Visualizzazione post con etichetta addiction. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta addiction. Mostra tutti i post
venerdì 16 ottobre 2009
CONNECTIVITY: ANSIA E IT
L'istituto inglese The Future Laboratory ha indagato il legame tra ansia e connessione telematica. dalla ricerca emerge che due terzi degli utenti si sentono maggiormente sicuri se hanno la possbilità di conntersi a Internet, sia come tramite computer che tramite device mobili.
L'ansia, reazione adattiva in caso di pericolo, si manifesterebbe invece in mancanza di connettività, soprattutto nel caso di mancanza di contatto digitale con la famiglia ( figli, coniuge...)
Tuttavia anche la "google addiction" contribuisce a innalzare il livello di stress, se ci si ritrova in situazioni sconosciute o problemetiche viene vissuto come ansiogeno il non poter ricorrere alla consultazione delle pagine web.
Lo psicologo James Brook distingue tuttavia due tipologie di persone: gli ansiogeni da non connessione e invece chi si sente libero e non oppresso proprio dalla mancanza di reperibilità, che nelle vite quotidiane è diventata la norma.
La net-dipendenza intesa come assorbimento dal mondo virtuale interessa ormai quasi il 4% dei soggetti studiati, anche se i picchi più alti si registrano nei paesi asiatici e oltreoceano, negli USA.
Sembra sempre più vicina lìipotesi di rehab per internet dipendenti anche in italia, soprattutto per quegli adolescenti ormai assorbiti dalla socialità cibernetica e incapaci di vivere altrove una vita reale, con conseguenti possibili disturbi comportamentali.
venerdì 24 luglio 2009
LA DIPENDENZA MENTALE DEL FUMO
Studi e ricerche sui fumatori sono numerosi e purtroppo molto spesso si tratta di metodi pseudo-medici di ordine miracoloso che rendono l'argomento ancora più fumoso.
In tempi in cui gli effetti nocivi sulla salute sono di dominio publico, vale la pena interrogarsi su cosa davvero spinge i tabagisti a non perdere il vizio. Ci viene in aiuto un recente studio di Psicofarmacologia.
La dipendenza da sigaretta è prima di tutto un fattore di contenuto: la nicotina è una sostanza stimolante che crea dipendenza fisica inducendo le persone a continuare nel consumo e ad aumentarne progressivamente la quantità di fronte alla diminuizione dell'appagamento e all'assuefazione del fisico alla sostanza.
La nicotina è uno stimolante derivato dal tabacco che agisce direttamente sui neurotrasmettitoori, innalzando il livello di produzione della dopamina. L'aumentare delle concentrazioni di quest'ultima provoca una sensazione di benessere difuso, di appagamento e piacere, tuttavia un costante livello più alto della media porta a malattie di vario ordine.
Chiarito quindi che la prima causa è fisica, sappiamo che il potere stimolante di una sigaretta no è tale, come nel caso di droghe pesanti, a giustificare l'instaurarsi di una dipendenza anche se il basso contenuto di stupefacenti non dve eindurre al contrario alla sottovalutazione del rischio di non poterne più fare a meno.
Esistono tuttavia numerosi fattori psicologici che incidono sulla scelta o meno di tabagismo.
Secondo Matthew Palmatier che ha recentemente pubblicato un articolo su Neuropsychopharmacology il piacere non deriva dalla sigaretta in sè, ma dalle esperienze piacevoli che ad essa si accompagnano.
Non sarebbe il fumo la "causa" del poacere ma il legare l'atto di fumare a esperienze e contesti di vita piacevoli. Approfondendo tale punto il professore ha infatti notato come nella maggior parte dei casi il consumo di stupefacenti sia strettamente legato alla compagnia di persone specifiche o al trovarsi in posti particolari.
La sigaretta assume così il valore di un premio, al pari di un ben più innocuo gelato, che ci si concefde in situazioni di rilassatezza e che diviene poi imprescindibile perchè la compagnia di tale persona o il trovarsi nel medesimo posto siano ugualmente piacevoli.
Nelle affermazioni dello studioso americano è contenuto un terzo fattore implicato nel tabagismo, ovvero l'instaurarsi di un'abitudine automatica che ci porta a ripetere gesti e usi in situazioni simili così come giorno dopo giorno. Lo stesso fumare una prima sigaretta aumenta così la probabilità di fumarne una seconda.
