lunedì 8 dicembre 2008

PSYCHO-FLASH: CEFALEA TENSIVA NEI GIOVANI

Il Journal of Pediatric Psychology ha pubblicato un'indagine condotta dai ricercatori dell'ospedale Burlo Garofolo di Trieste sulla cefalea censiva in infanzia ed adolescenza.
Si tratta di un malessere che colpisce sempre un numero maggiore di giovani causando disagi di ordine sociale e affettivo. L’incidenza di questa cefalea cronica è del 30-70% sulla popolazione, mentre la sua causa è tuttora sconosciuta.
I disturbi maggiormente correlati a questa malattia nei giovani sono disagi con forte risvolto psicologico tra cui: difficoltà nell’osservare le regole, incapacità di costruire e mantenere rapporti sociali equilibrati, gestione carente di emozioni negative quali rabbia e aggressività, umore spesso depresso accompagnato da senso di disagio, e infine difficoltà comunicative.
Fonte: Agr Foto by gettyimages

LOVE MATCHING: LE REGOLE DELL’AMORE

Una ricerca effettuata dalle Università di Oxford e di Gothenburg svela i meccanismi di scelta e presentazione personale di uomini e donne entro luoghi di ricerca del partner, siano essi siti o quotidiani di annunci. Lo studio, condotto dal professor Jorgen Johnsson, ha analizzato 400 annunci provenienti da due quotidiani (Göteborgs-Posten e Aftonbladet) e da due siti on-line (Spraydate e match.com) Uomini e donne cercano entrambi un compagno/a di bell’aspetto, anche se questa caratteristica è sottolineata più dal genere maschile. Numerose sono invece le differenze:
La donna vuole che il suo uomo sia stabile, sia dal punto di vista sociale con una buona posizione lavorativa o comunque con un buon posto in società, sia dal punto di vista economico ( primo fra tutti appare il requisito di una casa di proprietà). Per quanto riguarda l’età il trend prevalente vede le donne optare per un partner più maturo, anche se la tendenza si inverte nel caso delle over 60. L’uomo cerca una donna principalmente attraente e di età inferiore alla sua, tutti gli uomini infatti sono maggiormente propensi verso una compagna più giovane o di pari età.
I requisiti, oltre ad essere uniformi per uomini e donne, si riscontrano curiosamente nelle caratteristiche dichiarate da ciascuno : così le donne si definiscono in media attraenti e l’uomo si dichiara benestante. Ora che lo sapete, fate molta attenzione a scindere il vero da ciò che viene proposto veruna sorta di legge psicologica di mercato. Fonte: Evolutionary Psychology
foto by gettyimages

venerdì 14 novembre 2008

MUOVERSI NEL TRAFFICO

Senza l’auto non potremmo più vivere, ma una volta chiusa la portiera si è subito stressati dalla guida e dal traffico. Vanderbilt nel suo libro “Trafficologia” racconta il traffico da più punti di vista e nelle diverse culture. Siamo in autostrada, in partenza per il tanto sospirato weekend di relax, e neanche a pensarci, nonostante aver a lungo pensato all’orario migliore per partire ed evitare il traffico eccoci lì, fermi nell’autostrada intasata dal traffico. Ma oltre all’attesa infinita, guardiamo accanto a noi e miracolosamente nonché inspiegabilmente nella corsia accanto a noi le auto defluiscono tranquille. Perché? Rischiare e passare di là? Siamo in un ritardo tremendo, c’è traffico per la strada, ma scorre veloce, se non fosse proprio per l’auto davanti a noi, che si mantiene costante sui 45 km orari e non è possibile superare. Che fare? Sorpasso, manovra impossibile, anche se quei 10 secondi guadagnati sembrano importantissimi. E poi si arriva al semaforo e la macchina di fronte a noi, nonostante l0incredibile cura nel mantenersi nei limiti di velocità previsti, passa beatamente con il rosso, mentre noi, diligenti ci fermiamo… Questi sono solo due degli interminabili esempi, che sicuramente ad ognuno di voi saranno venuti in mente sul guidare e sul traffico. Fenomeni inspiegabili e quasi paradossali, che ci accadono non appena usciamo da garage, convinzioni infondate sul traffico che tuttavia guidano il nostro comportamento. Tom Vanderbilt ha raccolto opinioni di psicologi, sociologi, statistici e urbanisti per spiegare il complesso fenomeno del traffico. Ne è risultato un libro “Trafficologia. Perché le donne causano ingorghi e gli uomini incidenti mortali” (ed. Rizzoli) che aiuta a spiegare il ragionamento alla guida e a dissipare infondati pregiudizi e spiegazioni ingenue. Il traffico e l’auto, strettamente interconnessi tra loro, sono diventate ormai un elemento importante della vita dell’uomo moderno. Gioie e dolori, emozioni e elucubrazioni su questo aspetto che fa di fatto parte della vita sociale. Foto by richardmasoner

sabato 8 novembre 2008

MANCINI E INSICURI?

La rivista Personality and Individual Differences ha pubblicato uno studio che rivela che le persone mancine hanno specifiche caratteristiche rispetto ai destrimani. Lo studio è stato condotto dalla Abertay University of Dundee. Lynn Wright, autrice della ricerca, ha indagato 4 specifiche aree di personalità entro un gruppo di soggetti volontari: impulsività, inibizione, disinvoltura e introversione. I 46vsoggetti mancini hanno ottenuto punteggi significativamente differenti dai 66 destri in tutte le aree, indagate tramite test ad hoc. Le persone mancine sono infatti maggiormente insicure, e temono in misura maggiore di commettere degli sbagli sia nelle scelte quotidiane che nelle decisioni impegnative; inoltre hanno punteggi più alti di risposte ansiogene e sono maggiormente esposti al giudizio altrui, specialmente quando si tratta di critiche e commenti negativi verso di loro o il proprio operato. Wright si è poi interrogata sulle ragioni di questo scostamento: come essere certi che si tratti di caratteristiche stabilmente associate all’uso prevalente della mano sinistra? Come evitare di cadere in retaggi di stereotipi culturali e sociali? La spiegazione, a detta della ricercatrice, sta nei meccanismi cerebrali. Chi è mancino attiva in misura maggiore l’emisfero destro rispetto a quello sinistro, al contrario di quanto avviene invece nei destrimani. Questa prevalenza emisferica potrebbe portare a un tono dell’umore e a tratti di personalità tendenti all’ansia e all’insicurezza dato che l’emisfero destro è anche la sede delle emozioni negative. E’ proprio in quest’area cerebrale dove si verifica infatti il controllo degli stati edonici spiacevoli, un processo che potrebbe interferire o diffondersi sulla personalità e le valutazioni della persona. Ovviamente la ricerca condotta da Wright non può essere esaustiva ma va ad indagare in modo originale un’area che finora era stata indagata soprattutto per gli aspetti creativi che le persone mancine spesso dimostrano. Che esista per questo molto spesso un legame tra la personalità di artista e la melanconia? Aspettiamo le prossime ricerche! Foto by gettyimages

giovedì 6 novembre 2008

BUON ALLENAMENTO A RITMO DI MUSICA

La musica influisce positivamente non solo sul nostro umore ma anche sulle nostre prestazioni fisiche. Ogni tipologie di allenamento e di esercizio richiede un adeguato sottofondo musicale, in modo da migliorare le performances. Sono le conclusioni a cui è giunto il Dr. Costas Karageorghis e il suo tema della Brunel University di Londra. Entrando in palestra si è accolti spesso dalla musica. Ma il sottofondo sonoro non deve essere considerato semplicemente un decoro, una scelta estetica per coprire i rumori degli attrezzi ed accompagnare le nostre fatiche al tapi roulant. La musica influisce positivamente sulle performances atletiche, basta trovare il ritmo giusto in relazione all’esercizio da svolgere e al nostro stato fisico. La musica in altre parole dà la carica, ma questo era già noto. Sono stati però recentemente studiati i meccanismi alla base di questo fenomeno. Il primo a analizzare scientificamente il fenomeno è stato Daniel J. Levitin, neuroscienziato e direttore del “Laboratory for music perception, cognition and Expertise” presso la McGill University. Dagli studi di Levitin è emerso che durante l’ascolto di brani musicali il cervello produce una risposta chimica, ossia modificazioni dei livelli di dopamina che influiscono su battito cardiaco, respirazione e sudorazione. Il Dr. Costas Karageorghis, esperto di psicologia dello sport, in collaborazione con la Brunel University di Londra, ha provato ad applicare le precedenti scoperte di Levitin al mondo dello sport e del fitness. Ha sottoposto 30 volontari ad esercizi fisici in una palestra, facendogli ascoltare contemporaneamente canzoni pop rock. Ha così ottenuto performances migliori del 15% in termini di resistenza fisica (con punte intorno al 20%). La ricerca di Karageorghis ha inoltre cercato di individuare i generi più indicati: infatti, non tutte le tipologie di musica risultano adatte ma vanno pensate in relazione all’età e alla tipologia di allenamento. Non si deve dunque pensare che vada bene solo una musica veloce e ritmata. Per esempio, un ritmo lento aiuta le persone anziane, ma non solo, a compiere movimenti più armoniosi, e a terminare gli esercizi più facilmente. Se vuoi saperne di più riguardo gli effetti della musica sulle funzioni cerebrali leggi “Effetto Vivaldi” Foto by mikebaird

