venerdì 26 gennaio 2007

CHILDFREE: DIRITTO O PAURA?

Il tema della crescita della popolazione è finora stato di pertinenza politica, col fine di evitare da una lato il sovraffollamento e la mancanza di cure-risorse, e di scongiurare dall’altro la crescita zero per la sopravvivenza del Paese. Tuttavia dietro i numeri italiani si nasconde una complessa sfera psicologica, legata a vicende personali e sociali, che sono ora oggetto di analisi del primo Convegno Nazionale promosso dall’Università di Padova per i giorni 26 e 27 gennaio. La mancanza di figli sembra essere una tendenza attuale che nasconde difficoltà e paure della famiglia italiana.

Il movimento del Childfree è un’insieme composito di volontà che per motivi diversi fa della scelta o della impossibilità di fare figli un cavallo di battaglia. Nella società italiana si parla di famiglia in senso pieno nel caso di una coppia sposata con figli, anche se la media di figli per le madri nazionali è di 1, 33 , un limite inferiore a quello auspicabile per ragioni di esistenza politica (2,1).

Negli anni 70 le coppie senza figli per motivi di infertilità ricevevano l’etichetta negativa di “childless”, connotazione che non si è andata perdendo negli anni del boom professionale delle donne. La prole è diventata un problema per la carriera e si è parlato di diadi “snaturate”, i Dual Income No Kids.
La rinuncia, imposta o voluta, diventa ora scelta, anzi diritto di scelta. Ma se i diritti si fondano su logiche e valori, il rovescio della medaglia di questa richiesta sembra vacillare e porsi più sotto il concetto di paura che non sotto quello di libertà.

Quali sono le motivazioni psicologiche sottese? Il Convegno vuole indagarle, anche grazie al confronto con altre realtà europee, ma esistono già delle ipotesi. Innanzitutto ci sono due matrici: l’una di interesse personale-egoistico e l’altra invece di riflessione sociale-altruistica.
Dal lato egoistico troviamo:

  • la necessità di stabilire e mantenere una relazione più intima con il partner, dal punto di vista emotivo e fisico;
  • una maggiore disponibilità economica;
  • la possibilità di riprogettare la propria vita in qualunque momento, con un orizzonte vasto di possibilità.

Dal lato sociale invece:

  • il disappunto verso la costante crescita della popolazione mondiale a fronte di risorse insufficienti;
  • il timore di mancanza di responsabilità o incapacità educative che portino ad una prole immorale e asociale.

In generale è il timore della condizione di genitore a inibire i nuovi adulti, quella generazione di trentenni o poco più che già viene accusata di peterpanismo.
Se da un lato il parere dell’autrice mostra una certa inflessione di stizza nei confronti di questa paura della responsabilità verso se stessi, a fronte magari di impieghi con grandi responsabilità esterne; dall’altro si ritiene che si tratti di un fenomeno preoccupante. Sono i nuovi ritmi societari, l’allungamento della fase giovanile-adolescenziale anche nell’adultità, che promuovono un pensiero all’indietro. Le possibilità economiche e culturali aumentate spingono forse le persone a rimandare le scelte in una speranza di immortalità perenne, in barba ai tempi fisiologici, o hanno modificato il modello da raggiungere, escludendo la componente figli? Ipotesi plausibili, ma agghiaccianti che solo i risultati di questo congresso e altri lavori sul tema potranno sciogliere.

foto by luskydiamond

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