenti violenti.


Ferguson ha innanzitutto messo in evidenza i limiti metodologici di molte ricerche sull’argomento. Infatti in alcune ricerche sono stati coinvolti gruppi specifici di soggetti, come nel caso di ragazzi detenuti in riformatorio, dove provare la relazione tra videogames e criminalità risultava fin troppo semplice. L’opinione di Ferguson è che gli studi condotti sono in molti casi influenzati da pregiudizi, che riescono a predeterminarne il risultato.


Inoltre è da ricordare che bambini adolescenti, nonché adulti sono sottoposti ad un vero e proprio bombardamento di immagini violente provenienti dalla televisione. Francesco Antinucci, direttore della sezione Processi Cognitivi e Nuove Tecnologie dell'Istituto di Psicologia del Cnr, si schiera dalla parte di Ferguson, e spiega: "È vero che l'interazione digitale dei videogame porta a un coinvolgimento maggiore rispetto al cinema o alla televisione. Ma l'impatto emotivo è identico. Anzi, spesso è inferiore".


Questa meta-analisi non vuole affermare che i videogames non possano avere un effetto negativo, ma solo ridimensionarne la portata. Ritengo che sia interessante soprattutto per il confronto con la televisione: tv e videogames sono medium sempre più presenti nelle nostre case e conoscerne le potenzialità ma anche gli svantaggi ci aiuta ad utilizzarli in modo più consapevole.

Altri articoli sui videogiochi:



Foto by FHKE

UN SOFTWARE CI DIRA’ CHI MENTE

Skype, insieme all’azienda KishKish, ha messo a punto un software che permetterà presto di rilevare le bugie dell’interlocutore virtuale. La nuova tecnologia, il “Voice Stress Analysis” (VSA) registra la stringa vocale per poi analizzarla secondo parametri acustici prestabiliti. È proprio il caso di mordersi la lingua prima di parlare!

Per il momento agli utenti di Skype è permesso soltanto registrare, ma presto sarà possibile visualizzare in una finestra lo spettro vocale. I primi dieci secondi del parlato vengono analizzati al solo scopo di fornire una baseline, con le caratteristiche tipiche della voce di quella specifica persona, mentre i minuti successivi sono il materiale dell’analisi vera e propria. L’analisi può essere condotta su un singolo interlocutore, o essere predisposta per più parlanti, come nel caso delle teleconferenze.

Gli indicatori maggiormente indicativi della menzogna sono la presenza di tratti monotoni e piatti, che indicano imbarazzo e smarrimento, e la formazione di picchi, spesso elevati, indicativi di stress e di inganno conclamato. Non si tratta ovviamente di indici esaustivi, ma il tracciato è conforme alle registrazioni vocali più precise e volendo potrebbe essere analizzato anche con software vocali differenti.

Il sistema non è sicuramente infallibile perché la ricerca scientifica stessa sulla menzogna ha indicato i possibili parametri indicativi, pur lasciando un ampio margine di dubbio. Le modificazioni della voce possono essere dovute a fattori multipli, già difficilmente controllabili in situazioni sperimentale e sicuramente maggiori nel caso di conversazioni di piacere, o comunque via medium come pc o telefono. Ogni analisi fisiologica deve infatti essere associata ad ulteriori compiti per poter dare un quadro esaustivo ma soprattutto concernente.

Una piccola curiosità personale riguarda la gestione della privacy: anche se internet sembra avere fagocitato la possibilità di aree realmente personali e le leggi al merito si barcamenano tra eccessivo proibizionismo e liceità richiesta talvolta dal soggetto stesso, che cosa garantisce di non essere analizzati fino alle corde vocali da un interlocutore che spesso non conosciamo neppure? Sicuramente Skype ha già pensato a modi di segnalazione che richiedono il consenso volontario dell’utente, ma allora ecco che la registrazione diviene non più naturalistica.