EMPATIA FEMMINILE

Si lo sappiamo, il tema dell'emapatia è un argomento molto studiato e discusso dalla psicologia, ma le neuroscienze, corrente di pensiero che domina gli anni attuali, sta rapidamente riesaminando molte delle tematiche principe della disciplina con un insight nuovo. Ecco allora che si le donne sono più empatiche deggli uomini, ma ecco soprattutto come ciò avviene e perchè.
La rivista BMC Neuroscienze ha infatti pubblicato i risultati di una ricerca, condotta dal Laboratorio di Elettrofisiologia presso l'Università di Milano Bicocca sotto la direzione di Alice Mado Proverbio.
24 soggetti, splittati equamente per sesso, sono stati invitati ad osservare una serie di 220 immagini a colori. Gli stimoli visivi potevano comprendere paesaggi, sia urbani che naturali, interni come uffici o esterni come spiagge e boschi, privi di presenza umana; oppure potevano raffigurare persone. I soggetti rappresentati coprivano un vasto range di caratteristiche, perciò erano presenti uomini e donne di età diversi, da soli o in coppie-gruppi, in varie situazioni sociali comuni, quali fare la spesa, andare in bici, fare sport, leggere o salutarsi.
I dati neurofisiologici hanno mostrato una diversa attivazione del cervello in concomitanza a stimoli differenti: la vista di soggetti umani attiva infatti entrambi i lati del cervello, con la partecipazione del giro fusiforme occipito-temporale. Tale meccanismo si rileva sia nel genere maschile che in quello femminile, tuttavia sussistono differenze significative nell'arousal.
la donna reagisce in modo iù massiccio dell'uomo e tale surplus di attivazione si traduce non soltanto in maggiori interesse ed attivazione, ma si traduce anche in stimoli rilevanti sul piano biologico e strettamente connessi all'azione e al pensiero. Tale attivazione è infatti alla base dell'empatia, la capacità di calarsi nei panni altrui e vivere le stesse emozioni dell'altro.
Il maggiore metabolismo femminile rispetto a quello maschile è supportato anche da altre ricerche recenti, tra le quali si cita la diversa reazione neuronale alla vista del pianto e della risata di bambini. Le regioni emotive coinvolte nel cervello femminile sono di più e ricevono una scossa maggiore alla vista di propri simili, tanto più quando esprimono emozioni, siano esse positive o negative.
Senza voler generalizzare troppo e ridurre i delicati meccanismi psicologici dell'empatia e del supporto affettivo ad una mera questione di chimica, possiamo con piacere osservare come quella che finora ci era stata descritta come fredda dotazione genetica e neurale abbia invece circuiti così complessi da renderci diversamente sensibili agli eventi della vita e al contatto con i nostri simili.
Sarebbe invece da abbandonare, almeno come fattore principe della speigazione, il ruolo della donna come nutrice e protettrice unica dei sentimenti, riconoscendo una volta tanto anche al genere maschile la sua natura prettamente umanistica.
foto by gettyimages

sabato 1 novembre 2008

TELEFONINO: L'ALTER EGO DI MAMMA

Uno studio condotto dal Cremit dell'Università Cattolica di Milano ha indagato tempi e modalità dell'utilizzo del cellulare da parte dei giovani, creando un loro profilo specifico. Ne è emerso che il cellulare non è uno strumento largamente diffuso e che gestisce buona parte delle relazioni sociali dei giovani, sia tra loro che con la rispettiva famiglia. Vediamo tutti i particolari della ricerca.
Lo studio è stato coordinato da Pier Cesare Rivoltella, direttore del Cremit (Centro di ricerca sull'educazione ai Media all'Informazione e alla Tecnologia) e docente di Tecnologie dell'Istruzione e ha visto il coinvolgimento di 64 giovani iscritti alle scuole superiori di Milano e aree limitrofe. La metà di loro appartiene a Licei, mentre l'altra ad Istituti professionali.
Gli strumenti utilizzati sono stati un questionario per l'individuazione delle caratteristiche di profilo e focus group mirati con partecipazione attiva da parte degli studenti e discussione delle loro dinamiche di utilizzo del cellulare.
Nello specifico, dall'analisi dei dati provenienti dai questionari è emerso che:
i giovani lo possiedono da un minimo di 4 fino a un massimo di sei anni e che la percentuale dei possessori si aggira intorno al 90%;
il telefonino viene utilizzato nell'arco di tutta la giornata;
gli scopi principali sono : messaggi, fotografie e giochi.
In sintesi si possono riassumere i risultati dicendo che non esistono differenze marcate tra studenti licceali e professionali e che il telefono viene concettualizzato in modo analogo da entrambi i target: è uno strumento utile ma allo stesso tempo invasivo per il mantenimento della rete sociale.
Rispetto ai propri amici e coetanei, i giovani preferiscono essere sempre reperibili pur di mancare ad occasioni sociali e ritrovi da loro ritenuti molto importanti per il mantenimento delle proprie relazioni amicali e di conoscenza.
Rispetto ai genitori invece pare stagliarsi una nuova area di controllo e complicità insieme. Si parla a tale proposito di telemothering per indicare il fenomeno per cui il giovane rinuncia a parte della propria libertà ed indipendenza "telefonica" per pattuire uscite e ritardi controllati dal contatto telefonico con i propri genitori.
Le sfide educative, come sostiene Rivoltella stesso, devono ora confrontarsi con questo uso massiccio ma begoziato del cellulare e insegnarne un uso san e consapevole.
foto by gettyimages

domenica 26 ottobre 2008

PSYCHO-FLASH: PERSONE CALDE

La rivista Science riporta la ricerca di un gruppo di studiosi della Yale University, secondo cui il calore fisico sarebbe correlato con la generosità.
Percepire oggetti caldi, come ad esempio tenere tra le mani una tazza di caffè fumante, predisporrebbe infatti le persone ad essere maggiormente apeerte e generose nei confronti degli altri. Il calore infatti stimolerebbe una visione maggiormente positiva dell'altro.
Si tratta di un altro studio che, partendo da un punto di vista differente da quello esposto in un recente articolo, fornisce un legame tra le sensazioni e le predisposizioni di personalità, un filone che la ricerca psicologica vede oggi più che mai come fruttuoso.
foto by gettyimages

L'ATTRAZIONE DELL'ALTRUISMO

Uno studio riportato sul British Journal of Psychology ribalta le classiche considerazioni sulla scelta del partner: l'altruismo, al pari di altre caratteristiche, stimolerebbe o meno la scelta di un'eventuale compagno. Insomma la forza e la capacità di sopravvivenza vanno di pari passo con la capacità di aiutare gli altri e, a quanto pare, non si tratta più soltanto di una caratteristcia femminile. Vediamo meglio di cosa si tratta.
Tim Phillips, assieme ad un equipè di biologi dell'Università di Nottingham, ha scoperto che l'essere altruisti risulta essere una dote altamente attraente. Intervistando circa 1000 persone la caratteristcica dell'altruismo ha infatti ricevuto una grandissimo numero di selezioni come caratteristica rilevante nella scelta del partner, e tale caratteristica ha guadagnato addirittura il primo posto quando si esaminano i soli dati femminili. La donna apprezza infatti l'uomo che dimostra proposività e aiuto nel confronto di altri.
Dai dati raccolti da 170 coppie sono emersi riaultati in direzione con le ipotesi dei ricercatori: la caratteristica dell'altruismo è sì attraente, tuttavia ha un grado di interesse variabile a seconda della posizione dell'altruismo nella scala dei valori di ciascuno. Ovvero, se si chiedeva alle persone di indicare l'importanza da loro attribuita all'altruismo, si poteva notare che le coppie risulatavano in sintonia tra loro: persone con alta attenzione alla generosità verso il prossimo tendevano a scegliere partner con analoghe caratteristiche, mentre chi aveva scarsa sensibilità verso l'argomento sceglieva compagni/e a loro volta meno propensi all'altruismo.
Arrivare ad ipotizzare che l'altruismo sia un meccanismo forte della selezione naturale è forse eccessivo rispetto ai dati presentati, tuttavia i ricercatori hanno evidenziato come siano più di una e come varino a seconda delle caratteristiche personali di ognuno i fattori che influiscono sulle scelte sessuali delle persone. Essere sempre più consapevoli dei meccanismi primordiali checi muvono ci può portare a scelte e decisioni sicuramente più consapevoli.
foto by gettyimages

IL FREDDO DELLA SOLITUDINE

Su Psychological Science è di recente apparso un'interessante studio che correla il carattere freddo e la tendenza a perecpire una temperatura inferiore alla solitudine delle persone. Lo stato psicologico influenzerebbe pertanto la percezione della temperatura. Vediamo come i ricercatori sono giunti a queste conclusioni.
I ricercatori della Rotman School of Management dell'University of Toronto hanno condotto due esperimenti per mostrare come l'isolamento e l'ambiente scarsamente accogliente influiscano sulla temperatura delle persone.
Il primo esperimento prevedeva che i partecipanti ripensassero a due precise esperienze vissute in passato: una doveva riguardare un episodio di coinvolgimento sociale, mentre l'altra al contrario uno stato di esclusione. Per ciascuno di questi avvenimenti veniva chiesto di indicare la temperatura dell'ambinete esterno in cui i soggetti si trovavano durante l'episodio. le valutazioni delle persone hanno mostrato di avere un'ampia gamma, con temperature che oscillavano tra i 20 e i 40 gradi centigradi.
Associando le situazioni simili, i ricercatori hanno potuto notare che le temperature più basse venivano riferite in modo significativamente maggiore da quei soggetti che erano anche i più soli e soggetti ad isolamento sociale.
Il secondo esperimento ha permesso di portare ulteriori dati in favore dei primi risultati emersi: questa volta però i partecipanti si confrontavano con una situazione costruita ad hoc in laboratorio. Ai soggetti veniva chiesto di giocare tra loro a pallone via computer, il programma tuttavia era studiato per offrire maggiori occasioni di gioco agli uni rispetto agli altri. Alla fine della sessione si chiedeva alle persone se preferivano consumare bevande calde o fredde.
Anche in questo caso chi aveva ricevuto meno volte la palla, aveva pertanto partecipato molto poco e aveva vissuto una situazione di esclusione dal gioco preferiva bevande calde in misura maggiore di chia aveva invece avuto numerose occasioni di coinvolgimento. Secondo i ricercatori la spiegazione va ricercata nel fatto che le persone che si sentono isolate, percepiscono maggiormente freddo e hanno pertanto maggiore desiderio di alimenti caldi, in grado di compensare la spiacevole sensazione di freddezza.
Lo studio, oltre al suo notevole interese per aver messo in collegamento aspetti psicologici e aspetti fisici in modo innovativo, a parere dell'autrice possiede anche il pregio di evidenziare come etichette comuni servano in modo duplice a definire sia la personalità che la sensorialità di una persona, secondo canali preferenziali che derivano probabilmente da fonti neurali o di azione comuni.
foto by gettyimages

