martedì 26 dicembre 2006



VI AUGURIAMO

BUON NATALE

E

FELICE ANNO NUOVO!



Stefania e Marta
foto by Axell

sabato 23 dicembre 2006

SOMMARIO DELLA SETTIMANA

foto by gaircirtap


Le principali notizie della settimana:

La depressione è stato un tema di ampio rilievo negli ultimi giorni, abbiamo visto come esistano fasce particolarmente a rischio per questa malattia, e insieme come sia un tratto caratteristico del frenetico periodo pre-natalizio, senza trascurarele nuove frontiere della cura sia sul versante clinico-medico che psicologico:

nonni a rischio depressione

il natale fa esplodere ansia e depressione

terapie brevi efficaci per la cura della depressione

Architettura e psicologia hanno scoperto nuovi orizzonti di comune interesse, con influenze opposte che possono avere esiti negativi tanto quanto positivi:

il legame tra urbanizzazionee schizofrenia

quando la psicologia incontra l'architettura

L'intelligenza, le capacità cognitive dell'uomo e le sue modificazioni sono un tema portante di queste pagine, si è visto come non solo abbiamo otto intelligenze, ma possiamo sviluppare utilmente anche cinque menti, che giocare coi videogiochi o ascoltare determnate melodie può aiutarci o inibirci e che il legame tra uomo e animale non è ancora pronto per essere reciso:

le cinque menti di Gardner

giocare e imparare con i videogiochi

l'umore influenza creatività e concentrazione

scimpanzè e uomini più simili di quanto crediamo

Infine la neuropsicologia e la ricerca clinica sevlano ogni giorno nuovi orizzonti di ricerca, sia legati alla percezione di sè, sia bizzarramente connessi ad un improbabile aumento delle capacità dell'uomo, prima fra tutte l'utopica sfida del poter evitare il sonno:

due diverse aree cerebrali elaborano l'identità corporea

ciclo sonno-veglia è possibile modificarlo?

L’UMORE INFLUENZA CREATIVITA’ E CONCENTRAZIONE

Adam Anderson, docente di Psicologia presso l’università americana di Toronto, ha pubblicato su “Pnas” una ricerca volta ad individuare l’influenza dell’umore sulle capacità cognitive. Lo studio mostra come l’umore positivo favorisca la creatività, mentre lo stato d’animo negativo correli positivamente con l’aumento di concentrazione.

Il test è stato condotto somministrando a 24 studenti due compiti cognitivi: uno consisteva nel ricercare insolite associazionidi parole, mentre l’altro, di tipo visivo, serviva per verificare la concentrazione in presenza di elementi distraenti. L’umore dei soggetti viene influenzato tramite l’ascolto di tre brani musicali; neutro (lettura di dati demografici del Canada), allegro (Terzo Concerto brandeburghese di Bach) e triste (“Alexander Nevsky” di Prokofiev). Inoltre veniva loro esplicitamente chiesto di pensare ad eventi neutri, felici o spiacevoli e di riferire il loro stato edenico attuale.

I risultati mostrano che l’umore positivo aumenta le performance creative perchè produce un allargamento del campo attentivo. Un meccanismo che conferma come per la soluzione di un problema sia importante anche distrarsi e trovare così nuove associazioni. L’incubazione di un’idea funziona allo stesso modo e spiega come mai proprio dopo aver abbandonato i tentativi di soluzione, la risposta compaia spontaneamente alla mente. Questa attenzione estesa interferisce però con la capacità di concentrazione, che risulta invece migliorata da un umore maggiormente disforico.

Variare l’umore delle persone nei contesti reali non è sempre possibile, ma nei casi in cui il clima possa essere modificato, in un senso o nell’altro, i suggerimenti forniti sono utilmente applicabili.
Resta, a parere dell’autrice, un quesito etico: è giusto agire su soggetti inconsapevoli in modo da spingerli ad essere più creativi o più concentrati?
Si tratta certo di capacità positive e desiderabili, ma anche a scapito di un umore peggiore?
Certo è che si tratta solamente di una blanda correlazione e che in alcun modo esiste un nesso causale cogente.
foto by umanita_nova

venerdì 22 dicembre 2006

IL NATALE FA ESPLODERE ANSIA E DEPRESSIONE


Il Natale è tra le feste più amate da grandi e bambini, eppure è un vero e proprio fattore di stress per molte persone. La “depressione di Natale” è un fenomeno diffuso e recentemente analizzato dal Good Samaritan Hospital di Los Angeles.


I possibili effetti negativi del periodo natalizio sono stati da lungo tempo sottolineati. Il Natale, infatti, compare tra i fattori di stress più comuni, sebbene non sia uno dei più gravi. Anche il recente studio del Good Samaritan Hospital di Los Angeles ha evidenziato che il periodo compreso tra Natale e Capodanno è uno dei più stressanti dal punto di vista psicofisico: gli eccessi alimentari, il maggiore uso di alcolici e di sostanze stimolanti, l'aumento degli stimoli emotivi e l'interruzione della normale routine possono costituire una miscela esplosiva per il nostro organismo. Un altro fattore concomitante è l’accorciarsi delle giornate nel mese di dicembre che può indurre di per sé ansia e depressione, con sintomi tipici come l’aumento delle ore del sonno e l’appetito per i carboidrati.
Mano a mano che il natale si avvicina e i preparativi fervono il malessere aumenta. Un periodo che dovrebbe essere felice e pieno di gioia si trasforma così in incredibilmente stressante. Proprio perché si è quasi costretti ad essere felici, l’umore depresso si accentua soprattutto in chi si trova già in situazioni di particolare disagio psichico. Inoltre il Natale, oltre all’importante significato religioso, porta con sé inevitabili considerazioni su se stessi, sull’anno che è passato (e che sta per finire) e sulle proprie relazioni intime, con bilanci non sempre positivi. Le feste sono un momento che espone le persone ad un sovraccarico di aspettative ed impegni, dalle molte feste a cui si è quasi obbligati a presenziare all’inevitabile tour per i regali. Questo tour de force espone spesso a nervosismo, insonnia, difficoltà a concentrarsi e talvolta piccoli disturbi di ordine psicosomatico.

La maggiore conoscenza dei fattori di stress aiuta ad attivare migliore cure e sperimentare farmaci più adatti. La “depressione di Natale” tuttavia è solitamente limitata a questo periodo, e scompare con il riprendere delle routine quotidiane. Maggiore attenzione a se stessi e ai propri spazi potrebbe essere una soluzione per questo periodo che dovrebbe regalare a tutti davvero un po’ di gioia e serenità.
foto by lenSOP

Il LEGAME TRA URBANIZZAZIONE E SCHIZOFRENIA

La rivista “Epidemiologia e Psichiatria Sociale” ha pubblicato tre ricerche che mostrano l’esistenza di un legame tra la vita in città urbane, e in generale tra l’abitare in paesi sviluppati, e la comparsa di schizofrenia. Al contrario della tesi che vedeva questa psicosi uniformemente distribuita nella popolazione, influiscono sulla sua insorgenza fattori ambientali, soprattutto se protratti e legati all’ambito di socializzazione.

Il primo studio, condotto da ricercatori danesi (J. McGrath e J. Scott) confronta la presenza della schizofrenia in ambienti urbani rispetto a zone rurali. L’incidenza maggiore del disturbo in concomitanza con l’urbanizzazione è confermata da dati epidemiologici, mentre per la prevalenza non c’è validazione. Il rischio relativo di soggetti urbanizzati è soltanto due volte maggiore, ma ad esso si aggiunge il 30% della varianza spiegato dall’urbanizzazione.

La seconda ricerca, condotta da C.B. Pedersen e P.B. Mortensen, evidenzia che la vita nelle città è fattore causale solo qualora si prolunghi per numerosi anni a partire dalla nascita (l’età critica è da 0 a 15anni), o comunque che sia un’esperienza precoce e protratta per periodi di tempo estesi.

Infine il terzo studio, degli autori olandesi J. Spauwen e J. van Os, invita ad estendere il fattore urbanizzazione: si tratta infatti di una categoria composita cui possono essere incluse e/o annesse altre parti. Gli autori evidenziano numerose componenti: il tipo di società sviluppata o in via di sviluppo, il livello di socializzazione (mancanza di reti sociali, isolamento e frammentazione sono fattori aggravanti)e il capitale sociale cognitivo (qualità delle conoscenze-competenze offerte dall’ambiente di residenza e dalle relazioni vigenti).

Queste ricerche vanno ad aggiungersi al capitale della Psicologia ambientale, che da sempre si occupa del rapporto tra l’uomo e il suo spazio di vita e che già ha evidenziato differenze tra spazi civici e rurali. Basti citare Selye che ha identificato nei fattori ambientali uno dei tre tipi di stress che l’individuo può incontrare nel corso della vita; egli in particolare ha condotto ricerche sulle variazioni del defensible-space, sulla densità, la sicurezza e lo stress fisico (rumore, temperatura, affollamento..) apportati dai luoghi.
Tale campo di ricerca, vasto e multicomponenziale, apre, a parere dell’autrice, ampie possibilità di studi, applicazioni e sperimentazioni, soprattutto se si promuove una logica di multidisciplinarietà volta ad una comune migliore qualità del vivere.
L'editoriale delle ricerche è scaricabile in formato pdf.

foto by Luigi Rosa

giovedì 21 dicembre 2006

LE CINQUE MENTI DI HOWARD GARDNER

A gennaio uscirà in America il saggio “Five minds for the future” di H. Gardner, noto per la Teoria delle “Intelligenze multiple” (1987). Lo psicologo espone in quest’opera l’idea che esistano cinque tipologie di menti idonee per gli anni futuri e rivede la precedente teoria, aggiungendo una nona intelligenza.

Gardner è stato il primo psicologo a postulare che esistessero più di una intelligenza: le sue otto categorie si svincolano finalmente da un residuo razionalista-positivista che vede la capacità intellettiva collegata alla sola competenza logico-matematica. Recentemente inoltre, è stata aggiunta l’intelligenza esistenziale, tipica di chi si pone grandi quesiti sul mondo. Gardner ha ipotizzato differenze di genere tra esse: le donne sono prevalentemente linguistiche e relazionali, gli uomini invece logici, ma ad ora non esistono dati per validare se si tratti di cause genetiche o culturali.