Per il momento il modo per eccellenza per smascherare la menzogna rimane l’intuito personale e l’utilizzo di tutti i feedback comunicativi a disposizione, dal volto alla voce, anche se ricerche come questa aiutano sicuramente chi abbia meno dimestichezza con il decoding emotivo e possono essere un ottima base di implementazione per l’AI.

Foto by aleph.oto

VIVERE DONNA

L’Associazione Italiana Psicologi collabora ad un progetto del Comune di Milano focalizzato sulla donna e sul suo ruolo nella famiglia e nella società a seguito dei mutamenti introdotti dalle tecnologie. Si tratta di un ciclo di quattro incontri, il primo dei quali ha già avuto luogo il 9 maggio e ha visto una buona partecipazione. Di seguito i prossimi incontri on i rispettivi argomenti.

L’iniziativa è nata dal ripensamento del ruolo femminile che sta evolvendo verso nuove sfide e barriere e dalla volontà di valorizzare l’apporto delle doti empatiche e di accettazione tipiche della figura femminile a confronto con quella maschile. La praticità e pragmaticità dell’uomo hanno bisogno dell’apporto dell’emozione femminile che fa sì che da pure conoscenze si possa arrivare ad una competenza. Questo incastro, ma soprattutto il ruolo della donna in questo incastro di attitudini va sfumando con i nuovi compiti e le nuove sfide che le tecnologie e l’ambito lavorativo sempre più pongono.

Gli incontri seguono infatti una logica progressiva che va dai compiti più “tradizionali” della donna, come la maternità e il mantenimento dell’ordine domestico, ai temi legati alla sua emancipazione dall’ambito domestico e quindi alle relazioni tra famiglia e lavoro e tra lavoro e carriera.

Il prossimo incontro si terrà il 14 maggio. Ciascuno degli incontri è presieduto e coordinato da psicologi o psicoterapeuti. In tale incontro si discuterà della scelta di maternità e dei temi ad essa legati insieme alla psicologa e psicoterapeuta P. Dondio.

I successivi incontri si svolgeranno il 23 e il 30 maggio e dibatteranno rispettivamente la capacità di gestione contemporanea della famiglia e del lavoro, e i problemi relazionali, compreso il possibile mobbing, subiti dalla figura femminile in ambito lavorativo. Le coordinatrici saranno la psicologa S. Barattieri e la psicoterapeuta G Manzella.
Gli incontri sono liberi, per chiunque desideri maggiori informazioni ci si può rivolgere al consiglio di Zona N.2.
Recapito telefonico: 02.88458200

foto by lariflessione

giovedì 10 maggio 2007

CONVIVERE CON L’EPILESSIA

Lo scorso week-end, nelle piazze delle principali città italiane, si sono svolte una serie di iniziative ad opera della LICE, la Lega Italiana contro l’Epilessia. Si è trattato della seta edizione di un appuntamento che, da anni appunto, fa luce e informa su di una malattia sconosciuta come l’epilessia. Chi ne soffre viene colpito all’improvviso da tremori e stai convulsivi e la gestione di un attacco è opera complessa e delicata. Portare nelle piazze questo tema è una grande opera per favorire la conoscenza e svilire sul nascere le ansie e le diffidenze sociali.

L’epilessia è una malattia neuronale, causata da un momentaneo circuito nel cervello per cui i neuroni vengono investiti da ripetute scariche elettriche anomale che ne alterano le normali funzionalità. L’origine greca del vocabolo, dal verbo “essere sopraffatti, sorpresi” rende bene anche l’attuale situazione di caos giuridico-normativo e di discriminazione.