giovedì 23 ottobre 2008

CERCARE NUOVI AMICI CON MODERAZIONE

Cercare amici sul web, attraverso i siti di social network, può creare dipendenza. La ricerca spasmodica di nuovi contatti può infatti determinare una sensazione di rifiuto e di isolamento. Il 10% della popolazione è a rischio di “friendship addiction” secondo Smallwood, perché avere nuovi amici è naturalmente bello e piacevole, ma attenzione: con moderazione! Con quasi 60 milioni di utenti Facebook , il sito di social network che ti permette di ritrovare vecchi amici e compagni di scuola, sta diventando una vera e propria mania. Dopo il raduno di Roma, si è tenuto ieri a Milano il secondo ritrovo italiano degli iscritti. Secondo gli organizzatori si sono presentati in 15 mila, cifra che non deve stupire se si pensa che solo a Milano gli iscritti sono circa 60 mila. Facebook rientra nella categoria delle innovazioni del Web 2.0, permette di creare dei contatti, ritrovare nuovi amici e di creare nuove amicizie. Ma il fenomeno può acquisire anche aspetti negativi. Lo psicologo britannico David Smallwood, un vero guru in Inghilterra, mette in guardia contro i rischi celati dietro Facebook, in un articolo ad ampia divulgazione pubblicato sul “Daily Mail”. Gli studi condotti sui social networks mostrano come essi stiano di fatto diventando un sostituto dei legami famigliari. In Gran Bretagna, dove i legami familiari stanno perdendo importanza, i social networks trovano terreno fertile. Smallwood infatti ritiene che il passo sia breve tra avere contatti e diventare dipendente dalle amicizie on-line. L’acquisizione di nuovi amici genera automaticamente e quasi per tutti un processo di assuefazione, a cui va aggiunto il meccanismo della desiderabilità sociale poiché si può essere giudicati in base a quanti amici si ha on-line. Alla “friendship addiction” (tradotto in italiano “amico-dipendenza”) sarebbe vulnerabile ben il 10% della popolazione, con una spiccata preponderanza per le donne, la cui autostima è più facilmente influenzabile dai rapporti sociali. Chi è più insicuro e con livelli di autostima più bassi può incorrere nel rischio di sentirsi respinto e conseguentemente di isolarsi ulteriormente.
foto by luc legay

mercoledì 22 ottobre 2008

SOSTEGNO PSICOLOGICO PER LA CRISI FINANZIARIA

La crisi economica attuale determina ansia e paure. Gli psicologi italiani rispondono con un numero verde per le psicoemergenze. Ma negli Stati Uniti si parla già di ‘money disorder’. Il crollo delle borse mondiali e la perdita di milioni di dollari (e di euro) per migliaia di risparmiatori genera inevitabilmente delle apprensioni. Anche nel Bel paese, nonostante i tentativi di rassicurazione, la difficile situazione economica inizia a farsi sentire ed inevitabilmente a far paura. Ciò determina che gli effetti non si facciano sentire solo sul peso del portafoglio, ma anche a livello psicologico. La paura riguardo le risorse economiche, d’altra parte, fa parte della natura dell’uomo moderno, a maggior ragione per noi italiani, tradizionalmente un popolo di risparmiatori. Come spiega Enrico Molinari, presidente dell’Ordine degli Psicologi della regione Lombardia, le questioni economiche sono strettamente legate all’identità e alla famiglia, cosicchè “Se si tocca il risparmio, si tocca l'autostima e si possono generare paure per il futuro e timori di un impoverimento incontrollabile". Va aggiunto inoltre la presenza costante sui media di questo tema, che incrementa paure anche non reali, come esplicita chiaramente Molinari: ‘A pranzo e a cena ci nutriamo di notizie catastrofiche sul caos dell'economia mondiale. E se i più positivi e creativi restano a galla, questi messaggi deprimono le persone predisposte’. Negli Stati Uniti, dove è partita la crisi, sono già stati fatti studi al riguardo, ed è emerso che una persona su sette soffre del cosiddetto ‘money didorder’. L’Apa (American Psychologist association), promotrice dello studio, ha intervistato un campione di 7.500 persone. I sintomi del ‘money disorder’ sono depressione, rabbia, irritabilità e in alcuni casi insonnia e problemi di alimentazione. In Italia è stato già attivato un numero verde, per aiutare i cittadini in casi di psicoemergenze. Chiamando il numero verde 800430400, vi risponderà una task force di esperti, pronti ad aiutare cittadini intimoriti dal crack finanziario. Foto by MotherPie

martedì 21 ottobre 2008

PSYCHO-FLASH: presentati allo Smau nuovi sensori per attivita' biometriche

Eurotech ha presentato allo Smau Bionet
Bionet è una rete di dispositivi e sensori che rilevano e monitorano le attività biometriche del corpo. Questo nuovo strumento sarà utile nei settori relativi alla prevenzione e sicurezza sul lavoro: poiché grazie alla misurazione dei parametri fisiologici, sarà possibile monitorare il grado di stress di lavoratori in ambienti rischiosi. Foto by Michele Ficara Manganelli

MANAGEMENT DELLA CREATIVITA'

Negli ultimi anni è stata data sempre maggiore rilevanza al ruolo della creatività nelle organizzazioni aziendali. Sembra infatti condivisa dai più che la creatività sia alla base dell’impresa. Gli studi sulla creatività sono nati essenzialmente nell’ambito dell’antropologia, della sociologia, della psicologia e delle neuroscienze, e da ultimo sono stati trasferiti alle discipline economiche. Un esempio del crescente interesse verso la creatività sono i due giorni di colloquia proprio a riguardo di questo tema svolti presso la Harvard Business School. Il convegno ha coinvolto docenti e rappresentanti di aziende il cui nome è intrinsecamente legato alla creatività )come Google o IDEO). Partendo dalla definizione di creatività di Teresa Amabile (docente di sociologia presso la Harvard Business School), che descrive la creatività come la capacità di creare qualcosa di nuovo ed appropriato, sono stati discussi e sviluppati le seguenti tematiche, di cui riportiamo i punti salienti:

Incoraggiare la collaborazione: il ‘mito dell’inventore solitario’ può essere considerato ormai superato. Al giorno d’oggi i progetti più creativi si sviluppano a partire dalla collaborazione di più partecipanti. Il team deve essere organizzato non in modo gerarchico, ma sulla base di una struttura orizzontale, dove tutti gli elementi sono interdipendenti tra loro. Quando il team è composto ad hoc per il progetto, è necessario utilizzare tutti i mezzi per stimolare la creatività e coordinare lo sviluppo di nuovi prodotti. Gli strumenti sono svariati: dalle nuove tecnologie, alle metafore ed analogie, dalle storie ai prototipi, dei veri e propri ‘coordination totems’ (dalla definizione di Victor Seidel, dell’University of Oxford’s Saïd Business School) per la coordinazione dei pensieri.

Utilizzare differenti punti di vista: il team deve essere composto da diverse professionalità. La condivisione di apporti provenienti da molteplici discipline, diversi background e esperienze facilitano lo sviluppo di novità. Può essere così necessario anche affidarsi a risorse esterne all’azienda.

Motivare il team: la motivazione delle persone che si occupano di ricerca e sviluppo di nuovi prodotti è cruciale e vitale al fine di ottenere un prodotto creativo. Questo è possibile in un clima in cui le persone possano sentirsi libere ed indipendenti. Con questo si intende libertà di scegliere e programmare i progetti in base ai propri interessi e capacità, ed indipendenza anche dal punto di vista degli orari. Sebbene gli incentivi monetari possano essere d’aiuto, è più importante la sfida intellettuale, l’indipendenza ed una sincera approvazione da parte della sfera dirigenziale.

Imparare dagli errori: gli errori devono essere considerati come fonti di conoscenza e come possibilità di miglioramento. Poiché è facile incorrere in scelte sbagliate in fase di progettazione, è meglio considerarne la possibilità piuttosto che eliminarli dal possibile panorama aziendale. Questi accorgimenti aiutano ad instaurare un clima di stabilità e sicurezza psicologica

Il ruolo del leader: il manager dovrà innanzitutto mappare il processo e riconoscere le differenti fasi, mettendo a disposizione le tecnologie necessarie. Dovrà porsi nei confronti del proprio team di ricerca e sviluppo, come un ‘pastore’, che guidi il suo gruppo proteggendolo da un potenziale contesto ostile. E’ necessario che venga creata una struttura interagente, un network di unità, senza l’intervento di ‘forme burocratiche’. Il manager dovrà aiutare il team di ricerca e sviluppo, adottando un atteggiamento motivatore e non indagatore: porre le domande nel modo giusto e apprezzare il lavoro del team. Tuttavia il manager dovrà anche acquisire un ruolo meno benevolo e scartare le idee e il materiale che non offre potenzialità. Questa funzione di scelta può essere però delegata a filtri esteri l’organizzazione. Infine il manager dovrà sforzarsi di integrare i contributi provenienti dai vari settori ed elementi in modo da creare un tutt’uno omogeneo. E’ questa la vera sfida per il manager, ossia muoversi ed esercitare la propria leadership in un contesto ambiguo ed incerto dove non sono chiari i ruoli. Per leggere l’articolo originale clicca qui Foto by Lessio