Resta poi un ampio discors che si aggira intorno al valore sociale e personale della sigaretta, laddove i due termini spesso sono solo virtualmente distinguibili.
I fumo come rito di passaggio o conferma della propria identità è ancora fortmente presente nell'età adoloescenziale, così come un contesto sociale eccessivamente permissivo o al contrario restrittivo son fattori facilitanti la scorretta abitudine.
Foto by Gettyimages
Etichette:
addiction,
adolescenza,
comportamento,
psicologia,
salute
mercoledì 1 aprile 2009
LA SINDROME DI DIOGENE
Un recente studio spagnolo pubblicato sul quotidiano El Pais ha coniato la definizione Sindrome di Diogene per definire la tendenza ad accumulare un numero esagerato di e-mail all'interno della propria casella di posta. Pensate che tutto questo accumulo sia un'innocente dimenticanza? Vale la pena saperne di più.
Diogene è da tutti ricordato come il cinico alla ricerca dell'uomo con una lampada in mano; ma cosa accadrebbe se costui non solo non venisse a capo della sua ricerca, ma si trovasse a fronteggiare una montagna di informazioni ammassate senza ragione? Se la mail che cercate disperatamente si cela in un mare di comunicazioni inestricabile, è arrivato il momento di fare luce.
Enrique Dans dell'Istituto Impresa ha classificato cinque tipologie di soggetti in base alla loro modalità di gestione della posta elettronica: il classificatore, il selettivo, il sentimentale, l'irresponsabile e il "diogene". Troviamo così chi divide la corrispondenza in cluster precisi o chi salva soltanto specifici cue per la memoria, chi usa un metro "razionale" e chi invece uno emotivo, legato ai propri ricordi, fino a chi elimina ogni informazione pochi secondi dopo la ricezione.
La tipologia diogene nasce invece grazie alle nuove possibilità tecnologiche che consentono all'utente di avere un maggiore spazio di archiviazione, pur a fronte di invii onerosi in termini di mega. Cosa si cela di fronte a questo bisogno del bibliotecario?
L'aspetto preoccupante è legato alla dimensione del controllo. molto spesso i messaggi ritenuti sono privi di informazioni significative per l'utente, che perde gradualmente la capacità attiva di fare selezione. Non solo, l'accessibilità dello spazio virtuale personale è accresciuta da device che ne permettono la consultazione in tempo reale e facile (si vedano palmari e cellulari di nuova generazione).
La situazione è spesso aggravata dal possesso di più di un account, nati magari per soddisfare esigenze differenti di archiviazione (lavorativa, personale, di informazione) ma sempre più soggette all'ibridazione data la crescente logica di commistione delle comunicazioni web.
José Miguel Bolivar suggerisce allora sette semplici regole: guradare da subito la comunicazione attentamente e classificarla entro le cartelle "da fare", "devo", "mi devono" e "da leggere". Le mail che non rientranmo in queste vanno eliminate subito.
Senza entrare nella logica della procedura, che ciascuno di noi è in grado di coniare per se con un minimo di buon senso, sembra forse eccessivo parlare di sindrome vera e propria. Tuttavia vanno valutati attentamente tutti i segnali di dipndenza e di eccesso legati alla gestione delle infoemìrmazioni (in fondo noi siamo ciò che diciamo e pensiamo) e considerarli come l'anticamera di un'addiction asfissinte e controproducente sia alla persona che al ruolo, di qualunque livello esso sia.
Non a caso viviamo in un contesto dove ormai sempre più di frequente le reti aziendali impediscono di default l'accesso a social network e siti di connettività.
Foto by Gettyimages
Etichette:
addiction,
comportamento,
comunicazione,
disturbi psicologici,
internet,
nuove tecnologie,
psicologia
domenica 26 ottobre 2008
L'ATTRAZIONE DELL'ALTRUISMO
Uno studio riportato sul British Journal of Psychology ribalta le classiche considerazioni sulla scelta del partner: l'altruismo, al pari di altre caratteristiche, stimolerebbe o meno la scelta di un'eventuale compagno. Insomma la forza e la capacità di sopravvivenza vanno di pari passo con la capacità di aiutare gli altri e, a quanto pare, non si tratta più soltanto di una caratteristcia femminile. Vediamo meglio di cosa si tratta.