Grazie alle iniziative promosse dalla LICE si è potuto informare e responsabilizzare pazienti e familiari, ma anche persone che si trovano a contatto con tale malattia e gentecomune. I passi più importanti hanno riguardato la stesura di materiali per le cure, la riabilitazione e l’intervento nei casi di convulsioni, nonché le rassegne di esperti sull’argomento che esaminano progressione nel tempo sia della singola crisi, sia del male in generale.
Tutti i materiali possono essere reperiti e richiesti all’organizzazione stessa:
Sito internet
Contatti telefonici: segreteria LICE 0685355590
foto by CiccioC

PSICOSI E TOSSICODIPENDENZA SENZA PREGIUDIZI

La Società Italiana di Psichiatria promuove un corso che ha avuto il via a Roma il 7 maggio. L’obiettivo è di far luce, grazie all’intervento di molteplici esperti e dei diretti interessati, un quadro esauriente e quanto più possibile realistico del fenomeno dell’assunzione di alcool e droghe in pazienti affetti da malattie psichiatriche. Tale relazione, purtroppo bollata negli anni recenti come vizio e causa di emarginazione e rifiuto, è tuttora incerta dal punto di vista scientifico ed è proprio l’obiettivo del corso fare luce sui meccanismi sottostanti.
L’iniziativa farà tappa per tutto il mese nelle principali città italiane.

Il corso, intitolato “Cannabis, alcol e disturbi psicotici”, è coordinato dal presidente della società Italiana di Psichiatria Mariano Bassi, e prevede la partecipazione di numerosi studiosi. Tra le personalità accademiche saranno presenti F. Schifano, G. Carrà e Massimo Clerici, mentre numerose saranno anche la partecipazione di operatori delle ASL.

Gli obiettivi principali sono due:
  1. formare giovani psichiatri alle tematiche della droga e dell’alcool, favorendo una loro partecipazione attiva e confronti con esperienze dirette di pazienti e soggetti in fase di ristabilimento;
  2. giungere ad una spiegazione condivisa delle motivazioni che spingono i pazienti psicotici a fare uso di sostanze tossiche.

La relazione tra le malattie mentali e la tendenza a fare uso di stupefacenti è conosciuta già da una trentina d’anni, ma le spiegazioni al merito sono per ora sommarie e molto spesso circoscritte al singolo caso. Per evitare che tale indeterminatezza porti a risvolti sociali svantaggiosi per chi si trovi in situazione di addiction suo malgrado, il corso intende dibattere alcuni punti di interesse:

  • prima fra tutti l’epidemiologia, così da fare luce sui casi che si attestano ora ad una percentuale pari quasi al 50% dei malati psichici;
  • in seguito un’analisi attenta di tutti i fattori di rischio correlati alla psicosi e all’ambiente circostante;
  • infine la relazione tra il primo insorgere della malattia e l’assunzione di stimolanti, e il loro successivo strutturarsi.

Non da ultimi verranno esaminati con particolare attenzione ai casi clinici tutti i possibili modelli di intervento con le loro opportunità di cura e le rispettive indicazioni.

Foto by graehu

mercoledì 9 maggio 2007

LA DEPRESSIONE PRIMAVERILE


Il seasonal affective disorder: la primavera può scatenare episodi di ansia, irritabilità e cambi repentini d'umore, una vera e propria depressione stagionale.


La depressione è sempre in agguato ed alcune stagioni sono più rischiose di altre. Se Natale è un periodo altamente rischioso, a causa delle poche ore di luce e lo stress per le feste, anche in primavera la depressione è in agguato.

Tra Aprile e Maggio ben un adulto su quindici, ovvero circa tre milioni di italiani, è colpito dal disturbo affettivo stagionale, che determina ansia, irritabilità, stanchezza, mal di testa e insonnia. Nonostante il numero di persone coinvolte il Sad (seasonal affective disorder), è difficilmente diagnosticato. "Il seasonal affective disorder è una delle forme meno conosciute di depressione, poco diagnosticata soprattutto dai medici di famiglia — spiega Alfredo Carlo Altamura, direttore del Centro per i disturbi depressivi dell'ospedale Sacco — È necessaria più informazione sull'argomento, altrimenti c'è il rischio di una cronicizzazione della malattia".