lunedì 20 ottobre 2008

SOGNI IN BIANCO E NERO

La televisione non solo influenza il nostro modo di vivere e di comportarci, ma ci condiziona anche durante il sonno. Secondo Eva Murzyn, gli anziani non sognano a colori, ma in base alla scala di grigi. I sogni sono uno dei concetti psicologici più affascinanti e tra i più indagati e teorizzati. Questa volta però non discuteremo su quale teoria riesca a descrivere meglio l’origine dei sogni, ma ci limitiamo a raccontarvi un’interessante ricerca che sottolinea la forte influenza dei mass media sulla nostra vita e per questo anche sui nostri sogni notturni. Eva Murzyn, ricercatrice presso l’Università di Dundee, in Gran Bretagna, ha condotto un’indagine su di un campione di 60 soggetti, tra i 25 e i 60 anni, riguardo i sogni. Ai soggetti è stato chiesto di compilare un questionario sui propri sogni e di indicare a che tipo di TV fossero stati maggiormente esposti da piccolo (in bianco e nero o a colori). L’ipotesi della Murzyn è che la tv influenzi profondamente il nostro modo di pensare, e di riflesso, anche di sognare. I risultati (considerando tuttavia un campione piuttosto esiguo) sembrano confermare la sua ipotesi, o quantomeno identificare una tendenza. E’ risultato infatti che solo il 4,4% degli under-venticinque, cresciuti quindi con una televisione a colori, sogna in bianco e nero, mentre il 25% degli ultra-cinquantenni sogna in base ad una scala di grigi, poichè sono stati esposti per più lungo tempo a programmi televisivi in bianco e nero. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista ‘Consciousness and Cognition’ e ripreso ripreso dalla rivista britannica ‘New Scientist’. Sembrerebbe dunque che la televisione influenzi profondamente il nostro modo di pensare, anche se rimane aperta una questione: perchè ha maggiore influenza la televisione vista da piccolo? Si può parlare anche in questo caso di una sorta di ‘fase critica’ in cui i sogni vengono influenzati dagli stimoli che riceviamo? Foto by degraTM

DISORDINE E SCELTE POLITICHE

L’arredamento della stanza riflette l’inclinazione politica del proprietario. Secondo i curatori dell’articolo pubblicato su ‘The Journal of Political Psychology’ i simpatizzanti di destra hanno stanze più ordinate, al contrario i disordinati sono tendenzialmente di sinistra. Dalla stanza di una persona è possibile capire che tendenze politiche abbia? Secondo Dana Carney, Sam Gosling e John Jost, sì. Hanno infatti rilevato che i conservatori amano uffici e stanze ordinate ed illuminate, con calendari e bandierine; mentre i liberal-democratici hanno stanze disordinate, piene di libri e molto colorate. I tre ricercatori ( Dana Carney è assistente alla Columbia University's Business School di New York, Sam Gosling è professore di psicologia all'Università del Texas e John Jost della New York University) hanno condotto un’indagine che ha coinvolto 76 studenti e 94 professori di college, indagandone preferenze politiche ed atteggiamenti, e dei quali sono state ispezionate le stanze. L’ipotesi da cui sono partiti è già da tempo condivisa, ossia che alcune caratteristiche di personalità siano legate alle preferenze politiche. Anche le dimensioni di apertura mentale e coscienziosità indagate dal famoso Big Five Questionnaire offrono importanti indicazioni dell’orientamento politico delle persone. L’articolo ha tuttavia già suscitato un ampio dibattito nella comunità scientifica. Foto by fullo

mercoledì 15 ottobre 2008

ASCOLTA IL TUO OROLOGIO BIOLOGICO: RICORDERAI DI PIU'

Attenzione ai viaggi transcontinentali: alterando i ritmi circadiani di sonno e veglia è possibile determinare brevi perdite di memoria. Tutta colpa del neurotrasmettitore Gaba, che inibisce l’attività cerebrale, come spiega il ricercatore della Stanford University Norman Ruby. Durante il giorno attraversiamo fasi e momenti in cui naturalmente ci viene fame o ci viene sonno. Questi processi essenzialmente fisiologici si ripetono durante il corso del giorno in modo ciclico e per questi sono stati denominati circadiani (il più noto è l’alternanza sonno-veglia). Da tempo si ritiene che processi cognitivi elevati, come memoria ed apprendimento, siano inscindibilmente legati ai ritmi circadiani, che con il loro ciclo continuo li influenzano. Norman Ruby, ricercatore presso la Stanford University in California, ha testato per la prima volta questa ipotesi. L’esperimento è stato svolto per il momento esclusivamente su animali (nel loro completo rispetto e senza causare loro danni o sofferenza). Criceti con ritmi alterati avevano difficoltà a ricordare il proprio ambiente. E’ stato così dimostrato che l’interruzione dei ritmi circadiani provoca difficoltà nel ricordo. La sensazione non dovrebbe essere sconosciuta a molte persone, che per esempio hanno effettuato voli transcontinentali. Il lungo volo (con continui addormentamenti e risvegli), unito alla differenza di fuso orario una volta arrivati a destinazione, aumenta la sensazione di confusione, tanto che è facile non ricordarsi se si è a casa o in una stanza d’albergo. Ma a cosa è dovuto questo fenomeno? Ruby ha dimostrato che queste amnesie temporanee sono legate al rilascio eccessivo del neurotrasmettitore cerebrale Gaba. Questo neurotrasmettitore, infatti, inibisce l’attività cerebrale e dunque, un’alterazione dei ritmi circadiani ne determina una maggiore concentrazione con conseguente minore ricordo. Sebbene la maggior parte delle ricerche sul prolungamento dello stato di veglia, dimostrino che le capacità d’apprendimento (soprattutto di concetti complessi) non risultino modificate, questa ricerca mette in guardia sui possibili effetti nocivi dell’alterazione del nostro “orologio biologico”. Ruby ipotizza che proprio l’alterazione dei ritmi circadiani sia alla base del deterioramento delle capacità mnestiche durante l’invecchiamento. Questa ipotesi, ed i suoi risvolti medici, è tuttavia ancora da esplorare. Foto by Manuel Millway

lunedì 13 ottobre 2008

IL LEADER NARCISO

Il narciso vuole emergere, diventare leader e essere sempre al centro dell’attenzione. Spesso le persone che lo circondano lo lasciano acquisire posizioni di potere, affascinate dale sue parole, ma una volta a capo di un gruppo si rivela del tutto inefficace. La ricerca di Amy Brunell, delinea caratteristiche positive e negative del narciso moderno, sottolineando quanto spesso possa capitare di incontralo nella vita quotidiana. Narciso era un bellissimo giovane, di cui tutti si innamoravano alla follia. Egli, tuttavia, preferiva passare le sue giornate cacciando, non ponendo attenzione delle sue ammiratrici, che rifiutava incurante delle loro pene. Tutte le giovani disprezzate da Narciso, invocarono la vendetta degli dei, cosicché Narciso venne condannato ad innamorarsi della sua immagine riflessa nell’acqua. Disperato perché non avrebbe potuto soddisfare la passione che nutriva, si struggeva in inutili lamenti, e resosi conto dell'impossibilità del suo amore Narciso si lasciò morire. Oltre al mito greco, il narciso lo possiamo trovare tutti i giorni accanto a noi, sui banchi di scuola, al lavoro o in un circolo. Amy Brunell, docente di psicologia presso la State University di Newark (Ohio), ha indagato la personalità narcisistica, descritta nel dettaglio sul ‘Personality and Social Bullettin’. Il narciso non solo è profondamente innamorato di se stesso, ma è guidato da un profonda ricerca di successo. La Brunell ha, infatti, osservato che, in un gruppo ‘senza capo’, il narcisista tende naturalmente a prendere in carico su di sé le responsabilità. Non solo, gli altri membri del gruppo lasciano facilmente a questi personaggi la poltrona del potere, poiché li vedono capaci ed intraprendenti, insomma adatti a guidare gli altri. Non c’è però da stupirsi, i narcisi, sono socievoli, estroversi amano essere al centro dell’attenzione, esagerando i loro talenti e le loro abilità ed attirando facilmente i favori altrui. Ma c’è dell’altro. La ricerca, sviluppata in tre studi differenti che hanno coinvolto una campione di 432 studenti e di 153 ha evidenziato che i narcisisti hanno una naturale inclinazione a proporsi come capi, ma che, una volta messi alla prova, non riescono a portare a termine i propri compiti. “Tanto fumo e niente arrosto”: i narcisi non sono efficienti. L’inefficienza del narciso viene però scoperta solo dopo che la frittata è stata fatta. Il narciso è abile, sa sembrare un vero leader, e per questo sfugge anche all’osservazione di persone specializzate, che li vedono come naturali leader. La tendenza all’inefficacia, infatti è stata confermata anche nel campione di manager. Il problema essenziale è la predisposizione al rischio di queste persone, che possono quindi determinare con le loro scelte veri e propri disastri. I risultati dello studio sono ampliabili anche alla popolazione di coloro che detengono le alte sfere del potere, e, per richiamare l’attualità, anche a persone che lavorano in borsa! Foto by pingendiartifex

lunedì 8 settembre 2008

MADRI PIU' ATTENTE CON IL PARTO NATURALE

Far nascere il bambino con un parto naturale facilita l’instaurarsi del rapporto madre figlio. Secondo i ricercatori del Child Study Centre della Yale University, gli ormoni rilasciati durante il parto naturale influiscono sul rapporto madre e figlio. Il dibattito tra i sostenitori del parto naturale e i sostenitori del cesareo è da lunghi anni aperto. Certo è che nella società moderna, a causa dell’innalzamento dell’età media delle madri, la tendenza è quella di preferire il cesareo a quello naturale. Tuttavia, secondo una recente ricerca della Yale University, il parto naturale sarebbe da preferire poiché faciliterebbe la relazione madre figlio. Questo è dovuto non all’esperienza difficile e nello stesso tempo magnifica della nascita, ma a causa degli ormoni rilasciati durante il parto. James Swain e il suo gruppo di ricercatori del Child Study Centre della Yale University, ha monitorato un gruppo di madri per 30 giorni dopo il parto naturale, utilizzando tra gli altri strumenti la risonanza magnetica funzionale. In particolare lo studio ha riguardato l’ormone ossitocina, che viene rilasciato, durante il parto naturale dall’ipofisi per stimolare le contrazioni. Il suo effetto però non terminerebbe qui, ma si protrarrebbe anche dopo il parto facilitando l’attaccamento madre-figlio. Infatti, agendo sui nuclei lenticolari, faciliterebbe l’interpretazione da parte della madre dei segnali del bambino. Secondo questa ricerca, pubblicata sulla rivista “Journal of Child Psychology”, il parto naturale determinerebbe nella madre una predisposizione ai cambiamenti fisiologici e psicologici necessari per accudire il bambino. Nello stesso tempo lo studio getta una nuova luce sulla possibile correlazione tra parto cesareo e depressione post- partum, come spiega James Swain: “Pensiamo che il taglio cesareo alteri l’esperienza neuro ormonale della nascita diminuendo la sensibilità del cervello materno nel periodo postpartum.” . Il futuro capitolo di questa ricerca potrebbe dunque essere l’analisi delle aree cerebrali attivate a seguito del parto cesareo e la loro influenza sulla depressione post-partum.
Foto by Absolete