Nel nuovo saggio l’autore presenta quelli che a suo parere saranno i modi funzionali di pensare nel futuro, si tratta di cinque tipi di mente:
  • disciplinata, caratteristica delle persone esperte di un dato tema ed in grado di valutarne la credibilità;
  • sintetica, che opera una selezione di numerose informazioni connettendole in modo finalizzato;
  • creativa, che spinge alla ricerca di idee inconsuete e campi nuovi di sapere;
  • rispettosa, comprensiva verso gli altri, anche interculturalmente, e le loro credenze;
  • etica, volta a pensare e ad agire in modi utili per la società più che per il singolo.

È evidente come queste categorie non siano autoescludentisi, ma che richiedano sinergia in un mondo sempre più multietnico e ricco di informazioni.

Gardner si dilunga anche in consigli sull’istruzione delle generazioni future: serve ampliare l’offerta formativa incentivando tipologie di intelligenza multiple, senza restare fermi all’attuale presenza esclusiva di competenze logico-matematiche e linguistiche. Molti studenti paiono avere insufficiente potenziale perché stimolati in aree sbagliate.
Inoltre serve aumentare creatività e propensione al “rischio”, nel senso buono della sperimentazione. Un atteggiamento più vicino all’intellettuale volpe, secondo I. Berlin, che a quello riccio, ma anche in questo caso la ricerca della molteplicità tipica dell’animale astuto non esclude l’approdare poi ad un unico modello o principio, tipico del porcospino.

Non esistono ancora conferme neuroscientifiche, né evidenze genetiche che diano fondamento alle teorie multicomponenziali di Gardner, ma, come egli stesso sostiene, sicuramente verranno trovate. La loro influenza dovrà però essere messa a confronto con i fattori ambientali, culturali ed educativi. Per ora gli insegnanti possono comunque stimolare in più direzioni le menti dei loro alunni, cosicché le cinque modalità di pensiero illustrate nel saggio siano realizzate efficacemente e permettano una società più aperta, sostenibile e pronta alle sfide del futuro.

foto di H. Gardner by s0rted

GIOCARE ED IMPARARE CON I VIDEOGAMES


I ragazzi non potranno essere più sgridati per le ore passate a giocare con i videogames. Sono stati avviati numerosi progetti per lo sviluppo di videogames con funzione educativa, come è stato pubblicato dalla rivista Scientist.

E’ risaputo infatti che gli adolescenti passano ore e ore con in mano un joystick immersi nel gioco. L’idea geniale è stata di provare a sfruttare tutto questo tempo per l’apprendimento, anche medico-scientifico. Tralasciando in questa sede l’incompiuta discussione sugli effetti a lungo e breve termine dei videogames, numerose sono le riserve al riguardo. Secondo Keith Sheppard, coordinatore dello Science Education Program della Columbia, pensare di insegnare la scienza tramite videogame significa solamente introdurre maggiore tecnologia, non migliorare l’apprendimento. Di tutt’altro avviso è J.P. Gee, dell’Università del Wisconsin, che sottolinea le potenzialità, ritenendoli forti mezzi per l’apprendimento del problem solvine. I videogames infatti introducono il giocatore in un ambiente definito, facendoli immedesimare nel problema stesso.

L’attenzione crescente alle possibilità di educazione attraverso videogame ha indotto la McArthur Foundation ad investire tra il 2000 e il 2006 circa 50 milioni di dollari per lo sviluppo di videogame educazionali. E’ nato così il prototipo COF2FX, messo a punto dalla National Science Foundation, dove i tre giocatori devono interpretare un politico, uno scienziato e un economista. Questo gioco costringe i giovani giocatori a confrontarsi con un problema ambientale complesso, spiegando gli interessi in gioco e gli aspetti più scientifici.
Inoltre nella Federation of American Scientists (FAS) ) ha auspicato una collaborazione tra governi, aziende e istituzioni accademiche per sviluppare più videogame educazionali di qualità
Per il momento i dati sperimentali sull’educazione mediante videogame sono ancora scarsi e insufficienti. Sebbene i progetti siano interessanti, sembrano anche seguire la scia di tutti quegli studi che ricercano nuove modalità di insegnamento per i più giovani.
foto by juliana

mercoledì 20 dicembre 2006

CICLO SONNO-VEGLIA: E’ POSSIBILE MODIFICARLO?

Il “Modafinil”, pillola pensata per la cura di narcolettici ed ipersonni, è diventata un rimedio utile anche per coloro le cui ore di sonno sono drasticamente ridotte a causa di ritmi incalzanti e abitudini di vita. L’utilizzo in casi non patologici presenta però sin da ora effetti collaterali, e altri potrebbero aggiungersi se la diffusione del farmaco si estenderà ad ulteriori fasce di popolazione.

L’allarme viene lanciato dall’Ospedale San Raffaele di Milano, impegnato nella cura di un centinaio di persone, per lo più studenti, colpiti da quella che è stata chiamata “sindrome da veglia forzata”, causata dall’abuso di Modafinil.
Il farmaco permette di sentirsi ristorati anche dopo molte ore insonni e di non percepire cali di efficienza, ma presenta effetti collaterali già nel breve periodo, quali cefalea, nervosismo, ansia e eccitazione. E più gravi potrebbero essere le ricadute sul lungo termine.

Il Modafinil nasce negli anni Ottanta per la cura della narcolessia, facendo fronte alla scarsa produzione della proteina “orexina” da parte dei neuroni situati nell’ipotalamo: in tal modo è possibile riottenere una regolazione funzionale del ciclo sonno-veglia.
In seguito viene impiegato nella cura di soggetti con ipersonnia e apnee notturne (anche se solo quelli resistenti alla cura con ventilazione meccanica lo necessiterebbero), e in generale a coloro che presentano disturbi del sonno o svolgono attività con ritmi di riposo alterati.

Il farmaco è un iperstimolante che va a bloccare il riassorbimento della dopamina e della noradrenalina; in tal modo inganna il cervello, ricreando un set cerebrale riposato dove la veglia è aumentata e vengono meno le esigenze ristoratrici provenienti dal corpo.
Funziona secondo lo stesso meccanismo delle anfetamine, eliminandone però gli effetti collaterali di inappetenza, insonnia, ossessioni e tic.

A parere dell’autrice in Italia serve evitare di cadere in un utilizzo indiscriminato e dannoso, come si sta verificando in America. Il problema nel nostro Paese è ancora marginale, e il farmaco è ottenibile dopo visita specialistica, soltanto in caso di effettiva necessità.
Tuttavia le ripercussioni che il sonno ha sul metabolismo, sul sistema immunitario e sulla psiche dell’individuo spingono a usare massima attenzione, senza nulla toglier all’utilità del farmaco (e di altri della stessa classe) per la cura di problemi seri di regolazione del sonno.

foto by fotofresco

DUE DIVERSE AREE CEREBRALI ELABORANO L'IDENTITA' CORPOREA E LE AZIONI

by @macbrat

Il cervello umano elabora in due aree separate l'identità di un corpo e le azioni che esso compie. E' quanto emerge dalla recente ricerca italiana per opera del gruppo del professor Salvatore Maria Aglioti, pubblicata sulla rivista internazionale " Nature Neuroscience".

La ricerca, condotta a Roma presso La Fondazione Santa Lucia e il dipartimento di Psicologia dell'Università "La Sapienza", è partita dall'ipotesi di base dell'esistenza di due circuiti parzialmente diversi per l'elaborazione dell'identità corporea e dell'azione. Ha utilizzato la nuova tecnica non invasiva della stimolazione magnetica transcranica ripetitiva, capace di indurre, transitoriamente, una "lesione virtuale". E' stato somministrato lo stesso stimolo visivo raffigurante un corpo umano in azione. E' stata osservata quindi una doppia codifica. Entrano, infatti, in gioco due sistemi cerebrali separati e specializzati: il primo si occupa di individuare chi compie un'azione, il secondo come questa è eseguita.
La ricerca ha permesso così di ipotizzare l'esistenza del "extrastriate body area" (EBA) che ha il compito di riconoscere l'individualità del corpo, mentre le informazioni su ciò che il corpo sta facendo sono elaborate dalla corteccia premotoria ventrale.



Se esistono due aree cerebrali per l'elaborazione dell'identità corporea e dell'azione , significa che il cervello opera una dissociazione tra l'identità di un corpo e le azioni che esso compie. Questo meccanismo è alla base di alcune disfunzioni legate a disturbi come l'anoressia o ad alcune lesioni cerebrali. Sarebbe, infatti, per tale dissociazione che le ragazze anoressiche hanno un'alterata percezione e rappresentazione del proprio corpo e si continuino a vedere grasse.
Lo studio sembra quindi sommarsi alle recenti ricerche sull'anoressia, che individuano nella distorsione dell'immagine corporea la base del disturbo, sottolineandone però il fattore neurologico.

martedì 19 dicembre 2006

TERAPIE BREVI EFFICACI PER LA CURA DELLA DEPRESSIONE

L’American Journal of Pshychiatry ha pubblicato i risultati dello studio “Star*D” condotto in America nei sei anni scorsi: emerge che persone depresse ricavano maggior beneficio da terapie psicologiche rispetto ai farmaci, e che il valore di questi ultimi va di molto ridimensionato.

La depressione è una malattia grave, soggetta al rischio di recidive e che sappiamo subirà un notevole incremento nei prossimi anni. Attualmente si trova già al quarto posto nella spesa sanitaria nazionale (593 milioni di euro nel 2005), nonostante ciò in Italia mancano posti ambulatoriali e in generale in ospedale per la cura della malattia. Le stesse Asl hanno difficoltà nella cura dei pazienti depressi.

La depressione è multicomponenziale: nasce da fattori biologici, psicologici e ambientali. È caratterizzata da tristezza cronica, associata a pianto frequente, disturbi del sonno e dell’alimentazione, ipo motricità, idee negative e sensi di colpa. Richiede pertanto approcci di cura diversificati.