La causa del disturbo è legata alle variazioni notte-giorno ed ha una motivazione scientifica. Il professo Altamura spiega: "I cambiamenti luce-buio possono influenzare la produzione di neurotrasmettitori, come la serotonina, e di ormoni come la melatonina, entrambi fondamentali per la regolazione dell'umore ".
Ma il Sad può essere un vero e proprio problema. Infatti, se diventa cronico può determinare l’insorgenza di altri disturbi psicologici o di problemi come l’alcolismo e la tossicodipendenza.

I Sad non è da sottovalutare e ancora troppe sono le domande senza risposta al riguardo. "La nuova scommessa della ricerca adesso è arrivare a individuare cure mirate per ciascun paziente, con un occhio anche alla mappa genetica e ai farmaci in grado di agire sui ritmi biologici (dal sonno, all'appetito, fino all'attività sessuale) ", dice Altamura.
Per questo domani si terrà il forum internazionale “Innovazione Psichiatrica” che tratterà l’argomento, presso l’Hotel Savoy di Milano.

TROPPA TV? NIENTE LAUREA


La televisione sarebbe da includere tra le cause di un insuccesso scolastico adolescenziale. Lo afferma una ricerca longitudinale pubblicata sulla rivista “Archives of Pediatric Medicine”.


La televisione aiuta o ostacola l’apprendimento? Questa è la domanda a cui da anni, fin dalla comparsa della televisione, tentano di rispondere psicologi, medici e pedagogisti. Ancora non è chiaro l’effetto della televisione sui bambini: imparano la violenza da film e cartoni animati, ma perché allora non utilizzarla per insegnare qualcosa di utile, come l’altruismo? Tuttavia i programmi costruiti ad hoc per l’apprendimento, sembrano aver un effetto assai limitato.
Al di là dell’influenza della televisione sul comportamento e sulla visione del mondo dei bambini, una ricerca longitudinale condotta negli Stati Uniti afferma che guardare troppa tv da piccoli è di per se negativo, in quanto porta all’abbandono degli studi.

La ricerca è stata pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Archives of Pediatric Medicine”, ed afferma che i bambini che guardano la televisione per più di tre ore al giorno hanno il doppio delle possibilità di abbandonare gli studi dopo il liceo. La ricerca è stata condotta a partire dal 1980 ed ha coinvolto 678 famiglie newyorkesi appartenenti alla classe medio-alta. I genitori coinvolti, erano invitati a registrare su di un diario il tempo passato dal figlio davanti al televisore, le attività sportive praticate, il tempo passato con gli amichetti oltre ad alcune informazioni come i risultati scolastici e le abitudini alimentari.

Dai dati raccolti emergeva che la gran parte dei quattordicenni guardava la tv circa tre ore al giorno, o comunque non meno di un’ora giornaliera. Dall’analisi longitudinale risultava che le abitudini non cambiavano anche dopo i 20 anni, ed il 30 % di loro ha avuto seri problemi scolastici, che hanno portato ad un difficoltoso conseguimento del diploma superiore o addirittura all’abbandono degli studi.

La ricerca ha scatenato molte polemiche. Definire la televisione causa dell’abbandono scolastico sembra eccessivo. Infatti molti ricercatori assumono una posizione antitetica: la tv non sarebbe la causa dei problemi scolastici ma l’effetto. Il televisore diventa un rifugio, la manifestazione di un malessere preesistente o di problemi comportamentali che rendono difficile l’inserimento nella realtà scolastica.
Identificare un fattore come causa delle difficoltà scolastiche è sempre troppo riduttivo. Ricordiamo che i recenti approcci psicologici preferiscono parlare di set di fattori di rischio, e che sottolineano l’importanza dei molteplici fattori protettivi.