giovedì 24 luglio 2008

L’AMORE? VIENE COL TEMPO

La ricerca sicuramente più curiosa è quella pubblicata sul British Medical Journal a opera dell’Istituto di Neuroscienze di Goteborg. L’amore, lungi dall’affievolirsi con l’età, pare aumentare negli ultrasettantenni che dichiarano di avere una libido più libera e una vita sessuale più soddisfacente. Vediamo i dati.

La ricerca è stata condotta su 1500 intervistati negli ultimi trent’anni, un campione ingente, compatto nelle proprie risposte. Il sesso? Di più e meglio in età anziana. Il fenomeno però pare recente, infatti le settantenni di oggi sono, al pari delle loro coetanee di settant’anni fa, più soddisfatte e più aperte alle esperienze sentimentali e vivono meglio il rapporto con il proprio corpo.

Se non bastasse, i ricercatori hanno stilato delle percentuali relative al numero di rapporti col passare del tempo, che sono cresciuti sia nel caso di soggetti coniugati, che nel caso dei single. I dati sono stati raccolti in tre momenti:
1 primo colloquio (1971): soggetti nati tra 1901-1902
2 secondo colloquio (1976): soggetti nati tra 1906-1907
terzo colloquio (1992): soggetti nati nel 1922
Le percentuali sono visibili nella tabella:


Le differenze non sono soltanto relative alla quantità d’amore ma anche alle percezioni dei soggetti. Il miglioramento maggiore lo rivelano le donne che raggiungono più facilmente e più volte l’orgasmo, mentre gli uomini registrano un abbassamento dell’ansia da prestazione.

Al di là dei numeri, questa ricerca ci dice che forse forse tutte quelle storie sull’amore eterno non erano tavolette. E se proprio amore eterno non sarà., per lo meno si preannuncia piacevole.

Foto by gettyimages

mercoledì 23 luglio 2008

PSYCHO-FLASH: SI LAUREA A 92 ANNI!

Il traguardo di Adriana Jannilli va ricordato per la sua tenacia e la sua dedizione: dopo aver già conseguito due lauree, una in Lingue Orientali e l’altra in scienze Economiche, l’età non ha scoraggiato la pluri-dottoressa.

La tesi di laurea è stata regolarmente discussa dalla novantenne e il suo argomento è relativo, cosa che ci fa ovviamente molto piacere, alla Psicologia delle organizzazioni nell’ambito della pubblica amministrazione. Nello specifico la tesi ha ripercorso le tappe dell’emencipazione femminile nell’ambito del lavoro.

I nostri migliori complimenti alla neo-laureata!

Foto by gettyimages

martedì 22 luglio 2008

PSYCHO-FLASH: ITALIANI EQUILIBRATI

Sono stati recentemente pubblicati i dati relativi a un sondaggio condotto dalla Doxa-Aequilibrium sullo stato di equilibrio e benessere percepito dagli italiani.

E’ emerso che ben 9 persone su 10 si dichiarano in equilibrio con se stesse, tuttavia si rilevano variazioni in base all’età. I più a rischio sono i giovani adulti tra i 25 e i 34 anni, mentre nella fase 15-24 e in persone oltre i 55 anni il grado di equilibrio è maggiore.

I risultati hanno inoltre stilato una classifica degli eventi maggiormente stressanti e di quelli invece che favoriscono un buon benessere: tra i primi incidono soprattutto il rapporto con il cibo e le relazioni affettive; queste ultime però, unite alla possibilità di parlare e sfogarsi con altre persone fanno anche parte dei fattori di resilienza. L’attività fisica, lungi dal venire dimenticata occupa una buona posizione nella top ten, il che ci rimanda un po’ all’antico adagio greco mens sana in corpore sano.

Foto by gettyimages

PSICOANALISI DEL BISOGNO SOCIALE

L’immagine della psicoanalisi moderna sta cambiando: gli insegnamenti di Freud e Lacan ora si aprono a un pubblico più vasto e permettono a chi si trova in difficoltà di confrontarsi con se stesso. L’iniziativa nasce ad opera dell’Istituto freudiano di Roma e Milano che ha aperto rispettivamente nelle due città i centri di ascolto CeCli. Ecco di cosa si tratta.

I CeCli sono centri clinici di psicoterapia e psicoterapia applicata che offrono ai cittadini la possibilità di accedere a un ciclo di 10, massimo 15, sedute di terapia, sopperendo spesso alla povertà di servizi offerti dal sistema sanitario nazionale. Le sedute sono gratuite e spesso bastano da sole a risolvere il problema, quando invece il caso sia più grave o richiede del tempo è possibile proseguire gli incontri presso lo stesso servizio o liberamente presso altri professionisti.

L’iniziativa nasce dalla domanda molto diffusa, ma difficile da esprimere della buona parte dei cittadini, per la maggioranza appartenenti al ceto medio, che vivono con difficoltà e malessere la crisi sociale odierna, a partire dalle difficoltà economiche e di qualità della vita per arrivare alla mancanza di punti di riferimento.

Ma chi accede a questo servizio? Sicuramente sono in molti: il solo centro milanese registra dalla data della sua apertura (cinque mesi fa) oltre cento richieste delle quali già 60 sono state accolte. La maggioranza degli utenti sono di sesso femminile, ma anche gli uomini apprezzano la possibilità (40% dell’utenza).

La tempistica è particolare, trattandosi si una terapia breve a breve termine: non ci sono incontri bi o tri-settimanali, ma scadenze decise caso per caso volte a sfruttare al meglio le occasioni limitate di incontro.

Le tematiche inoltre sono strettamente legate all’ambiente sociale e alla vita urbana: tra i problemi più frequenti si trovano studenti universitari in crisi da studio, lavoratori precari, fino avere e proprie patologie specifiche quale la dipendenza dallo shopping o problemi di ordine alimentare, senza contare le tossicodipendenze o malattie mentali di una certa rilevanza che il SSN non è riuscito ad assorbire.

Questa apertura della psicoanalisi al sociale, per quanto si tratti ancora di casi sporadici, fa ben pensare: è ora il momento adatto in cui aprire le scoperte e i metodi della professione verso una società bisognosa certo, ma soprattutto consapevole, ora più che nel secolo scorso, dell’importanza e della forza del lavoro su se stessi e sulla propria regolazione.

Foto by gettyimages.

lunedì 21 luglio 2008

PSYCHO-FLASH: VIRTUALE BATTE REALE?

Il dilagare di strumenti di comunicazione e di simulazione come videogiochi e cellulari sembra essere per molti un problema che rischia di avere ripercussioni sulla salute e il benessere mentale, in particolar modo dei giovani.

Ne è un esempio la nuova mania dell’IPhone della Apple, ma questo è soltanto uno dei molti strumenti a disposizione, a partire dai telefonini ad uso computer e dalla playstation portatile.
Secondo Massimo di Giannantonio della Società Italiana di Psichiatria è particolarmente duro sul tema: senza regole specifiche di utilizzo, imposte dagli stessi gestori o dai genitori dell’adolescente, gli strumenti di gioco e di immersione virtuale rischiano di portare a vere e proprie sostituzioni dei vissuti cognitivi ed emotivi e portare ad un isolamento potenzialmente dannoso entro il mondo virtuale.

Demonizzare in toto questi strumenti non è possibile, molto si può invece fare per l’educazione all’uso corretto e per lo sfruttamento delle potenzialità di questi strumenti in direzione dell’incremento, non dell’impoverimento, delle facoltà dei giovani. Con un occhio di attenzione: se è vero che la fascia maggiormente a rischio è quella della prima adolescenza. È anche vero che queste piccole, si passi il termine, manie stanno diventando sempre più appannaggio dei giovani adulti, un trend tutt’altro da sottovalutare.

Foto by gettyimages

domenica 20 luglio 2008

5 ANNI PER ESSERE FELICI


La felicità è un'emozone fondamentale della vita, che oscilla nel corso di essa in base agli eventi. Ma dopo un grave lutto o una grave crisi, sebbene sia difficile, si torna a sorridere. Qual è il tempo necessario? Una scrupolosa ricerca, condotta in Germania da due economisti e due psicologi, sulla felicità, svela che dopo circa 5 anni torniamo ad essere contenti.


Durante il corso della vita, subiamo delle oscillazioni della felicità. A volte alcuni eventi o circostanze ci fanno "volare", mentre altre situazioni fanno precipitare il morale a terra. Ma quali sono gli eventi che maggiormente incidono sul nostro grado di felicità? In che misura e in che modalità? Per quanto subiamo il loro effetto?

E' quello che si sono chiesti Andrew Clarck, Yarmis Georgelis, Ed Diener e Richard Lucas, i primi due economisti, mentre i secondi psicologi.


La Ricerca. Hanno condotto uno studio longitudinale della durata di 20 anni, in cui sono state intervistate più di 10.000 persone tra i 16 e gli 80 anni.