Lo studio ha come obiettivo verificare l’efficacia dei farmaci antidepressivi, ma offre anche spunti per cure di tipo psicologico e di miglioramento della qualità di vita.
I soggetti vengono trattati inizialmente con Ssri (anti-riassorbimento della serotonina): tre su dieci guariscono, gli altri continuano le cure. L’elemento insolito è la libertà di scegliere se continuare ad assumere l’Ssri, o un altro farmaco con lo stesso principio o uno totalmente diverso.
La scelta può essere ripetuta per quattro volte. Alla fine solo sei pazienti sono guariti, mentre ci sono state ricadute tanto più numerose, quanti più sono stati i trattamenti. In media ritornano in depressione un soggetto su due.

Le conclusioni, sebbene scoraggianti, mostrano che è comunque possibile ripetere i trattamenti fino alla remissione completa e che non si deve necessariamente variare il farmaco. A parere dell’autrice la terapia farmacologia è utile laddove la gravità del caso la richieda, mentre si auspica un utilizzo limitato, e se possibile nullo, in concomitanza con terapie psicologiche. I dati mostrano che così il rischio di ricadute passa dal 90 al 40%.

Le cure psicologiche più efficaci risultano non tanto l’analisi di tipo freudiana, data la difficoltà di prescrizione (il paziente potrebbe avere giustificate resistenze verso una cura tanto intima) e le difficoltà economiche dovute alla durata, ma le terapie brevi. Queste si focalizzano sulle relazioni e sui meccanismi cognitivi distorti (pensieri negativi), senza indagare la cause profonde. Nello specifico si trovano:


  • Terapia cognitivo-comportamentale: lavora sul doppio livello di modificazione dei pensieri e del comportamento, fornendone di più funzionali;
  • Terapia interpersonale: mira alla ripresa delle relazioni perse e ad una migliore gestione delle stesse;
  • Terapia del benessere: aiuta la creazione e il riconoscimento di momenti di well-being;
  • Terapia della mindfulness: meno psicologica, abbina al trattamento cognitivo pratiche di rilassamento corporeo.

Si nota finalmente una presa in carico del problema dal punto di vista psicologico all’interno delle politiche nazionali (ne è esempio la Gran Bretagna), ma a parere dell’autrice non bisogna puntare sulle terapie brevi solo perchè efficaci nell’ottica gestionale pubblica. Altri orientamenti potrebbero risultare maggiormente fruttuosi e mi auguro che si possa tenere aperto un doppio binario dove la sperimentazione si affianchi alla cura, cosicché non si propini la periodica panacea e non si applichino trattamenti inadatti al soggetto. Quando si lavora con la psiche delle persone il centro dell’attenzione dev’essere il singolo e non le logiche (utilitaristiche) in cui è immerso.

foto by Pictionary

SCIMPANZE' E UOMINI, PIU' SIMILI DI QUANTO PENSIAMO



I valori morali degli uomini sono stati ereditati dai primati. E’ quanto afferma Frans de Waal, il più famoso primatologo del mondo, nel suo ultimo libro “La scimmia che siamo” (ed. Garzanti).


De Waal parte dallo studio degli essere più simili geneticamente all’uomo, scimpanzé e bonobo. Infatti, uomo, scimpanzé e bonobo condividono antenati comuni da cui si sono differenziati circa 5-6 milioni di anni fa, ma da cui deriva la forte somiglianza genetica.
Parte così dall’assunto di poter osservare il comportamento di questi primati e compararlo a quello della specie umana per poter estrapolare il comportamento dell’antenato comune. La finalità è quella di capire di più sulla natura umana, sui meccanismi psicologici e sociali.


Dalle osservazioni sono emersi una quantità inimmaginabile di qualità condivise dall’uomo come dagli scimpanzé e dai bonobo. Se gli scimpanzé sono famosi per la loro aggressività, in molti ignorano che possiedono anche sentimenti come l’empatia, l’altruismo e la cooperazione. Inoltre condividiamo anche la tolleranza, il senso del giusto e dell’ingiusto e la struttura gerarchica della società.
Lo studio vuole essere una sorta di testimonianza, che vuole forse fornire in modo un po’ troppo pretenzioso risposte a domande cruciali sull’uomo, come da dove discende l’egoismo e l’altruismo? Perché abbiamo bisogno di equità?
Dall’altra parte però ha il merito di rivalutare questi nostri cugini genetici. Per anni sono stati additati come stereotipo delle nostre qualità negative, come l’aggressività, la violenze. In realtà generosità, gentilezza e altruismo non sono una nostra esclusiva prerogativa.

foto by Robert Seber

lunedì 18 dicembre 2006

NONNI A RISCHIO DEPRESSIONE


La depressione colpisce e colpirà sempre di più gli anziani. E’ il monito lanciato dagli esperti del XVI Congresso Nazionale della società Italiana di Neurogeriatria, svoltosi a Milano.


Anche il rapporto dell’Organizzazione mondiale della Sanità (2002) ha messo al primo posto delle malattie che comprometteranno la vita la depressione.
Già oggi le cifre sono rilevanti. Si calcola che gli anziani colpiti da depressione siano circa tre milioni e le cifre sono destinate ad aumentare. Il fattore di rischio maggiore diventerà lo stesso allungamento delle aspettative di vita. La depressione è una vera e propria malattia biologica e non solo psicosociale, per cui deve essere contrastata a livello sociale, psicologico e talvolta farmacologico.


Tra i problemi maggiori risulta essere la diagnosi stessa della malattia. Nell’anziano, infatti, la depressione si manifesta in modo differente dall’adulto. Il dottor Pier Luigi Scapicchio, ordinario di Neuropsichiatria Geriatrica al Policlinico Gemelli di Roma e past president della Società Italiana di Psichiatria, la definisce come “pauci somatica”. L’anziano spesso soffre di uno, due, massimo tre sintomi ma estremamente pervasivi. Si tratta per lo più di sintomi molto evidenti perché somatici. I dolori fisici però non sono causati da nessuna patologia organica. Molto spesso sono associati all’ansia, “potenzialmente devastante proprio perché gli toglie la possibilità stessa di reagire alla patologia", spiega Scapicchio.


Se l’anziano si rivolge al medico di famiglia, quest’ultimo spesso sottostimerà la portata dei problemi riferiti. Alle incalzanti domande dell’anziano, il dottore tenderà a rispondere con tutta probabilità: “Non si preoccupi, sono gli acciacchi dell’età!”. Sebbene piuttosto superficiale è una risposta comprensibile, poiché spesso i medici non sono preparati a cogliere le spie che contraddistinguono l’insorgenza della depressione nell’anziano.
Un aspetto poco considerato, ma piuttosto rilevante, è l’alimentazione. E’, infatti, culturalmente condiviso, la preferenza degli anziani a mangiar poco. In realtà spesso gli anziani si rinchiudono in una sorta di “dieta della minestrina”, molto pericolosa poiché non apporta tutti i nutrienti necessari alla buona prosecuzione della vecchiaia. Inoltre la sua ripetizione ossessiva può essere considerata un vero e proprio sintomo della depressione della vecchiaia.Una riflessione sul benessere psicologico della terza età sembra dunque necessaria, soprattutto in un sistema culturale come il nostro, e quello occidentale in generale, che tende ad escludere ed emarginare le persone non più, concedetemi il termine, attive. In culture differenti dalla nostra gli anziani sono invece tenuti in grande considerazione, in quanto portatori della saggezza e delle tradizioni. In questi posti la vecchiaia scorre forse più serena, forse grazie a un po’ più di considerazione e attenzione.
foto by nico.chan

QUANDO LA PSICOLOGIA INCONTRA L’ARCHITETTURA

by s3m1llon

A Saclay in Francia è stato inaugurato il centro Neurospin che mira a diventare il principale polo internazionale per lo studio dell’anatomia del cervello, le sue funzioni e i processi cognitivi. L’edificio è stato progettato e realizzato dallo Studio di architetti associati Vasconi, e si estende su uno spazio di 11 mila metri quadri, attrezzato con laboratori multidisciplinari e strumentazioni di precisione di massima avanguardia.

La volontà degli ideatori è di favorire una circolazione delle idee tra professionisti, tramite lo studio architettonico delle strutture e l’utilizzo di interfacce fisiche e computeriche innovative.
Non è un’idea recente quella che il luogo possa favorire o meno l’interazione tra gli individui, come già evidenziano la psicologia ambientale ed architettonica, e gli architetti che si sono occupati dell’ideazione di questo edificio hanno efficacemente messo in pratica gli spunti e le indicazioni che queste discipline hanno elaborato.

Il concetto alla base risiede nella semplicità, degli spazi e dell’organizzazione: due soli edifici, paralleli, essenziali nelle linee ma evocativi. I due spazi sono infatti divisi da una navata collocata al centro in modo da permettere un’identificazione immediata di tutti gli ambienti presenti (laboratori, sezioni…), nonché di ricreare uno spazio di condivisione comune, seppure simbolico, da cui nessuno venga escluso. L’organizzazione è orizzontale, tutti gli edifici presentano un solo piano (tranne uno) in modo che siano ottimizzati i tempi e le modalità di spostamento.
Infine i creatori, consapevoli dell’attaccamento simbolico che ogni individuo sviluppa verso i luoghi di appartenenza, hanno riprodotto in costruzione l’interesse principale di chi lavorerà nel Centro: la galleria centrale è la spina dorsale dell’edificio, il luogo dove nell’anatomia umana le informazioni dalla periferia giungono al cervello e da lì ripartono con nuovi significati. Non solo: la copertura degli edifici ha andamento sinusoidale, uguale a quello assunto dalle onde cerebrali.