Tim Phillips, assieme ad un equipè di biologi dell'Università di Nottingham, ha scoperto che l'essere altruisti risulta essere una dote altamente attraente. Intervistando circa 1000 persone la caratteristcica dell'altruismo ha infatti ricevuto una grandissimo numero di selezioni come caratteristica rilevante nella scelta del partner, e tale caratteristica ha guadagnato addirittura il primo posto quando si esaminano i soli dati femminili. La donna apprezza infatti l'uomo che dimostra proposività e aiuto nel confronto di altri.
Dai dati raccolti da 170 coppie sono emersi riaultati in direzione con le ipotesi dei ricercatori: la caratteristica dell'altruismo è sì attraente, tuttavia ha un grado di interesse variabile a seconda della posizione dell'altruismo nella scala dei valori di ciascuno. Ovvero, se si chiedeva alle persone di indicare l'importanza da loro attribuita all'altruismo, si poteva notare che le coppie risulatavano in sintonia tra loro: persone con alta attenzione alla generosità verso il prossimo tendevano a scegliere partner con analoghe caratteristiche, mentre chi aveva scarsa sensibilità verso l'argomento sceglieva compagni/e a loro volta meno propensi all'altruismo.
Arrivare ad ipotizzare che l'altruismo sia un meccanismo forte della selezione naturale è forse eccessivo rispetto ai dati presentati, tuttavia i ricercatori hanno evidenziato come siano più di una e come varino a seconda delle caratteristiche personali di ognuno i fattori che influiscono sulle scelte sessuali delle persone. Essere sempre più consapevoli dei meccanismi primordiali checi muvono ci può portare a scelte e decisioni sicuramente più consapevoli.
foto by gettyimages
Etichette:
addiction,
comportamento,
meccanismi di scelta,
psicologia,
ricerche recenti
giovedì 23 ottobre 2008
CERCARE NUOVI AMICI CON MODERAZIONE
Cercare amici sul web, attraverso i siti di social network, può creare dipendenza. La ricerca spasmodica di nuovi contatti può infatti determinare una sensazione di rifiuto e di isolamento. Il 10% della popolazione è a rischio di “friendship addiction” secondo Smallwood, perché avere nuovi amici è naturalmente bello e piacevole, ma attenzione: con moderazione!
Con quasi 60 milioni di utenti Facebook , il sito di social network che ti permette di ritrovare vecchi amici e compagni di scuola, sta diventando una vera e propria mania. Dopo il raduno di Roma, si è tenuto ieri a Milano il secondo ritrovo italiano degli iscritti. Secondo gli organizzatori si sono presentati in 15 mila, cifra che non deve stupire se si pensa che solo a Milano gli iscritti sono circa 60 mila.
Facebook rientra nella categoria delle innovazioni del Web 2.0, permette di creare dei contatti, ritrovare nuovi amici e di creare nuove amicizie. Ma il fenomeno può acquisire anche aspetti negativi. Lo psicologo britannico David Smallwood, un vero guru in Inghilterra, mette in guardia contro i rischi celati dietro Facebook, in un articolo ad ampia divulgazione pubblicato sul “Daily Mail”.
Gli studi condotti sui social networks mostrano come essi stiano di fatto diventando un sostituto dei legami famigliari. In Gran Bretagna, dove i legami familiari stanno perdendo importanza, i social networks trovano terreno fertile.
Smallwood infatti ritiene che il passo sia breve tra avere contatti e diventare dipendente dalle amicizie on-line. L’acquisizione di nuovi amici genera automaticamente e quasi per tutti un processo di assuefazione, a cui va aggiunto il meccanismo della desiderabilità sociale poiché si può essere giudicati in base a quanti amici si ha on-line. Alla “friendship addiction” (tradotto in italiano “amico-dipendenza”) sarebbe vulnerabile ben il 10% della popolazione, con una spiccata preponderanza per le donne, la cui autostima è più facilmente influenzabile dai rapporti sociali. Chi è più insicuro e con livelli di autostima più bassi può incorrere nel rischio di sentirsi respinto e conseguentemente di isolarsi ulteriormente.
foto by luc legay
Etichette:
addiction,
disturbi psicologici,
internet,
nuove tecnologie
lunedì 21 luglio 2008
PSYCHO-FLASH: VIRTUALE BATTE REALE?