Per misurare la felicità si è tenuto conto delle oscillazioni del grado di soddisfazione negli anni che precedono o seguono eventi positivi o negativi. In particolare sono stati presi in considerazione matrimonio, nascita di un figlio, perdita del coniuge, licenziamento o disoccupazione e divorzio.


I Risultati. Gli autori dello studio, pubblicato sul "The Economic Journal" sono dell'idea che ogni persona possegga un livello di felicità di base, influenzato dalla genetica e dalla personalità, a cui naturalmente si torna in seguito di eventi negativi o positivi. In altre parole possediamo un'innata capacità di adattamento che si modifica in base alle circostanze, ma che allo stesso tempo porta al punto di partenza nell'arco di circa 5 anni.

5 anni infatti è il tempo stimato dopo di che inizia la ripresa da un evento funesto, ma nello stesso tempo termina l'eccitazione a seguito, ad esempio, del matrimonio.

In particolare si osserva che gli uomini soffrono particolarmente la disoccupazione, mentre le donne il divorzio.


In conclusione siamo bravi a tornare felici, ma siamo altrettanto veloci a smettere di esserlo dpo le gioie della vita!


foto by Andrea Balducci

lunedì 14 luglio 2008

PSYCHOFLASH: QUANDO IL NEONATO SORRIDE

La rivista Pediatrics ha pubblicato un articolo relativo all’effetto del sorriso del bebè sulla propria madre, un messaggio positivo che avrebbe potere analogo a una sostanza energizzante.

Lo studio è stato coordinato da un equipe di neuroscienziati del Baylor College of Medicine di Houston presso un ospedale pediatrico del Texas. Alla ricerca hanno partecipato 28 mamme con figli di età compresa tra 5 e 10 mesi.

Alle neomamme venivano mostrate fotografie dei propri bimbi mentre sorridevano e le loro risposte neurofisiologiche venivano rilevate tramite risonanza magnetica funzionale.

Si è così potuto osservare che le aree del cervello materno che si attivano sono le medesime connesse ai meccanismi di gratificazione legate a cibo, sesso e droghe. L’attivazione di tali aree neurali del piacere produce attivazione globale dell’organismo, con effetti di tipo stupefacente.
Il sorriso del proprio figlio produce nella madre un vero e proprio effetto energizzante.

Foto by gettyimages

COMBATTERE IL FUMO A SCUOLA

Uno studio condotto dal Dipartimento di Psicologia dell’Università di Brighton, in collaborazione con Mrc Social and Public Health Sciences Unit di Glasgow ha analizzato il rapporto tra l’abitudine al fumo e la qualità dell’insegnamento e delle relazioni con il corpo docente. Ecco cosa ne è emerso.

La ricerca è stata condotta su un ampio campione, costituito da 5092 studenti appartenenti agli istituti scozzesi, con età compresa tra i 13 e i 16 anni ed è stata recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Bmc Public Hearth come studio preliminare per l’approfondimento della tematica della prevenzione al fumo. Lo scopo ultimo è quello di realizzare un efficace programma di prevenzione primaria e secondaria in età precoce, prima che il fumo diventi un’abitudine radicata.

I risultati emersi sono stati molteplici. Dapprima si sono potute mappare le percentuali di fumatori, che vedono un grande aumento delle fumatrici femminili con discesa invece dei ragazzi (39% contro il 25% dei maschi). Tali percentuali medie sono soggette a variazioni nei diversi istituti ma permane comunque il maggiore numero di ragazze.

Il fumo inoltre è favorito/ostacolato da fattori diversi in base al sesso: per i maschi incidono maggiormente il livello socio-economico e culturale proprio e della famiglia di appartenenza; per le femmine intervengono maggiormente il personale atteggiamento scolastico e l’attenzione o meno al rapporto insegnante-alunni.

Il rapporto tra docente e scolari è stato approfondito nello specifico: esso si configura come buon fattore predittivo dell’attitudine o meno al fumo. I ragazzi, sia maschi che femmine (con netta prevalenza femminile), erano maggiormente propensi al fumo se il rapporto con l’insegnante era pessimo o di scarsa qualità, se il benessere scolastico percepito era scarso e se la scuola non presentava specifica attenzione e orientamento verso i temi dell’altruismo e della cooperazione.

Tutti fattori questi passibili di divenire il fulcro di nuove ricerche volte alla creazione di un buon clima scolastico, capace di intervenire in modo maggiormente efficace nel dialogo e nella riduzione non soltanto dell’abitudine al fumo, ma anche dell’abuso di sostanze e dei comportamenti devianti e di bullismo.

Foto by gettyimages

mercoledì 9 luglio 2008

COMUNICARE TRA SESSI

Che l’attenzione alle differenze di stile e di comunicazione tra sessi sia all’ordine del giorno è ormai evidente , vista la giungla intricata e affollata di saggetti, opuscoli e romanzetti che ne parlano. Ma c’e del vero in tutto questo? Proviamo a chiedercelo.

La psicologia, dal canto suo, ha effettuato numerose ricerche sulle comunicazioni intersessi e ne sono emersi molti ed interessanti fattori, che le coppie dovrebbero tenere presente quando comunicano tra loro:

La quantità di parole usate: le donne sono più prolisse degli uomini e usano in media ventimila parole al giorno contro le settemila degli uomini. Recenti studi tuttavia mostrano che questo gap stia diminuendo, visto che l’uomo pare più propenso ad aprirsie e confrontarsia anche verbalmente con gli altri.

Le modalità comunicative: lo stile femminile è maggiormente orientato a collaborazione ed empatia, mentre l’uomo comunica assertività e usa termini maggiormente pratici, scarsi di sfumature emotive. Il che equivale a dire che la comunicazione dei sentimenti per l’uomo è ancora una campo da incrementare.

L’elaborazione delle informazioni: la mente femminile è altamente analitica, si sofferma su particolari e ha precisi riferimenti per ogni situazione, l’uomo invece predilige un’elaborazione globale, vale a dire uno sguardo d’insieme e sintetico volto alla rilevazione dei soli particolari salienti. In realtà entrambi i sessi usano ambedue le strategie, ma si notano preferenze per l’uso dell’una o dell’altra; rassegnamoci: non si ricorderanno mai come eravamo vestite bene quella sera!

Gli ormoni: oltre alle diversità strutturali, anche le concentrazioni di ormoni fanno la loro parte, soprattutto se si devono affrontare situazioni stressanti. Anche un recente saggio, no totalmente psicologico, scritto da John Gray, imputa le cause della difficile comunicazione all’attività ormonale e alla situazione ambientale difficile in cui ritrovano molte coppie, divise freneticamente tra a more lavoro e figli. Ma la soluzione non è solo qui, visto che la comprensione uomo-donna e viceversa non è fatto recente né tanto meno tipico delle veloci società occidentali.

La gestualità: anche nell’esibizione del comportamento uomini e donne sono diversi e ciò crea spesso problemi di interpretazione di reazioni o espressioni che possono degenerare in conflitto. Fare attenzione alle modalità di azione e reazione del partner e imparare a collegarle i giusti stati d’animo è sicuramente un ottimo passo in vanti nella comprensione reciproca.

Insomma i fattori che entrano in campo sono davvero molti, ma uomo e donna sono finora riusciti sempre a cavarsela. E se proprio la situazione fosse disperata, prima di ricorrere a una seria terapia di coppia vale la pena farsi due risate sul Dizionario Lui-Lei, perché si sa: ridere delle proprie paure e sfatare le rabbie sopite resta sempre il metodo migliore.

In questo articolo sono stati citati i seguenti libri:
J. Gray, Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere e sono tutti sotto stress. Continuare ad amarsi quando la vita si complica, Rizzoli
P. Occhipinti, S. Viviani, Dizionario Lei-Lui, Rizzoli

Foto by gettyimages

PSYCHO FLASH: ATTENZIONE ALA DROGA VIRTUALE

Recentemente in internet è possibile scaricare file sonori in grado di provocare effetti simili a quelli dell’assunzione di droga, semplicemente ascoltando queste melodie. Ma i rischi possibili sono molti.

Il software principale si chiama I-Doser, ma basta anche un comune programma audio multimediale e un paio di cuffie per l’ascolto. Solitamente la prima tranche è gratuita, mentre ulteriori brani vengono offerti a pagamento.

Cosa si nasconde dietro questo effetto? Tali suoni agiscono tramite speciali frequenze che vengono percepite dal cervello ma non a livello conscio; si tratta di suoni compresi tra 3 e 30 hertz che spesso, per risultare più piacevoli all’udito, vengono aggiunti o mescolati con melodie note o di tipo ritmico.

Tali basse frequenze lavorano sulla stessa lunghezza d’onda del cervello e nonostante non esitano ad oggi prove scientifiche della loro pericolosità o meno, è lecito supporre che esse interferiscano con il funzionamento mentale, in modo temporaneo o forse persino prolungato, proprio per produrre gli effetti narcotici.

Cosa si prova dopo l’ascolto? Chi l’ha provato dice di non avere avvertito sensazioni particolari durnte l’ascolto, alcuni addirittura di non aver neppure percepito dei suoni. In seguito però, pochi minuti dopo “l’assunzione” compaiono gli effetti: vanno da un lieve stato di euforia ad uno invece di rilassatezza, fino all’esaltazione o al contrario alla depressione temporanea a seconda di come reagisce ognuno (gli effetti delle droghe si sa sono spesso soggettivi, è ciò vale anche per la loro parente virtuale). Alla fase piacevole subentrano poi i postumi, simili a quelli di una sbornia alcolica: mal di testa, stanchezza, ronzii alle orecchie e nausea. Per alcuni inoltre agiscono da subito gli effetti negativi, senza alcuna sensazione piacevole.

Finchè non si avranno notizie scientifiche in merito alla pericolosità o meno del fenomeno, vi invitiamo ad usare prudenza e a non farvi vincere dalla curiosità: basta una sola volta per avvertire tutti questi effetti!