Alcuni potrebbero pensare che si tratti solo di bizzarrie che non presentino fondamento scientifico alcuno, in realtà si tratta di analisi sofisticate nate a partire dalle ricerche in nuce sulla qualità degli ambienti di vita.
Una volta eliminati i rumori, l’inquinamento domestico, le anomalie strutturali, le difficoltà architettoniche, si apre uno spazio condiviso per la progettazione che, a parere dell’autrice, è campo fruttuoso di ricerca e sperimentazione.
Chi ha visto asili pensati per adulti, ha sicuramente provato un filo di sconcerto di fronte alla mancanza di attenzione per la giovane utenza; raramente lo stesso stranimento si prova davanti a opere architettoniche non a misura d’uomo. La strada di un’architettura sostenibile, di un dialogo tra forma e mente non servirà a risolvere il dubbio dualistico cartesiano, ma in quanto ambito di benessere, e soprattutto di insorgenza di possibili patologie, deve fare parte dell’interesse non solo di architetti-urbanisti, ma soprattutto degli psicologi.

domenica 17 dicembre 2006

NEUROMARKETING

Si è già parlato della nuova “disciplina” nata dalla fusione di psicologia e marketing. In realtà il concetto non è nuovo, se ne possono ritrovare tracce già in libri antecedenti al 2006. Il filone di ricerca è ora però in fase di espansione e pertanto si trovano in commercio nuovi titoli. Vengono forniti di seguito spunti di lettura.

Per introdursi all’idea del marketing emozionale vale la pena leggere il libro “La Decision” (trad. it. La scienza della decisone) di Alain Berthoz, pubblicato nel 2003. L’autore analizza i meccanismi di scelta evidenziando come questi siano guidati dall’emozione e dall’istinto, piuttosto che venire progettati secondo una logica di razionalità pura.

Recentissimo è “Neuro-marketing. Il nervo della vendita” di Patrick Renvoisé e Christophe Morin che conferma la scelta d’acquisto in base alla spinta emozionale, ed evidenzia anche la base neurologica dei meccanismi. La componente razionale invece non è più scissa da quella emotiva, come in un aut-aut, ma vi si affianca a posteriori, per far fronte a una sorta di dissonanza cognitiva che il cervello rileva. La scelta di getto è così “mascherata” da un ragionamento, come se fosse stata pensata e non semplicemente agita. (Alcuni potrebbero obiettare circa la presenza di un’intelligenza emotiva, ma ci si riferisce qui all’intelligenza per così dire kantiana, alla “ragion pura”).

Curiosa è la suddivisione, anatomica e funzionale, che gli autori danno del cervello: un tutto composto da tre parti, diverse per evoluzione: il “nuovo cervello” che valuta la decisione razionalmente, il “middle brain” che regola invece la scelta emotiva e sensoriale, e infine l’“old brain” che riceve le informazioni degli altri due, le integra e opera la scelta.
Se la linea di demarcazione è temporale non si capisce come la parte più antica evolutivamente governi funzioni successive, tuttavia nulla toglie che abbia assunto tale esercizio successivamente, estendendo i suoi compiti originari.
Il libro prevede una parte “pratica” dove vengono suggeriti strategie adatte a stimolare l’old brain, ma in generale tutti i sistemi. L’attivazione dev’essere nell’ordine della multisensorialità, data la differenza di attivazione percettiva nelle persone: soggetti visivi, uditivi…
Invece le categorie di stimoli elicitanti che gli autori individuano sono sei e non sono molto diverse da quelle che la psicologia cognitiva solitamente enumera come fattori per valutare l’attenzione (e l’attrazione) nei confronti di uno stimolo. Questi sono:
sopravvivenza: stimolazioni sia nel senso delle capacità vitali di base (alimentazione, riproduzione…), sia nel senso di benessere;
contrapposizione, novità;
familiarità;
parti estreme: inizio e fine di azioni, discorsi…in quanto più memorizzati;
emotività.
Al di là delle possibili riserve che emergono, è necessario tenere presente che si tratta di un campo nuovo, in fase di definizione. Maggiori saranno le ricerche, maggiormente si sarà in grado di avere una visione ragionata e di poter decidere cosa di queste indagini abbia valore reale e cosa sia invece contingente.

foto by Iguana Jo

FESTIVAL DELLE SCIENZE 2007

Dal 15 al 21 gennaio 2007 a Roma, presso l’Auditorium Parco della musica, si svolgerà la seconda edizione del Festival delle scienze. Il tema è quello de “Le età della vita”, che ripercorre il percorso evolutivo ontogenetico, tramite le trasformazioni cui vanno incontro comportamento, ragionamentoe emotività dell’uomo.
La partecipazione è multidisciplinare ma lo si segnala per la vasta partecipazione psicologica.

Le conferenze e le lectio magistralis trattano principalmente del tema dello sviluppo cognitivo, dalle prime facoltà mentali, alla comparsa del linguaggio, fino al ragionamento complesso. Ma intervengono anche argomenti legati alla fase della maturità, come la sessualità, l’invecchiamento per approdare infine alla morte e alla caduta dell’illusione dell’immortalità, tipica dell’adolescenza.
Per citare solo alcuni dei partecipanti, intervengono H. Gardner (tema delle intelligenze multiple), E. Kandel (neuroscienze), E. Spelke, J. Mehler, A. Caramazza e moltissimi altri.

Sono previsti inoltre tavole rotonde e dialoghi su tre temi: l’adolescenza e le sue problematiche; il rapporto scienza-fede e l’urbanizzazione in termini antropologici.
La rassegna prevede inoltre i “caffè scientifici”, ossia forum e discussioni condotti in ambito conviviale. Gli argomenti sono due: il tempo come parametro dello sviluppo, in termini di accelerazione del passaggio tra diverse età (infanzia-adultità) e di tempo speso per la riflessione su Sé; le finalità e i limiti della scienza in un universo tecnologico che ne ha enormemente ampliato le possibilità.

Per i giovani invece esistono progetti ad hoc con laboratori e momenti di riflessione: per i soggetti in età prescolare si propongono quattro tipi di esplorazioni legati a diversi momenti di sviluppo.
Elementari, medie e i primi due anni delle superiori sono invece coinvolti in uno spettacolo-laboratorio sul cybermondo, in cui grazie a programmi virtuali è possibile ripercorrere le differenti “età” del pianeta.
Inoltre per i ragazzi delle superiori in procinto della scelta universitaria sono previste quattro conferenze con esperti del settore che uniscono alla parte nozionistica stimoli e suggestioni di chi lavora e ricerca in quell’ambito.
Infine anche il personale docente è coinvolto tramite un progetto che li invoglia a diffondere la passione per la scienza tra i propri banchi di scuola.

L’evento è una vera e propria kermesse che offre, oltre ai contenuti strettamente inerenti le scienze anche momenti di svago e di intrattenimento personale: dalle mostre, alle esibizioni ai concerti, in modo che nessuna vena scientifica rimanga scoperta e che il pungolo dell’entusiasmo possa andare a colpire tutti coloro che sono interessati.
Successivamente verranno fornite informazioni maggiormente dettagliate riguardo il programma, si rimanda inoltre al sito dell’organizzazione dell’evento.

foto di eclipse80

MARKETING E CERVELLO PRIMITIVO


Recenti scoperte stravolgono letteralmente le basi del marketing. Patrick Renvoisé e Christophe Morin, nel loro recente libro “Neuro marketing. Il nervo della vendita.” (ed. Le lettere) identificano nel cervello primitivo l’area cerebrale della decision making.


Gli autori analizzano le scelte decisionali da un punto di vista neurologico. L’ipotesi alla base è una suddivisione del cervello in tre aree: il cervello riflessivo (next brain) è il più recente in termini evolutivi della specie, deputato all’elaborazione i dati razionali; il cervello intuitivo che si occupa dei processi emozionali e sensazioni. Infine il cervello primitivo (cerveau primitif o old brain), ovvero la parte più antica che elabora gli input degli altri due cervelli e controlla il processo decisionale.
La parte più rilevante dunque di fronte ad un acquisto è proprio quest’ultima. Ed è proprio l’old brain che i pubblicitari dovranno stimolare in modo corretto.


Gli autori affermano che la maggior parte di noi acquista su una base emozionale e istintiva e solo in dopo trova una giustificazione razionale alle decisioni prese. Renvoisé e Morin hanno inoltre identificato gli stimoli che maggiormente influenzano il nostro old brain. Sono stimoli che riguardano i bisogni primari dell’uomo, la sopravvivenza, la riproduzione e la sicurezza, ma anche il benessere. Sono di forte impatto anche stimoli che mostrano contrasti, oppure stimoli famigliari ed emotivi.


Il libro è un vero è proprio manuale di suggerimenti per pubblicitari ed esperti di marketing.
Gli autori innanzitutto suggeriscono di inviare messaggi multimodali, veicolando messaggi attraverso diversi canali percettivi. Utilizzare contemporaneamente il canale uditivo, visivo e cinestesico nel narrare una storia permette di influenzare più efficacemente il pubblico che si vuole raggiungere. “Neuro marketing” si propone dunque di insegnare a comunicare in modo efficace con il cervello primitivo, riportando metodi per aumentare l’efficacia commerciale e sviluppare la capacità di negoziare.
Le ambizioni degli autori sono elevate, forse troppo elevate. Pensare di poter riassumere la psicologia del consumatore in un solo libro e soprattutto ritenere di aver svelato tutti i meccanismi che ci portano a comprare un prodotto piuttosto che un altro sembra essere, almeno per l’autrice di questo articolo, piuttosto riduttivo.
foto by jetalone

sabato 16 dicembre 2006

L'AUTISMO TRA GENI E AMBIENTE: LA RICERCA CONTINUA

Abbiamo già parlato delle basi neurologiche dell'autismo, vogliamo ora presentare dati nuovi forniti da importanti centri di ricerca che possono aprire a ulteriori nuove prospettive e permettere non solo l'idividuazione, ma anche la cura tempestiva, nonchè il tenere sotto controllo i fattori di rischio individuati.

L'Autism Research Centre of Excellence dell'Università di Boston ha presentato durante un meeting sull'argomento dati notevoli: i soggetti autistici presentano anomalie nei geni e nell'anatomia cerebrale. Questi dati sono stati ottenuti sia tramite test intellettivi che evidenziano carenze funzionali; sia tramite esami clinici; che, infine, tramite analisi su autopsie.