Per un riassunto dell’articolo originale clicca qui (in inglese)


Se sei interessato all’argomento “effetti delle nuove tecnologie” sui bambini leggi anche: “The digital life”

L’AUTISMO SPORADICO E LE MUTAZIONI DEL DNA

Una ricerca recente, condotta dal Cold Spring Harbor Laboratory (CSHL), evidenzia che autismo ereditario ed autismo genetico si differenziano anche per il numero di mutazioni che avvengono nel DNA. L’analisi è stata condotta analizzando il menoma di 264 famiglie.

I soggetti dell’indagine erano divisi in tre gruppi:
- famiglie multiple, con più di un bambino affetto da autismo;
- famiglie singole, con un solo bambino artistico;
- famiglie sane, come gruppo di controllo.

I risultati hanno mostrato che, in generale, i soggetti affetti da autismo presentano nel 10% dei casi una mutazione genetica che non c’è invece nei loro familiari, e che si presenta in soggetti sani molto più raramente. Nella specifica ricerca, invece, sono stati rilevate variazioni del Dna in 17 individui, tutte riguardanti la copia di geni, dove ben 14 di questi erano affetti da autismo.

Il dato più interessante è però la diversa disposizione dell’insorgenza dell’autismo, considerata la malattia a maggior tasso ereditario, grazie al quale è possibile distinguere tra la forma sporadica e quella invece familiare. Le mutazioni genetiche infatti hanno probabilità diverse per i tre gruppi e sono più elevate nei casi di autismo sporadico: 10 volte in più rispetto al gruppo di controllo, contro le 5 volte in più dell’autismo ereditario.
Tali modificazioni sono quindi più frequenti nei casi di autismo ad insorgenza ignota, che non in quelli a rischio conclamato.

foto by mkebix

martedì 8 maggio 2007

LEGGERE PER SOGNARE

All’Università del Galles di Swansea un gruppo di ricercatori, guidati da Mark Blagrove, hanno condotto una ricerca sul rapporto letture preferite-tipo di sogno. Lo studio, chiamato Dream Lab, ha coinvolto 10 mila lettori di tutti i generi letterari e tutte le età, evidenziando correlazioni interessanti.

È infatti emerso che il tipo di letture cui si è appassionati, e che spesso si legge appena prima di dormire, influenza il contenuto dei sogni. Gli amanti delle storie rosa tendono a rivivere analoghe storie “ a lieto fine” e a provare emozioni più intense. Per i fanatici del fantasy invece la modalità di sogno è più consapevole ed è ridotto il coinvolgimento.
I temi di narrativa favoriscono invece un miglior ricordo del sogno e fanno vivere avventure più bizzarre.

Infine anche l’horror e il thriller hanno le loro implicazioni: aumentano il numero degli incubi, tanto più con l’abbassamento della fascia d’età.

Grazie a questa ricerca possiamo allora “programmare” i nostri sogni come se avessimo un telecomando che ci fa decidere il genere cui appassionarsi, e in cui vivere avventure. Restando invece con i piedi un po’ più per terra si vede che leggere è un’attività che ha innumerevoli risvolti, soprattutto sulla capacità immaginativa. Una passione allora che non resta altro che coltivare!

foto by strabica

lunedì 7 maggio 2007

NUOVO E-MAGAZINE SULLA SALUTE

Dopo qualche difficoltà e dibattito, è nata a Toronto una nuova rivista on line sul tema della salute e delle ricerche scientifiche. Si intitola “Open medicine” ed è disponibile soltanto via web. La logica alla sua base è molto chiara sin dal titolo: fornire notizie accreditate in formula free, in linea con i canoni del web.

La rivista nasce da personalità già operanti nel Canadian Medical Association Journal, che possiede tuttora la rivista. Dopo alcuni scontri, sono state fissate le linee editoriali per evitare ingerenze e violazioni di diritti dell’una pubblicazione nei confronti dell’altra.