Foto by gettyimages

martedì 8 luglio 2008

STO-NATI

Secondo una recente ricerca l’essere stonati non dipende tanto da digiuno o avversione musicale, bensì dal nostro cervello. In quest’otica non esitono training in grado di modificare l’amusia, se non precoci, ma non disperiamoci: possiamo sempre canticchiare sotto la doccia!

L’amusia è il termine utilizzato per indicare l’incapacità o difficoltà di riconoscere correttamente i suoni e di conseguenza l’incapacità di produrre pattern musicali piacevoli. Senza entrare nei casi gravi di amusia (incapacità settoriale di riconoscimento di un dato suono, ad esempio il pianto infantile) né in quelli di incapacità indotta a seguito di traumi fisici subiti, possiamo dividere l’essere stonati in due diversi tipi. L’amusia ritmica è tipica di chi non riesce a seguire a tempo o a riprodurre con il ritmo corretto una melodia precedentemente udita, mentre l’amusia tonale è l’incapacità generica di cantare correttamente una canzone.

Il recente studio di Isabelle Peretz, studiosa presso il Department of Psychology all’ University of Montreal, ha mostrato che responsabile dell’errata intonazione non è tanto l’area cerebrale della corteccia uditiva, ma in regioni specifiche collocate nell’emisfero destro. Se l’essere stonati non viene corretto in fase infantile precoce, quando le connessioni neurali e la struttura cerebrale è dotata di elevata plasticità, si confermano pattern “disfunzionali” che portano ad essere stonati.
Tali aree divengono incapaci di distinguere suoni diversi per semitoni inferiori, ma produce in modo più intenso semitoni maggiori.

La dott. Peretz continua tuttora ad occuparsi di studi in ambito musicale e uditivo e prossimamente verranno pubblicati i risultati della sua attuale ricerca sulla capacità discriminativa sonora del cervello.

Per chi fosse interessato, nel nostro blog abbiamo parlato più volte dei legami tra musica e psicologia, per quanto riguarda il fenomeno dell’orecchio assoluto e delle applicazioni cliniche del suono.

Foto by gettyimages

PSYCHO-FLASH: PSICOLOGI A NAPOLI

La difficile raccolta dei rifiuti a Napoli ha creato, come è noto dalla cronaca di ormai molte settimane, un clima difficile da vivere, con le conseguenze psicologiche che da questo possono derivare.

Tra coloro che interverranno nella città di Napoli sono stati interpellati anche Psicologi dell’emergenza, figura professionali in grado di rapportarsi con situazioni di emergenza e di sostenere le risorse psico-sociali delle persone anche in ambienti scarsamente vivibili.
Una bella iniziativa, indipendentemente dalle polemiche che da essa sono sorte e dalle schermaglie tra Ordini regionali diversi, dove lo Stato riconosce non da ultimo l’importanza del sostegno psicologico e delle sue implicazioni sulla salute. Gli psicologi inoltre potranno occuparsi anche di ristabilire un clima collaborativo e di comunicazione proficua, nonché la creazione di alleanze e gruppi per il sostegno tra cittadini; un ruolo questo tipico degli psicologi della comunicazione.

Foto by gettyimages

giovedì 19 giugno 2008

PSYCHO-FLASH: INTELLIGENZA E RELIGIONE



Richard Lynn, professore di psicologia all'Università dell'Ulster, lancia una teoria provocatoria: le persone intelligenti sono atee.
A questa conclusione sarebbe giunto a seguito di un'attenta analisi, nonché in base a ricerche precedenti. La constatazione alla base è che il 68,5 % della popolazione britannica si dichiara credente, contro solo il 3,3% dei membri della Royal Society. Anche una ricerca del 1990, svolta negli Stati Uniti, si collocava su questa linea, poiché evidenziava che solo il 7% dei membri della American National Academy of Sciences si dichiarava credente.
La provocazione di Lynn non si basa solo sul confronto tra la popolazione media e intelligenze sopra la media. Lynn evidenzia anche una correlazione tra l'aumento dell'intelligenza nell'ultimo secolo e il declino delle credenze religiose.
La comunità scientifica per il momento si muove con discrezione, nell'attesa dell'articolo di Lynn, di cui vi abbiamo dato qualche anticipazione, che sarà pubblicato nel prossimo numero della rivista “Intelligence”.


foto by e3000

mercoledì 18 giugno 2008

NEUROETICA



Dove finisce l'influenza dei processi automatici del cervello ed entra in gioco la morale e l'etica personale? E' quello che si chiede Laura Boella, nel suo libro “Neuroetica”, dove analizza le scoperte delle neuroscienze alla luce del pensiero filosofico.

Le scoperte delle neuroscienze sembrano sconfermare l'esistenza del libero arbitrio. Attraverso le tecniche del brain imaging, o trattamenti farmacologici, sono stati fatti passi avanti nella conoscenza delle attivazioni cerebrali durante il processo di decision making. Sembrerebbe infatti che di fronte ad una presa di decisione, mentre la persona sta ancora elucubrando sul da farsi, di fatto il nostro cervello abbia già deciso per noi, attivando un percorso neurale specifico.

Alla luce di queste teorie, secoli di pensiero filosofico sul libero arbitrio dell'uomo sembrano crollare come un castello di carte. Non solo, se riduciamo ogni decisione ad un'esclusiva attivazione cerebrale, sembra cadere anche il concetto di responsabilità.
Laura Boella, docente di filosofia morale dell'Università di Milano, cerca di uscire da questo empasse cercando una “terza via” tra l'ignorare i dati della ricerca scientifica e la naturalizzazione dell'etica proposta da alcuni neuroscienziati.
Nel suo libro “Neuroetica. La morale prima della morale” (ed. Raffaello Cortina Editore), esamina i rsultati delle neuroscienze, mostrando come in realtà i circuiti neuronali non dettino immediatamente il comportamento, ma ne creino delle precondizioni. In questo senso la morale e la responsabilità non sono assenti, ma hanno un ruolo determinante nell'attuazione di un comportamento.
foto by jmsmytaste

venerdì 13 giugno 2008

RILASSATI!


Guardare fuori dalla finestra un paesaggio naturale aiuta a ritrovare il benessere psicologico, diminuendo lo stress. La televisione è un media utile ma non ottiene gli stessi risultati della natura.



Piccoli stress quotidiani inquinano la nostra vita. Al lavoro, in casa, in auto sono molteplici le variabili che incidono negativamente sulla nostra salute psicologica. Come cercare di ridimensionarne l'impatto negativo?
Ognuno di noi mette in atto piccoli e personalissimi accorgimenti per rilassarsi e quindi sfuggire allo stress. Una recente ricerca ha riscontrato effetti molto positivi nel contrasto allo stress è guardare scene di natura.


Lo studio è stato svolto presso l'Università di Washington, da Peter Kahn e i ricercatori dell'Human Interaction with Nature and Technological System, con la finalità di scoprire l'impatto della natura su livelli di stress.
La ricerca, che ha coinvolto 90 studenti di college, è stata condotta attraverso la misurazione del battito cardiaco durante l'osservazione di scene di natura attraverso la finestra oppure su uno schermo ad alta definizione, o l'osservazione di un muro bianco. La misurazione veniva effettuata in na condizione di recupero dallo stress.
Dalle registrazioni è emersa una più rapida discesa del battito cardiaco di chi guardava fuori dalla finestra. Invece tra le condizioni dell'alta definizione al muro bianco non sono state riscontrate differenze significative.


Il risultato della ricerca è interessante su due versanti. Innanzitutto per l'effetto positivo che può avere la natura. In secondo luogo, suggerisce delle riflessioni, come riferito da Peter Kahn al 'Journal of Environmental Psychology' su cui è stata pubblicata la ricerca. Infatti se la tecnologia è utile, basti pensare a Discovery Channel e Animal Planet, ma non può sostituirsi l'esperienza diretta con la natura. "Come specie – spiega Kahn - abbiamo bisogno di interazione con la natura reale per il nostro benessere fisico e psicologico".

mercoledì 11 giugno 2008

EFFETTO 'COCKTAIL PARTY'


In una situazione caotica e rumorosa, riusciamo a captare segnali acustici distinti che attirano la nostra attenzione. Il team di Alexander Gutschalk, dell'Università di Heidelberg, ha identificato l'area cerebrale che agisce da vero e proprio filtro degli stimoli.


In un contesto rumoroso e caotico, dove siamo bombardati da mille stimoli spesso incomprensibili, all'immprovviso può capitare di distinguere qualcosa chiaramente, che attira la nostra attenzione. Pensiamo ad un caso reale, in cui tutti pù o meno è capitato di trovarsi. Siamo ad una festa, musica, vociare, rumori vari giungono alle nostre orecchie indistintamente. La situazione è caotica, ma all'improvviso, un rumore, una voce sembra sovrastare le altre, non perchè la persona stia gridando, ma all'improvviso, quella voce ci colpisce ed attira la nostra attenzione.


Questo fenomeno è già noto, fin dal 1953, ed è conosciuto come effetto 'Cocktail party': di fronte ad un bombardamento continuo e confuso di stimoli, l'uomo riesce ad essere immediatamente reattivo quando capta qualcosa che interessa. Il fenomeno è stato chiamato 'Cocktail party' proprio perchè una festa è il luogo tipico dove si verifica, ma potremmo dire, che nella rumorosa società attuale, senza questa capacità avremmo serie difficoltà a socializzare!


Se il fenomeno era già noto, non si sapeva da quale regione o meccanismo cerebrale derivasse. Alexander Gutschalk, dell'Università Rupecht-Karl di Heidelberg, riferisce la sua scoperta alla rivista Plos Biology. L'effetto 'Cocktail party' si origina nella corteccia uditiva secondaria del lobo temporale.
Lo studio che ha condotto alla scoperta è stato condotto utilizzando la magnetoencefalografia. E' stato monitrato l'effetto, ovvero è stata registrata l'area cerebrale che si attivava quado un soggetto riusciva ad identificare un rumore tra tanti indistinti.