La linea di ricerca è doppia: da un lato individuare i fattori ambientali di rischio (carenze genitoriali, ma anche fisiche dell'ambito di accudimento), dall'altro proseguire con la ricerca, approfondendo il ruolo dei neuropeptidi, per ora individuati come le proteine maggiormente coinvolte.


Anche il M.I.N.D. Institute in California presenta evidenze analoghe, e oltre: se sono i geni i responsabili della malattia, e se questi producoono proteine, è allora possibile rintracciarne la presenza nel sangue. L'obiettivo ambizioso è di individuare le probabili concentrazioni già alla nascita del soggetto, in modo da prevedere un sistema che integri e faccia fronte alle carenze cui il neonato andrà incontro. Carenze genetiche, ma anche a livello del sistema immunitario, e dell'ambiente.

Variabili difficili da controllare ma non impossibili.

Non più dell'individuazione di un "biomarker" (marcatore anatomico, nella definizione di David Amaral) dell'autismo.

foto by cippetta

LA RISONANZA MAGNETICA PER RINTRACCIARE LE CAUSE DELL'ISTERIA




Una recente ricerca condotta nell’università di Toronto conferma le ipotesi di Freud sull’isteria. Utilizzando la moderna tecnica della risonanza magnetica funzionale è stato esaminato cosa avviene a livello cerebrale in casi di donne isteriche.


Il padre della psicoanalisi aveva definito l’isteria come la trasformazione di un sintomo psichico inconscio in un sintomo fisico. Oggi si preferisce chiamare la patologia "disturbo da conversione" termine più politically correct di isteria. Tuttavia della stessa patologia si tratta. La ricerca, pubblicata anche sull’importante rivista scientifica Neurology, correla il sintomo fisico ad una problematica di tipo emozionale.


Lo studio è stato realizzato attraverso l’utilizzo della risonanza magnetica, che permette di visualizzare l’attivazione di aree cerebrali in determinate situazioni. Sono state coinvolte tre donne con problemi di sensibilità ad un arto, senza che ne fosse stata rintracciata la causa fisica, e a cui era stato diagnosticato un disturbo da conversione.
Alle donne veniva stimolato l’arto “addormentato”, mentre erano sottoposte alla risonanza magnetica funzionale per indagare che cosa accadeva nel cervello. In pazienti sani, se toccato un braccio o una gamba, si attiva una precisa area di sensibilità, opposta a quella dell’arto stimolato (l’emisfero destro per l’arto sinistro e viceversa). Nelle pazienti “isteriche” invece di fronte alla stimolazione, è stata rilevata l’attivazione di un’area emozionale.
In un’ulteriore prova sono stati stimolati entrambi gli arti contemporaneamente, sia quello sano che quello “isterico”. Anche in questo caso, oltre alle aree sensoriali, si attivavano in concomitanza aree emozionali.


Antony Fenstein, uno dei ricercatori della ricerca, fa notare come questa chiarisca perchè un trauma o uno stress possono essere all'origine di sintomi fisici. «Questi risultati indicano chiaramente che è l'attivazione di precise zone del cervello che governa i sintomi dell'isteria», spiega Fenstein. Quello che succede è probabilmente è che traumi o stress inducano attivazioni di zone encefaliche che «hanno la meglio» sulle normali funzioni cerebrali.
La ricerca potrebbe avere un seguito. I ricercatori vorrebbero infatti provare ad indagare quali zone cerebrali si attivano se la paziente non è attenta durante la stimolazione. La finalità è quella di provare a “distrarre” la paziente per “distrarre” il cervello.
La ricerca, nonostante i suio limiti metodologici dovuti all’esiguità del campione, permette ancora una volta di testare (e apprezzare) la versatilità delle più moderne tecniche di diagnosi, in una sorta di incontro tra passato e futuro, in cui ancora una volta emerge l’incredibile genialità di Freud.
foto by dmmaus

venerdì 15 dicembre 2006

IL FENOMENO DEL DEJÀ VU

Numerosi film sfruttano le tematiche mentali come filo conduttore della trama: oggi esce nelle sale il film di Tony Scott dal titolo pregnante “Dejà vu”. Lungi dall’essere un’invenzione cinematografica si tratta di un fenomeno mentale reale, del quale però si sa ancora poco e che per entrambi questi motivi attira l’attenzione del pubblico.
Vale la pena approfondire l’argomento.

Il fenomeno del dejà vu presenta una duplice percezione temporale: da una parte chi la prova sente di aver esperito una situazione simile a quella che sta vivendo attualmente (tempo presente), dall’altra non riesce a ricollegare un momento preciso in cui l’evento è accaduto (evento falsamente passato). Perché sia autentico, infatti, la situazione non deve essere avvenuta realmente in precedenza, altrimenti si tratterebbe di un ricordo incompleto o semmai, detta con Freud, di un rimosso che riemerge parzialmente alla coscienza.
Si tratta inoltre di una manifestazione che nella psicologia ingenua è solitamente ricondotta alla sola percezione visiva, ma riguarda in realtà tutti e cinque i campi sensoriali: odore e sapore, udito, ma anche tatto.

Le cause del rivivere una parte di esistenza sembrano avere fondamenta anatomiche, ma il meccanismo sottostante è ignoto per ora. Grazie a rilevazioni ottenute tramite neuroimaging, si è visto che, durante tale percezione “distorta”, il sistema libico presenta livelli di attività, in particolare nei lobi frontali.

Si distingue tra una forma non patologica, molto comune, che quasi ognuno di noi ha rovato, caratterizzata da uno stranimento improvviso,di breve durata, in cui però la coscienza resta presente. Il soggetto si sente “strano” e riconosce ciò che gli accade.
La forma patologica invece ha insorgenza e durata molto più lunghe, ma soprattutto vengono meno l’introspezione e la consapevolezza. Si associa a malattie psichiatriche, tra cui la depressione e a patologie neurologiche come l’epilessia. Proprio lo studio di quest’ultima ha permesso di identificare le basi anatomiche del dejà vu: la sindrome epilettica “Adlte”, e forse anche lo sfasamento temporale, si riconducono alla modificazione dell’epitempina (gene LGI1).

foto by ithil

UNA RICERCA SVELA ALTRE 10 NUOVE CAUSE DELL'OBESITA'


E’ stato pubblicato sul numero di Novembre dell’ > uno studio che indagava le possibili cause dell’obesità. I 20 ricercatori che hanno cooperato alla ricerca hanno scoperto che vi sono almeno altri dieci fattori che facilitano influenzano l’aumento ponderale.


Angelo Pietrobelli, che collabora con il Centro di ricerca sull’obesità della Columbia University di New York ed unico italiano che ha partecipato alla ricerca, ricorda la multifattorialià dell’obesità e l’importanza della conoscenza delle cause per poterla curare e combattere. Gli studiosi hanno scoperto almeno altri dieci fattori, molto diversi tra loro partendo dall’analisi epidemiologica e prendendo in considerazione campioni di soggetti molto diversi. Le prove sarebbero sufficienti sebbene ancora non conclusive.
Un esempio tra le cause emerse è la diminuzione delle ore di sonno. Ci sarebbe una relazione di proporzionalità inversa tra ore di sonno e massa corporea, ovvero dormendo meno, aumenta il peso. Sono stati inoltre analizzati i tassi di obesità in diverse etnie e popolazioni, o l’aumento dell’età media delle madri.


Nel mondo occidentale il 10% della popolazione è obesa. La situazione negli Stati Uniti è altamente preoccupante, dove il 30,6% degli statunitensi oltre i trent’anni è obeso (Ocse). Sebbene in Italia la percentuale sia di molto inferiore (8,5%), è comunque preoccupante e degna d’attenzione. Il ministero della salute ha previsto una serie di iniziative per la prevenzione anche fin dalle scuole elementari. Infatti, se l’obesità è già preoccupante per gli adulti, crea ancora più problemi se si protrae fin dall’infanzia.
L’obesità è una vera e propria malattia, ma che è stata riconosciuta come tale solo nel 1985 dalla Consensus Conference dei National Institutes of Health . Possiamo dire che le ricerche sono tutte piuttosto recenti e tutte evidenziano il chiaro apporto dei fattori psicologici.


Naturalmente uno stile di vita sano permette di mantenere sotto controllo il proprio peso corporeo piccoli accorgimenti possono facilitare il controllo del peso senza dover modificare totalmente il proprio stile di vita. Basta semplicemente usare le scale e non l’ascensore, oppure la bicicletta per andare a scuola al lavoro, oppure preferire abitudini alimentari più corrette, come mangiare più verdure e meno dolci. L’allarme lanciato ormai da alcuni anni sulla crescente epidemia dell’obesità deve farci riflettere: anche noi italiani, nonostante la salutare dieta mediterranea, non siamo esclusi dal pericolo!
foto by gil francisco

giovedì 14 dicembre 2006

FUMO E DISTURBI PSICHIATRICI: PER ORA SOLO SUGGESTIONI

Una recente ricerca, presentata al Convegno Annuale (2-8 dicembre) a Chicago del RSNA “Radiological Society of North America”, sugli effetti del fumo ne conferma la pericolosità per l’attività mentale, evidenziando possibili risvolti sull’insorgenza di psicopatologie, in particolare in riferimento all’area dei disturbi dell’umore.

La scoperta è avvenuta tramite l’utilizzo della tecnica della neuroimaging, una sorta di fotografia del cervello che evidenzia la concentrazione di date sostanze nelle diverse aree cerebrali. La rilevazione può essere condotta sia in stato di quiete o durante attività, in questo caso si tratta di un compito cognitivo.

È già nota l’influenza negativa dell’abitudine al fumo sulla salute, a causa di livelli più alti rispetto ai soggetti normali di creatina nei lobi frontali, una sostanza metabolica implicata nelle ricadute e nelle recidive; ma anche altre due sostanze presentano livelli alterati rispetto alla norma.

La nicotina è infatti responsabile di concentrazioni inferiori di colina e N-acetilaspartato, la prima deputata al mantenimento delle membrane cellulari, e particolarmente carente nei soggetti di sesso femminile, la seconda preposta alla percezione delle sensazioni di piacere/dolore e legata al fattore quantità. Il numero di sigarette fumate in un anno è proporzionale alle concentrazioni di N-acetilaspartato rilevate.