Il dilagare di strumenti di comunicazione e di simulazione come videogiochi e cellulari sembra essere per molti un problema che rischia di avere ripercussioni sulla salute e il benessere mentale, in particolar modo dei giovani.Ne è un esempio la nuova mania dell’IPhone della Apple, ma questo è soltanto uno dei molti strumenti a disposizione, a partire dai telefonini ad uso computer e dalla playstation portatile.
Secondo Massimo di Giannantonio della Società Italiana di Psichiatria è particolarmente duro sul tema: senza regole specifiche di utilizzo, imposte dagli stessi gestori o dai genitori dell’adolescente, gli strumenti di gioco e di immersione virtuale rischiano di portare a vere e proprie sostituzioni dei vissuti cognitivi ed emotivi e portare ad un isolamento potenzialmente dannoso entro il mondo virtuale.
Demonizzare in toto questi strumenti non è possibile, molto si può invece fare per l’educazione all’uso corretto e per lo sfruttamento delle potenzialità di questi strumenti in direzione dell’incremento, non dell’impoverimento, delle facoltà dei giovani. Con un occhio di attenzione: se è vero che la fascia maggiormente a rischio è quella della prima adolescenza. È anche vero che queste piccole, si passi il termine, manie stanno diventando sempre più appannaggio dei giovani adulti, un trend tutt’altro da sottovalutare.
Foto by gettyimages
Etichette:
addiction,
adolescenza,
internet,
nuove tecnologie,
reltà virtuale
lunedì 14 luglio 2008
PSYCHOFLASH: QUANDO IL NEONATO SORRIDE
La rivista Pediatrics ha pubblicato un articolo relativo all’effetto del sorriso del bebè sulla propria madre, un messaggio positivo che avrebbe potere analogo a una sostanza energizzante.Lo studio è stato coordinato da un equipe di neuroscienziati del Baylor College of Medicine di Houston presso un ospedale pediatrico del Texas. Alla ricerca hanno partecipato 28 mamme con figli di età compresa tra 5 e 10 mesi.
Alle neomamme venivano mostrate fotografie dei propri bimbi mentre sorridevano e le loro risposte neurofisiologiche venivano rilevate tramite risonanza magnetica funzionale.
Si è così potuto osservare che le aree del cervello materno che si attivano sono le medesime connesse ai meccanismi di gratificazione legate a cibo, sesso e droghe. L’attivazione di tali aree neurali del piacere produce attivazione globale dell’organismo, con effetti di tipo stupefacente.
Il sorriso del proprio figlio produce nella madre un vero e proprio effetto energizzante.
Foto by gettyimages
Etichette:
addiction,
emozione,
infanzia,
neuropsicologia,
scoperte recenti
mercoledì 9 luglio 2008
PSYCHO FLASH: ATTENZIONE ALA DROGA VIRTUALE
Recentemente in internet è possibile scaricare file sonori in grado di provocare effetti simili a quelli dell’assunzione di droga, semplicemente ascoltando queste melodie. Ma i rischi possibili sono molti.Il software principale si chiama I-Doser, ma basta anche un comune programma audio multimediale e un paio di cuffie per l’ascolto. Solitamente la prima tranche è gratuita, mentre ulteriori brani vengono offerti a pagamento.
Cosa si nasconde dietro questo effetto? Tali suoni agiscono tramite speciali frequenze che vengono percepite dal cervello ma non a livello conscio; si tratta di suoni compresi tra 3 e 30 hertz che spesso, per risultare più piacevoli all’udito, vengono aggiunti o mescolati con melodie note o di tipo ritmico.
Tali basse frequenze lavorano sulla stessa lunghezza d’onda del cervello e nonostante non esitano ad oggi prove scientifiche della loro pericolosità o meno, è lecito supporre che esse interferiscano con il funzionamento mentale, in modo temporaneo o forse persino prolungato, proprio per produrre gli effetti narcotici.
Cosa si prova dopo l’ascolto? Chi l’ha provato dice di non avere avvertito sensazioni particolari durnte l’ascolto, alcuni addirittura di non aver neppure percepito dei suoni. In seguito però, pochi minuti dopo “l’assunzione” compaiono gli effetti: vanno da un lieve stato di euforia ad uno invece di rilassatezza, fino all’esaltazione o al contrario alla depressione temporanea a seconda di come reagisce ognuno (gli effetti delle droghe si sa sono spesso soggettivi, è ciò vale anche per la loro parente virtuale). Alla fase piacevole subentrano poi i postumi, simili a quelli di una sbornia alcolica: mal di testa, stanchezza, ronzii alle orecchie e nausea. Per alcuni inoltre agiscono da subito gli effetti negativi, senza alcuna sensazione piacevole.