I risultati innanzitutto confermano l'esistenza del fenomeno. In parte non stupisce che l'area si trovi proprio nella corteccia secondaria: è qui, infatti, che le percezioni umane vengono integrate ed arrichite con elementi di complessità.

foto by Seite-3

mercoledì 4 giugno 2008

LA MAPPA DEGLI ODORI



Rafi Haddad e David Harel, presso il Weizmann Institute of Science, hanno sviluppato una mappa multimensionale degli odori. Anche l’olfatto, come poco tempo fa è stato fatto con il gusto, reagisce a sostanze chiaramente distinguibili ed organizzabilI, come le note in una scala musicale.

L’olfatto è il senso maggiormente sviluppato alla nascita, tuttavia si può affermare che nell’uomo sia molto meno evoluto rispetto ad altri animali, per esempio rispetto ai nostri amici cani. Nonostante l’importanza che riveste nella nostra vita di tutti i giorni (basti pensare che, se anche abbiamo sotto gli occhi una pietanza succulenta, ma con un pessimo odore, non la mangiamo!), è il senso meno conosciuto e meno studiato.

Gli scienziati del Weizmann Institute of Science di Israele hanno tracciato la prima mappa degli odori. Lo studio ha raccolto e catalogato un’incredibile quantità di dati, che per il momento hanno permesso di meglio comprendere le basi che regolano il nostro olfatto, e che permetterà di digitalizzare gli odori.
I ricercatori hanno cominciato analizzando 250 odori, da cui hanno estratto una lista di circa 1600 caratteristiche chimiche. Infatti l’odore è composto da sostenze chimiche, molecole odoranti disciolte nell’aria che vengono recepite dal naso. I ricercatori hanno quindi creato una mappa multidimensionale degli odori. La seconda fase della ricerca, ha testato se il cervello riconosceva tale mappa. E’ stato osservato che se due aromi sono “chimicamente” vicini, il cervello lo percepisce e reagisce in modo simile.

Lo studio, pubblicata sulla rivista scientifica di “Nature Methods”, contribuisce a capire meglio le basi del nostro olfatto. In particolare ha avuto il pregio di oggettivizzare un senso da molti ritenuto esclusivamente soggettivo. Il risvolto che potrebbe avere questa ricerca, e quelle che ne seguiranno, è di influenzare le ricerche di marketing per lo studio di nuovi prodotti profumati!

Foto by joanbsit

martedì 3 giugno 2008

IL BULLO IN UFFICIO


Il bullo non si trova solo tra i banchi di scuola, ma spesso tra le mura dell’ufficio. Capi prevaricatori e propotenti, che umiliano i propri sottoposti sono all’ordine del giorno, tanto che si può parlare di bullismo sul lavoro.

Quando si parla di bullismo, si pensa esclusivamente ad un fenomeno che coinvolge adolescenti e bambini. In realtà si incontrano bulli ovunque, spesso sul posto di lavoro. Questi bulli sono capi prevaricatori e prepotenti, che sono soliti umiliare i propri colleghi e subalterni. Questo fenomeno è ampiamente diffuso, come dimostrato da ricerche effettuate in gran parte del mondo, tra cui Austria, Australia, Canada, Germania, Gran Bretagna, Finlandia, Francia, Irlanda e Sudafrica.

Charlotte Rayner ha condotto ricerche approfondite sul tema in Gran Bretagna, dove risulta che circa il 30% dei lavoratori inglesi ha rapporti con un bullo almeno una volta la settimana. In particolare, il più alto tasso di bullismo si registra nelle carceri, nelle scuole e nel sistema postale. Secondo il “Terzo rapporto europeo sulle condizioni sul lavoro”, il 9% dei lavoratori è vittima di prepotenze e intimidazioni reiterate.

Studiosi americani, preferiscono parlare di abuso psicologico, piuttosto che di bullismo. Christine Pearson ha svolto ricerche sul tema dell’inciviltà sul lavoro. Negli Stati Uniti, il 10% dei dipendenti intervistati dichiara di aver assistito ad episodi di quotidiana inciviltà ed il 20% ne è stato vittima almeno una volta. In Canada le percentuali registrate sono addirittura superiori: il 25% assiste quotidianamente ad episodi di inciviltà e il 50% ne è stata vittima.

Interessanti approfondimenti sul tema sono racchiusi nel libro “Il metodo antistronzi” di Robert I. Sutton, edito da Elliot, e nelle librerie gia da qualche mese. Il libro è di carattere divulgativo, ed adatto ad un vasto pubblico, riporta interessanti ricerche.

Foto by danzden

venerdì 16 maggio 2008

I MERITI DEL PROZAC

Una ricerca italiana comparsa sulla rivista Science ha mostrato che il principio attivo del Prozac può favorire e ripristinare la plasticità delle connessioni cerebrali sia nei casi patologici che in casi di normale invecchiamento. Vediamo la scoperta nel dettaglio.

La ricerca è stata condotta presso l'Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa, in collaborazione con l'Università di Helsinki. L’equipè di ricercatori, sotto la guida del professore Lamberto Maffei, docente di Neurobiologia alla Scuola Normale, ha studiato l’attività neuronale di una gruppo di topi per quanto riguarda le loro capacità visive.

L’azione del Prozac è stata infatti finora studiata soltanto in un caso specifico di plasticità neuronale, quella relativa ad una corretta visione binoculare, e limitatamente al funzionamento cerebrale dei topi che rappresenta per molti versi un modello semplificato dell’attività neurale umana. Nonostante la fase embrionale della scoperta, i ricercatori sono giunti a conclusioni altamente innovative.

La fluoxetina sembra avere un ruolo di regolazione rispetto alla plasticità delle connessioni sinaptiche dei neuroni cerebrali. I topi, affetti da ambliopia, sindrome che prevede la prevalenza di un occhio sull’altro nella visione, hanno mostrato un prolungamento della fase di “modellamento” dei circuiti visivi oltre al periodo critico per la strutturazione degli stessi.

Così come nell’uomo, è possibile che le vie di trasmissione di un occhio prevalgano su quelle dell’altro, inducendo miopia o cecità; tale fenomeno si instaura precocemente epuò essere prevenuto sollecitando l’occhio pigro. Tuttavia le sollecitazioni hanno effetto soltanto durante il periodo in cui il circuito di trasmissione si sta costituendo, in un’età che si estende fino incirca agli otto-nove anni nell’uomo.
Con l’utilizzo del Prozac tale età si estende e il periodo critico può essere “riaperto” per correggere i difetti visivi.

La fluoexitina agisce nello specifico su due neurotrasmettitori:
  • Riduce le concentrazioni di acido gamma-ammino butirrico (GABA), responsabile della perdita di plasticità all’aumentare dell’età;
  • Aumenta la produzione del Brain derived neurotrophic factor (BDNF), che regola i cambiamenti strutturali e funzionali dei circuiti visivi.

Secondo i ricercatori l’azione del farmaco può essere estesa anche ad altre funzioni oltre a quelle visive e venire impiegato anche in sindromi degenerative come l’Alzheimer o con cause genetiche come per la sindrome di Down.

Esistono tuttavia dei rischi, legati all’uso del Prozac e alla massiccia campagna denigratoria che è stata condotta nei confronti del farmaco in anni recenti, tanto più quando l’impiego si situa nell’infanzia e nell’adolescenza dove rischia di incrementare pesantemente le già comuni manifestazioni di ansia.

Foto by Gettyimages

SIAMO BELLE, VOGLIAMO DI PIU’

Brutte notizie per gli uomini d’oggi, lo dice uno studio pubblicato sulla rivista Evolutionary Psychology. Le donne belle non si accontentano più di trovare un uomo di loro gusto, ma pretendono che sia perfetto. Ecco cosa c’è alla base di questa scelta e quali sono le caratteristiche del nuovo principe azzurro.

L’equipe di ricercatori, condotta da David Buss, si era già occupate del tema della desiderabilità dell’uomo da parte delle donne e le ricerche in generale concordavano su criteri di origine prevealentemente evoluzionistica. Le donne cercavano un partner che potesse fare fronte alle necessità loro e della prole, sia dal punto di vista fisico che economico.

Con la differenziazione dei legami sono state delineate poi una serie di caratteristiche che le partner ricercavano a seconda della relazione in corso. Se la storia si prefigurava come unione stabile e duratura nel tempo, le qualità maggiormente “richieste” erano quelle di cui sopra in modo da garantire la necessaria stabilità; se invece si trattava di un storia di breve durata era l’aspetto fisico il tratto maggiormente saliente, seguito da forza e virilità.

Lo studio recentemente condotto da Buss e colleghi invece mette in evidenza un nuovo criterio di scelta del partner, molto più personalistico. La scelta dell’uomo ideale dipende infatti dalla visone che abbiamo di noi stessi: se la donna si percepisce come attraente e di bell’aspetto tenderà ad avare pretese più elevate rispetto ad altre donne.

Oltre alla bellezza e alla virilità, qualità che rimangono costanti, entrano in gioco salute, fedeltà, buona appartenenza familiare, ricchezza e desiderio di paternità. Una lista passibile di aumentare e diminuire a seconda del livello di desiderabilità percepita da parte della donna.
E l’uomo in tutto questo? Secondo i ricercatori il fenomeno funziona soltanto al femminile, mentre l’uomo si accontenta ancora, almeno a livello inconscio, di trovare una buona madre per i propri figli.

Attenzione però che l’effetto non è automatico: non basta che la donna si percepisca come bella ed attraente perché crescano le aspettative nei confronti del possibile compagno; anche l’esperienza, e gli uomini qui possono trarre un sospiro di sollievo, gioca la sua parte.
Infatti la coscienza di essere bella deve essere supportata da prove empiriche s situazioni esperienziali reali. I ricercatori hanno infatti visto che l’esposizione a insuccessi amorosi, soprattutto se più di uno, fa calare nelle donne questo desiderio di perfezione.

Foto by Gettyimages