Livelli analogamente bassi si riscontrano in soggetti con patologie dell’umore e, nonostante non sia ancora sufficientemente indagato il legame in termini causali, non si può escludere che assunzioni periodiche di nicotina possano alterare il funzionamento mentale riguardo a certe aree e causare l’instaurarsi di patologie psichiche.

Il parere di Stefania: se la ricerca venisse confermata sarebbe sicuramente un aiuto ai moniti per la lotta contro il fumo, ma scientificamente è necessario attendere misure estese a campioni ampi: non basta una compresenza per giustificare un legame di causa-effetto. Serve che siano condotti test per valutare l’effettiva percentuale di incidenza di disturbi mentali in soggetti fumatori e che vengano chiariti i meccanismi secondo cui l’influenza avviene (intensità e direzione).

foto by vanholy

PULIZIE E AIUTO AI SENZATETTO PER I QUATTRO BULLI DI TORINO


Due giorni fa presso il SERMIG di Torino è iniziato il corso di rieducazione per i quattro ragazzi cha meno di un mese fa hanno maltrattato un loro compagno di classe down. I quattro compagni non si erano fermati non solo avevano filmato i soprusi, ma avevano anche messo il video sul web. Questo è stato forse il caso più eclatante degli ultimi periodi che hanno riportato l’attenzione dei media sul fenomeno del bullismo.


Il SERMIG è un’associazione cattolica sorta presso l’ex Arsenale di Torino che ora è diventato una vera e propria “fabbrica” della pace. Il centro accoglie i senzatetto e predispone spedizioni di beni per i paesi del terzo mondo. I ragazzi dovranno seguire per un anno un programma predisposto dallo stesso SERMIG e dalla scuola che frequentavano (da cui sono stati sospesi per una anno). Ogni giorno dalle 9 del mattino alle 17 dovranno riassettare, pulire il centro, preparare i pacchi per le spedizioni e distribuire i pacchi per i senzatetto. La speranza è infondere nei ragazzi maggiore rispetto per gli altri mettendoli a contatto con una realtà difficile.


Il fenomeno del bullismo è da anni in crescita. Non dobbiamo pensare al bullo esclusivamente come il bambino prepotente dei film americani. Esistono diversi tipi di bullo, diversi tipi di vittime e soprattutto quasi tutti i membri della classe vengono coinvolti nel gioco prevaricatorio. Infatti, oltre al bullo molti altri componenti della classe contribuiscono al mantenimento della relazione prevaricatrice, ridendo di fronte al comportamento del prepotente o anche semplicemente non facendo nulla. Inoltre non solo i maschi possono essere dei bulli, ma lo sono sempre più spesso anche le bambine, che però mettono in atto un bullismo “indiretto”, fatto di maldicenze, pettegolezzi o l’esclusione sociale.


Il bullismo rimane però un fenomeno sostanzialmente sconosciuto agli adulti. Ma che necessita di progetti di prevenzione e intervento. Data la natura multidimensionale del fenomeno, l’intervento dovrà essere predisposto a più livelli, sia sul gruppo sia sull’individuo. I progetti potrebbero così infondere maggiore competenze ematiche, tali da evitare episodi spiacevoli come quello sopraccitato.

foto by katsura

mercoledì 13 dicembre 2006

ANCHE I PADRI SOFFRONO DI DEPRESSIONE POST-PARTUM




Casi di cronaca degli ultimi anni hanno attirato l’attenzione su un problema diffuso, la depressione post-partum. Uno studio norvegese, pubblicato sull’ultimo numero del Journal of the American Medical Association (JAMA), ha studiato il delicato periodo immediatamente successivo alla nascita di un figlio, come molto rischioso anche per i padri.


Lo studio è stato condotto su un campione di oltre due milioni e trecentomila individui con la finalità di stimare il rischio di disturbi mentali dopo il parto. I risultati mostrano un rischio non solo per le madri, ma il periodo può risultare molto problematico anche per i giovani padri. La fascia più a rischio risulta essere quella dei più giovani, tra i 18 e i 25 anni, dove l’incidenza della depressione legata alla nascita del primo figlio è più alta in entrambi i sessi. Con l’aumentare dell’età tale incidenza tende ad assestarsi sui valori definiti normali: il dieci per cento nel caso delle mamme e il quattro per cento nel caso dei padri nei tre mesi immediatamente successivi alla nascita.
Tale depressione è però causata da fattori differenti. Nelle madri, infatti, è dovuta a cause più fisiologiche, un calo di ormoni che si verifica dopo il parto. Mentre nel caso dei padri è il senso di responsabilità o di inadeguatezza a far sviluppare una sorta di preoccupazione che solo in casi rari diviene pervasiva e sfocia in depressione.

Lo studio ha voluto analizzare questo periodo così difficile per i neogenitori, non solo per valutare il benessere degli adulti ma anche per prevenire fattori di rischio per il neonato. Non sono infatti rari ricoveri in ospedali per i bambini con genitori con depressione post-partum nel primo anno di vita.Un sostegno psicologico e pratico per le coppie, soprattutto se giovani, è dunque essenziale per evitare non solo che i genitori sperimentino episodi di depressione ma anche che i figli crescano in un ambiente poco tranquillo e accogliente in cui vengono percepiti come un elemento estraneo alla vita condotta in precedenza.
foto by edodn

AUTISMO E DIMENSIONI DELL’AMIGDALA

by Bergeronnett

La University of Wisconsin negli Stati Uniti ha condotto uno studio pilota al fine di individuare la presenza di un possibile legame tra amigdala e la patologia autistica.
L’autismo è un disturbo generalizzato dello sviluppo, caratterizzato da gravi deficit relativi alle aree della comunicazione/interazione con l’altro e del comportamento, che si presenta come ripetitivo e fortemente stereotipato. Il funzionamento intellettivo può essere compromesso (ritardi mentali), o mantenere aree di efficienza elevata (solitamente espressa in straordinarie capacità artistiche o logico-matematiche).

Abbandonata l’affascinante ipotesi psicoanalitica (Bettelheim in primis) del ritiro del bambino nel suo mondo a fronte di un ambiente frustrante e di carenze affettive ed empatiche da parte dei care-giver; la ricerca si è orientata verso ipotesi organiche e neurali. L’ipotesi prevalente è che l’amigdala sia sovrastimolata e che questo eccesso porti alla morte delle cellule nervose del cervello. Tanto maggiore è la stimolazione, tanto più gravi sono i sintomi che il soggetto presenta.

Dallo studio attuale, condotto da Richard Davison e colleghi, emerge che le dimensioni dell’amigdala sono rilevanti: quanto più è piccola, maggiore è l’intensità del disturbo, ipotesi che si affianca a quella della sovrastimolazione, senza contraddirla.

L’esperimento condotto consiste di due momenti: uno di rilevazione della grandezza dell’amigdala, l’altro dei tempi di contatto oculare. Questa variabile è indicativa perché una difficoltà tipica degli autistici consiste nel sostenere lo sguardo diretto verso una persona (in questo caso si tratta di riproduzioni di volti esprimenti un’emozione).
I risultati mostrano che dimensioni minori dell’amigdala sono correlate a tempi di fissazione più brevi e evidenziano anche che la grandezza tende a diminuire con l’avanzare dell’età del soggetto. I dati sono ancora in fase di sperimentazione, ma è facile intravederne da subito impieghi nella diagnosi tempestiva del disturbo.


L’esperimento è stato pubblicato dalla rivista The Archives of General Psychiatry.

martedì 12 dicembre 2006

TANTE RICHIESTE, MA NON CI SONO ABBASTANZA PSICOLOGI


Episodi di cronaca degli ultimi giorni come i casi di bullismo, omicidi e suicidi hanno portato alla ribalta la grande necessità di un sostegno psicologico in tutt’Italia. Tuttavia una ricerca dell’Eurisko ha messo in luce la mancanza di un numero adeguato di psicologi per far fronte a tutte le richieste.


L’Eurisko infatti mostra che sono sempre di più le persone che si rivolgono alla psicologo. Dalla ricerca (compiuta solo nella regione Lombardia) è risultato che il 15% dei lombardi (circa 1.100.000) si è rivolto una o più volte allo psicologo, di cui il 3,5% lo ha fatto anche negli ultimi dodici mesi. Spesso la domanda di sostegno non è per sé, ma per persone care. Il caso più rilevante è quello dei genitori preoccupati per le abitudini comportamentali e per la salute psicologica dei propri figli. Il 10% dei genitori (250mila casi) con figli inferiori ai 18 anni è ricorso, per aiutarli, a un professionista della psicologia. Il 4% durante l'ultimo anno.
Emerge anche la necessità di aumentare la presenza di psicologi negli enti e strutture statali. Viene auspicata una maggiore presenza di psicologi nelle scuole e nei consultori per contrastare fenomeni come, per esempio, quello del bullismo.

Nonostante questo grande bisogno di psicologia, molte persone non possono usufruire di consulti psicologici a causa della scarsa presenza di psicologi nelle strutture pubbliche. A denunciare questa situazione sono gli stessi professionisti, l’Albo degli Psicologi della Lombardia, committente dell’indagine. Enrico Molinari, presidente dell’Albo, sottolinea la dissonanza tra la precarietà emersa e la presenza di ben cinque facoltà di psicologia nella stessa Lombardia (presso la Cattolica a Milano, le università di Pavia, Bergamo, Bicocca e S. Raffaele). La carenza è soprattutto nell’area del servizio pubblico dove <<>>.
foto di Sigmund Freud by Divedi

APPLICAZIONI TERAPEUTICHE DELLA RV: LA CURA DELL’ARTO FANTASMA

La Realtà Virtuale ha da tempo perso il suo impiego iniziale di intrattenimento per diventare uno strumento di cura efficace (cfr. nei disordini alimentari), come dimostra la nuova applicazione messa a punto dalla School of Computer Science e della School of Psychological Sciences di Manchester.