Il tentativo che Open Medicine tenta di portare avanti consiste nel favorire la connettività e l’apporto reciproco di personalità medico-scientifiche per la risoluzione di problemi globali e complessi. Queste linee, e forse anche qualche strascico della sofferta divisione, si ritrovano nell’invito di adesione presente nel primo numero. La rivista è infatti alla ricerca non soltanto di collaborazioni, a anche di sponsor, per candidarsi a diventare uno dei nuovi punti di riferimento del panorama scientifico canadese, e forse mondiale.

foto by David Sherret

COMPIERE DUE AZIONI CONTEMPORANEAMENTE E' POSSIBILE?


Compiere due azioni contemporaneamente è difficile, spesso impossibile. Questo perché il nostro cervello è predisposto a selezionare i compiti da svolgere, e compierli in modo sequenziale. René Marois, psicologo alla Vanderbilt University di Nashville,ha identificato due aree della corteccia cerebrale deputate a tale scopo.


Quante volte ci capita di compiere due compiti in contemporanea? Spesso, quotidianamente. Guardiamo la tv mentre parliamo al telefono, ascoltiamo la radio e cuciniamo sono solo alcuni esempi. Alcune coppie di compiti ci sembrano più semplici, altre invece sono più complessi da portare a termine contemporaneamente e senza intoppi. In generale possiamo dire che è possibile portare a termine due compiti contemporaneamente se uno di essi è svolto in modo automatico, ovvero senza l’intervento dell’attenzione. Quando invece entrambi richiedono un processamento attentivo, si innesca una sorta di “conflitto di interessi”. E’ il fenomeno noto come interferenza da doppio compito, che interessa tutti quei compiti incompatibili tra loro. Si perla di interferenza strutturale quando i due compiti coinvolgono lo stesso meccanismo, come nel caso di guardare un film e portare aventi una conversazione impegnata. Oppure di interferenza da risorse, quando entrambe le azioni richiedono un grande dispendio di risorse attentive, lasciando una quota limitata di risorse.


Il dottor René Marois ha identificato l’area cerebrale deputata a tale operazione di filtraggio. La ricerca, condotta presso l’Università Vanderbilt di Nashville, è stata pubblicata sul numero di Dicembre della rivista scientifica “The Neuron”. L’esperimento prevedeva che i soggetti scegliessero tra otto possibili risposte a compiti proposti in contemporanea, mentre erano sottoposti a risonanza magnetica. In questo modo Marois ha identificato due aree della corteccia cerebrale, situate nelle aree frontale e prefrontale, che svolgerebbero un ruolo chiave nel posticipare una risposta rispetto ad un'altra quando gli stimoli sono molto ravvicinati.


Tuttavia, è facile osservare differenze individuali. C’è chi senza difficoltà riesce a camminare e scrivere un messaggio, mentre chi deve fermarsi fino a che non ha inviato il messaggino. Il limite biologico è stato messo in discussione da David Meyer e Ann Arbor, che hanno evidenziato le influenze dell’allenamento. Attraverso alcuni esperimenti svolti presso l’università del Michigan, hanno dimostrato che grazie ad un allenamento preventivo, alcune persone riescono a svolgere due compiti contemporaneamente come se li avessero svolti in modo sequenziale. L’ipotesi di meyer è dunque che il cervello sia più flessibile e plastico di quanto affermato da Marosi.


Questi due studi mostrano come non si sia ancora giunti ad un’ipotesi definitiva sull’attenzione. Tuttavia dati empirici non fanno che confermare la limitatezza delle nostre risorse attentive e la ridotta influenza dell’allenamento. Svolgere due compiti contemporaneamente è in alcuni casi un’abitudine condivisa e spesso rischisa. Ricordiamo che parlare al telefonino, o scrivere un sms mentre si guida è pericoloso, non solo perché lo dice il codice stradale, ma anche per l’alta percentuale di incidenti causati dall’uso sconsiderato del cellulare alla guida!



foto by Nancy Wombat