Soggetti con arti amputati o insensibili accusano spesso sensazioni dolorose conosciute col nome di “sindrome dell’arto fantasma”. Le manifestazioni vanno dall’impressione di formicolii o lievi fastidi, fino a fitte dolorose o alla percezione del movimento dell’arto mancante. Tali disturbi possono perdurare per breve tempo o avere durata continua e sono di difficile trattamento.

La possibilità di rivedersi integri, seppur all’interno di un ambiente virtuale, grazie all’utilizzo di un casco e di un sofisticato software di coordinamento oculo-motorio, nonché di eseguire semplici movimenti sembra migliorare e far scomparire i sintomi dolorosi.

I ricercatori Stephen Pettifer e Toby Howard hanno inizialmente condotto l’esperimento su 5 soggetti e stanno ora ampliando il campione di ricerca.
Si auspica che alla validità terapeutico-pratica evidenziata, segua un’indagine su quali meccanismi mentali siano coinvolti e su quale sia il fattore specifico del sollievo e della remissione dei sintomi.

Per ulteriori informazioni sul tema della disabilità e della Realtà virtuale si rimanda agli atti dell' "International Conference Series on Disability, Virtual Reality and Associated Technologies" ora
disponibili on-line.
(foto by farnea)

COMBATTERE IL DIGITAL DIVIDE

by Wolfy
Analizzare il fenomeno del digital divide, evidenziarne cause e possibilità di soluzione del problema è ciò che si propone un nuovo strumento informatico pensato per l'età adulta e l'anzianità.


L’avvento di Internet e lo sviluppo rapido delle Nuove Tecnologie ha provocato rapidamente una frattura di conoscenze tra chi poteva permettersi un costante aggiornamento e chi invece per motivazioni svariate (condizioni socio-economiche, capacità, età…) restava avulso dal campo delle innovazioni. Il digital divide è quindi quel fenomeno per cui sussistono differenze nelle possibilità di acceso e fruizione dei nuovi media che dà origine a stratificazioni non solo culturali, ma anche sociali e politiche.
Inoltre è un fenomeno che presenta sia una dimensione individuale che sociale.

Allo scopo di ridurre questa divisione digitale l’Associazione No Profit Eldy ha creato un software (per ora solo per la piattaforma Windows) adatto ad adulti e anziani dai 55anni in poi per facilitarli nell’utilizzo di Internet.
Oltre all’obiettivo principale di alfabetizzazione informatica, maggiormente individuale, un progetto futuro prevede la creazione di community in modo da abbattere anche le barriere sociali e promuovere contenuti validi.

Per ora il software Eldy presenta caratteristiche ergonomiche facilitanti: scrittura a grandi caratteri con contrasti cromatici per eventuali carenze ottiche; menù e pagine in italiano; navigazione guidata; programmi con funzionamento intuitivo; videoscrittura, e-mail e chat semplificate. È scaricabile gratuitamente da Internet.
Successivamente saranno disponibili versioni per altre piattaforme e per utenze specifiche diverse.

lunedì 11 dicembre 2006

REGOLE SULLA TAGLIA DELLE MODELLE PER CONTRASTARE L'ANORESSIA



Il Ministro Meandri sta combattendo una battaglia contro la crescente diffusione dell’anoressia. La proposta è quella di vietare sulle passerelle modelle troppo magre, in modo da contrastare il mito della magrezza esagerata inseguita con ogni mezzo dalle adolescenti.


Già la Spagna ha stabilito una norma per l'indice di massa corporea in passerella: non inferiore a 18. La preoccupazione è forte ormai anche in Italia dove questa malattia, che può portare fino alla morte è spesso sottovalutata. E’ di pochi giorni fa la notizia della modella anoressica brasiliana morta in ospedale nonostante le cure.
Sebbene queste notizie dovrebbero essere un monito, il fenomeno sembra non arrestarsi. Al contrario, si assiste al diffondersi di siti inneggianti la magrezza eccessiva. Nonostante la loro illegalità, ad ogni sito oscurato se ne apre uno nuovo, in una rete di blog dove le ragazze si scambiano consigli su come dimagrire. Semplicemente digitando alcune parole chiave compaiono una serie si siti “pro Ana” (che nel gergo delle adolescenti significa anoressia) , dove facilmente le ragazze possono trovare informazioni su come dimagrire velocemente. Le ragazze si incoraggiano a vicenda nelle chat e nei forum. L’anoressia è vista come perfezione assoluta, un modo per distinguersi ed assomigliare a modelli dello star system come Kate Moss, Nicole Ritchie


L’ABA è un’associazione che si occupa dal 1991 della prevenzione e della cura di questo disordine alimentare. Sul sito sono presenti informazioni sulla malattia, numeri per un aiuto immediato e molto altro materiale che può essere d’aiuto non solo alle giovani ragazze anoressiche ma anche a genitori preoccupati per le proprie figlie. E’ la stessa Fabiola de Clercq, presidente dell’associazione a mettere in guardia sui pericoli di questi disturbi alimentari. Con un passato travagliato come anoressica e bulimica, sottolinea il forte impatto che un mezzo come internet e i blog possano avere sulle adolescenti. La diffusione dell’anoressia si correla alla diffusione di questi blog, che mostrano foto di modelle “pelle e ossa” nel vero senso della parola e sottolineando la necessità di un controllo più capillare.
foto by Sbaglio

PSICOTERAPIA COGNITIVA E PREVENZIONE DEL CRIMINE

Secondo una recente scoperta dell’Istituto di Psichiatria del King’s College di Londra, la propensione a commettere crimini cruenti sarebbe correlata con un deficit cognitivo.
Nello specifico si tratterebbe di un’incapacità nel processamento dei feedback della vittima. Gli aggressori non sarebbero in grado di recepire gli indicatori vocali e mimico-facciali di paura come tali, non risultano perciò indotti a frenarsi.
Valutati inoltre alla scala “Hare Psychopathy Checklist” mostrano frequenti agiti incontrollati, mancanza di senso di colpa o rimorsi.


Lo studio è stato condotto su un campione di 6 soggetti accusati di tentato omicidio e di aggressione con lesioni, cui venivano mostrati volti di persone impaurite.
Nei soggetti viene rilevata, tramite risonanza magnetica, attivazione minore delle aree deputate alla percezione del dolore altrui, rispetto al gruppo di controllo. Nei confronti della vittima avvengono una disumanizzazione (la persona diviene oggetto) e una dispercezione (connessione e valutazione errata di determinati segnali percettivi-sensoriali).

La causa scatenante il comportamento criminale, dice Tom Fahy, uno degli autori dello studio, resta però ancora in discussione.
Secondo alcuni si tratterebbe di un deficit con trasmissione genetica-ereditaria, mentre per altri pare maggiormente accreditata l’ipotesi esperienziale: aver subito violenze e deprivazioni o averne commesse di previe desensibilizza l’aggressore.

In attesa di ulteriori risultati una psicoterapia cognitiva può agire sulla disposizione mentale del soggetto e sull’eventuale associazione stimolo-risposta aggressiva instauratasi. Il vero passo da compiere è però agire non solo sulla restituzione di consapevolezza prima e durante l’atto, ma soprattutto interrompere il passaggio all’atto, anche con un’attenzione al contesto scatenante.

(foto by woodgate)

GESTIRE LA “FOFOFOBIA” CONSAPEVOLMENTE


Le notizie di cronaca, a partire dall’11 settembre, fino alla guerra in Iraq, hanno creato un clima instabile, soprattutto nei giovanissimi, ma anche negli adulti. Questa incertezza psicologica si è concretizzata in un aumento dei casi di attacchi di panico e del numero delle persone che hanno sperimentato un disturbo post-traumatico da stress.

Tali sintomi si sono verificati non solo nei luoghi di accadimento dei fatti, ma anche altrove, grazie alle possibilità della comunicazione mass-mediatica. Così per un bambino di New York è normale disegnare due torri infuocate, ma altrettanto lo è per l’infante tedesco, francese…
Anche gli adulti hanno modificato le proprie percezioni e il modo di relazionarsi gli uni con gli altri in situazioni pubbliche, specialmente in contesti con grande affluenza e di difficile evacuazione.


Il fenomeno viene indicato come “fofofobia” dalla ripetizione del termine greco fobos , ovvero la paura di avere paura. Il meccanismo che scatena delle reazioni più o meno evidenti sarebbe infatti da rinvenirsi nella negazione (raramente consapevole) di provare sentimenti di paura. In un mondo destabilizzante il soggetto sente di non potersi esporre ad ulteriori timori ed arriva a temerne l’insorgenza.
Per gestire questa paura, per sensibilizzare e “immunizzare” le nuove generazioni al fenomeno, presso la Libera Università San Pio V di Roma nasce il Master di I Livello: “Analisi e gestione dei contesti di paura e panico. Aspetti neuro-psicologici, socio-antropologici e mass-mediologici”.
Come evidenzia la denominazione lo svolgimento riguarda tre aree:
1. neuro-psicologica: indaga le origini del fenomeno, le distinzioni panico, paura, fobia e il funzionamento neurale correlato;
2. socio-antropologica: si tratta di un fenomeno non più individuale ma esteso alla collettività e che richiede aspetti transculturali;
3. mass-mediologica: la diffusione delle paure corre attraverso i nuovi media e le loro logiche.
Le applicazioni non si rivolgono solo alla terapia, ma riguardano il ruolo preventivo e sociale ed è probabile che le tecniche verranno impiegate anche nell’ora di Educazione sanitaria nelle scuole, una proposta del Ministro della Salute Turco e del Ministro dell'Istruzione Fioroni.

domenica 10 dicembre 2006

NUOVE FRONTIERE DELLA BIOLOGICAL MOTION


Un progetto ambizioso sui movimenti del corpo è in atto nei laboratori di psicologia della Queen’s University di Kingston in Canada. Il professor Troje ha elaborato un software che raccoglie e analizza le informazioni che solitamente l’uomo elabora inconsciamente osservando il comportamento altrui.


Il professor Nikolaus Troje, da poco trasferitosi in Ontario dalla Germania, è considerato un’autorità mondiale sugli studi del biological motion e si autodefinisce uno “scienziato visuale”. I sui studi si basano sull’utilizzo di un sofisticato strumento di motion capture del valore di mezzo milione di euro. E’ costituito da sedici videocamere ad alta velocità distribuite in un locale buio che registrano i movimenti di uomini e donne vestiti con tute aderenti nere. Ai loro corpi sono applicate dozzine di segnalatori luminosi e riflettenti che tracciano un percorso preciso quando le persone camminano e si muovono. Lo strumento ha la finalità di studiare i modi con cui le persone e gli animali si muovono nello spazio e pianificano le loro azioni.


Questi studi hanno la finalità di catturare molteplici informazioni sulle persone semplicemente dal modo in cui si stanno muovendo. Secondo Troje infatti potranno essere un valido aiuto nella diagnosi di patologie fisiche o psicologiche, come l’inizio di una depressione.
Attualmente lo strumento è già utilizzato negli studi di Hollywood per riprodurre i movimenti del corpo umano in tre dimensioni e «creare» personaggi artificiali. Invece sempre dal team dal professor Troje si sta sviluppando un progetto in collaborazione con la squadra di basket della Queen’s University per allenare i giocatori a comprendere l’intenzione del movimento altrui e quindi rendere le azioni più efficaci.


Alla base di queste ricerche c’è l’ipotesi che gli esseri umani possiedano dei meccanismi neurologici in grado di “interpretare il movimento altrui. Per questo è in progetto ancora più ambizioso: il life detector. Si tratta di programma in grado di riprodurre la capacità cerebrale di ogni animale e uomo di individuare la presenza di altre creature animali dal semplice movimento dei piedi, anche senza vedere mai la forma del corpo.


L’ambizione di questi innovati progetti ha reso famosa un’area di studi, la biological motion, quasi del tutto sconosciuta fino a cinque anni fa. Il sito di Troje conta circa 50 mila visitatori al giorno, con punte di 150mila la sera in cui in Germania uno show televisivo di satira politica ha contrapposto l'analisi del movimento a computer di George Bush e Nancy Pelosi. Nel sito sono disponibili una serie di test e giochi per tutti che introducono alla teorie di Troje: come distinguere il passo di un uomo e una donna o di una persona triste o allegra.

EDUCAZIONE E DIFFERENZE: UNA SFIDA "ALLA PARI"

Il tema dello sviluppo in psicologia, negli ultimi anni, è conciso sempre più con l’educazione dei giovani.
Il rapporto maestro-discepolo, tanto caro a Socrate, si è incrinato nel tempo per evidenziare come l’esperienza dei più anziani non sia superiore a quelle forme di cooperazione e mutuo aiuto tra discenti nota col nome di peer-education.


Si tratta del rovesciamento del modello tradizionale dove l’alunno diviene protagonista, e non più soggetto passivo, della propria formazione tramite scelta degli argomenti e del metodo di lavoro.
Perché sia efficace, l’educazione tra pari richiede un progetto di lavoro comune o un periodo di tempo in cui un gruppo di persone (solitamente adolescenti o giovani adulti), di uguale status, concorrano ad uno scopo tramite la messa in comune di esperienze e conoscenze personali.
È un processo caratterizzato pertanto da autenticità, cooperazione e sintonia, in un processo spontaneo e in un clima di fiducia interpersonale (per alcuni simile al transfert).

Recentemente numerose scuole di primo e secondo livello applicano questa pratica, seppure in modi sporadici e limitati, ma si assiste anche a progetti istituzionalizzati, nonché a una crescente presenza del tema nella saggistica.
Per chi volesse saperne di più recentemente sono stati pubblicati due libri dalla casa editrice Franco Angeli:
“Peer Education, Istruzioni per l’uso”
“Peer Education, adolescenti protagonisti nella prevenzione”
Inoltre è possibile scaricare via internet un manuale esaustivo pubblicato dal IAG.
Meno recenti, ma di grande interesse sono gli atti del convegno svoltosi presso l’Ateneo di Torino lo scorso anno, anch’essi consultabili.
Infine per chi desideri uno sguardo su esperienze concrete messe in atto da Istituzioni scolastiche, si rimanda ai progetti avviati dal comune di Bra e aggiornati in questi giorni.
foto by reeve_lau

FREUD E LA FILOSOFIA

Il 15 dicembre si segnala un ulteriore appuntamento: a Venezia, presso l’Ateneo (Campo S. Fantin), l’autrice Yamina Oudai Celso presenta il suo nuovo libro: “Freud e la filosofia antica: genealogia di un fondatore”, edizioni Bollati Boringhieri.

Il volume racchiude tutte le aree trattate dal padre della psicoanalisi, dalla terapia, alle pulsioni, all’impianto teorico. Tuttavia ne emerge un ritratto originale che svela un volto nuovo del pensatore, la sua anima filosofica e il suo background storico nella Vienna di fine Ottocento.
Freud giunge al superamento dell’empirismo puro, dello scientismo sterile, non solo per le sue intuizioni di metodo, ma, secondo Yamina, anche grazie alla sua vena classica, come ben evidenziano i paralleli con Platone, Aristotele e altri filosofi.

La presentazione si svolge alle ore 18, con la presenza ulteriore dello psicoanalista Luigi Boccanegra e del filosofo Carlo Natali. Il dibattito sarà gestito da Adriano Dosaggio.
(foto by -EME-)

sabato 9 dicembre 2006

PSICOLOGIA ED ECONOMIA: NUOVI CONNUBI



by baba80



Si è gia parlato di come il funzionamento dei circuiti neurali influenzi le scelte di acquisto delle persone e di come importanti psicologi, tra cui Kahneman, si siano di recente dedicati con successo a tali studi.
E proprio in questi giorni esce nelle librerie il libro: “Economia cognitiva” di Matteo Motterlini.

Ecco così che la tanto esaltata ragione, la logica del calcolo matematico, cede di fronte alla pasta psicologica dell’uomo: non è l’utilità ma l’emozione a guidare i nostri interessi così come a pilotare le nostre scelte. Quello che viene aggiunto da Motterlini alla neuroeconomia, è la scoperta che non solo l’attività cerebrale influisce sulle decisioni, ma che i pesi e le misure usate nella valutazione variano a seconda dello stato emotivo e delle sensazioni che il prodotto ci suscita. Elementi che i brand, come già si diceva, più o meno consapevolmente usano già da tempo.
Un libro semplice ma efficace per dare una lettura scientifica, ed insieme accattivante, di un fenomeno in netta espansione.
Per acquistare on-line il libro:

MA QUANTO PARLI?

by feastoffools



La convinzione secondo cui le donne parlino molto più degli uomini sembra essere oggi suffragata da ricerche scientifiche. E’ la tesi sostenuta dalla neuropsichiatria americana Louann Brizendine nel suo libro “La mente femminile” (“The female brain”), pubblicato negli U.S.A la scorsa estate e disponibile dal 2007 anche nelle nostre librerie.


Secondo l’autrice, dottoressa presso la University of California di San Francisco, , in media una donna pronuncia circa 20mila parole al giorno, contro le 7mila di un maschio. La rilevante differenza numerica deriverebbe da precise caratteristiche cerebrali risalenti all'evoluzione del feto, e in particolare alla chimica degli ormoni sessuali: sarebbe il testosterone a limitare la “produzione” maschile. Ma c'è di più: le donne amano chiacchierare anche perché questa occupazione provocherebbe nel cervello femminile un rilascio di sostanze chimiche dall'effetto simile a quello dell'eroina. Le conclusioni deriverebbero dalla lunga esperienza clinica della dottoressa, nonché da ricerche condotte in prima persona dalla ricercatrice e sull'analisi di studi precedenti


L’autrice non si limita ad esaminare la produzione verbale femminile, ma delinea delle vere e proprie specificità del cervello femminile. Brizendine discute le ragioni biologiche che fanno sì che le bambine si sentano maggiormente attratte dalle bambole che dalle macchinine, descrive le ragioni neurologiche in virtù delle quali le donne pensano al sesso meno degli uomini, ma spiega che istintivamente, volendo far nascere bambini geneticamente migliori, possono avere molte più relazioni extraconiugali dei mariti.

Queste conclusioni, che a molti sembreranno ovvie e ad altri faranno rabbrividire, presentano però scarsa validità. La ricerca è stata messa da più parti in discussione, soprattutto perché manca una fonte concreta cui risalire per il calcolo statistico del dato chiave "20 mila parole contro 7mila". Si tratta inoltre di una posizione che rischia di rafforzare gli stereotipi già presenti sulle differenze tra uomini e donne.

venerdì 8 dicembre 2006

PREMIO HANNAH ARENDT 2006

by Pabloherasal

La consegna del premio “Hannah Arendt” 2006 si terrà il 15 dicembre a Brema presso la Fondazione Heinrich Boll. Il riconoscimento è stato conferito a Julia Kristeva, filosofa, psicoanalista e docente presso l’Università D. Diderot di Parigi, col merito di aver avvicinato la psicoanalisi ai temi politici.

Nel 2005 l’onoraria ha infatti pubblicato un saggio intitolato “Hannah Arendt. La vita, le parole” sul tema dei totalitarismi che la pensatrice ha vissuto sulla propria pelle, fino ad essere costretta, nel 1933, a trasferirsi in Francia (e poi negli Stati Uniti) per salvarsi dalle persecuzioni naziste.

Gli interessi di Julia Kristeva si sono inoltre concentrati attorno alla linguistica e alla semiologia. Vicina a Jakobson ed esponente di rilievo dello strutturalismo, si è dedicata anche al tema delle scienze umane, senza mai perdere di vista i suoi punti di partenza. La psicoanalisi diventa per lei il campo dove la formalizzazione si apre ai numerosi e singolari modi della significazione di ognuno.
L’attenzione al soggetto e al contesto storico non le impediscono però di arrivare alla formulazione di una teoria generale del significato.

Ricorre quest’anno anche il centenario della morte di H. Arendt che, seppur non psicologa, ha dato una lettura illuminante prima del concetto di ideologia (<>), e poi della mente umana, in “The life of the mind”.
Per chi desideri maggiori informazioni si rimanda a: www.hannaharendt.org