Finchè non si avranno notizie scientifiche in merito alla pericolosità o meno del fenomeno, vi invitiamo ad usare prudenza e a non farvi vincere dalla curiosità: basta una sola volta per avvertire tutti questi effetti!
Foto by gettyimages
Etichette:
addiction,
internet,
reltà virtuale,
salute
venerdì 16 maggio 2008
SIAMO BELLE, VOGLIAMO DI PIU’
Brutte notizie per gli uomini d’oggi, lo dice uno studio pubblicato sulla rivista Evolutionary Psychology. Le donne belle non si accontentano più di trovare un uomo di loro gusto, ma pretendono che sia perfetto. Ecco cosa c’è alla base di questa scelta e quali sono le caratteristiche del nuovo principe azzurro.L’equipe di ricercatori, condotta da David Buss, si era già occupate del tema della desiderabilità dell’uomo da parte delle donne e le ricerche in generale concordavano su criteri di origine prevealentemente evoluzionistica. Le donne cercavano un partner che potesse fare fronte alle necessità loro e della prole, sia dal punto di vista fisico che economico.
Con la differenziazione dei legami sono state delineate poi una serie di caratteristiche che le partner ricercavano a seconda della relazione in corso. Se la storia si prefigurava come unione stabile e duratura nel tempo, le qualità maggiormente “richieste” erano quelle di cui sopra in modo da garantire la necessaria stabilità; se invece si trattava di un storia di breve durata era l’aspetto fisico il tratto maggiormente saliente, seguito da forza e virilità.
Lo studio recentemente condotto da Buss e colleghi invece mette in evidenza un nuovo criterio di scelta del partner, molto più personalistico. La scelta dell’uomo ideale dipende infatti dalla visone che abbiamo di noi stessi: se la donna si percepisce come attraente e di bell’aspetto tenderà ad avare pretese più elevate rispetto ad altre donne.
Oltre alla bellezza e alla virilità, qualità che rimangono costanti, entrano in gioco salute, fedeltà, buona appartenenza familiare, ricchezza e desiderio di paternità. Una lista passibile di aumentare e diminuire a seconda del livello di desiderabilità percepita da parte della donna.
E l’uomo in tutto questo? Secondo i ricercatori il fenomeno funziona soltanto al femminile, mentre l’uomo si accontenta ancora, almeno a livello inconscio, di trovare una buona madre per i propri figli.
Attenzione però che l’effetto non è automatico: non basta che la donna si percepisca come bella ed attraente perché crescano le aspettative nei confronti del possibile compagno; anche l’esperienza, e gli uomini qui possono trarre un sospiro di sollievo, gioca la sua parte.
Infatti la coscienza di essere bella deve essere supportata da prove empiriche s situazioni esperienziali reali. I ricercatori hanno infatti visto che l’esposizione a insuccessi amorosi, soprattutto se più di uno, fa calare nelle donne questo desiderio di perfezione.
Foto by Gettyimages
Etichette:
addiction,
comportamento,
emozione,
meccanismi di scelta,
psicologia,
ricerche recenti
martedì 11 marzo 2008
DIPENDENZA DA COCAINA: ALLARME TRA LE DONNE

L’uso di cocaina sta diventando sempre più un affare da donne. In aumento il consumo tra le donne manager, per combattere ansia e stress.
Il problema della cocaina si sta diffondendo e sta coinvolgendo popolazioni classicamente ritenute meno a rischio. Dati recenti indicano un uso in crescita della cocaina tra le donne. In particolare le fasce più colpite sono giovani studentesse e donne manager.
Il consumo di questa droga, sebbene rimanga il più delle volte sporadico, è legato al desiderio di diminuzione di sensazioni di paura, ansia e per aumentare la sicurezza (la cocaina si sa rende più aggressivi).
Quali sono i motivi di questo aumento esponenziale del consumo? Gabriella Gilli, docente di psicologia della Personalità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo definisce “evoluzione in rosa dei consumi”, e sarebbe dovuto all’equiparazione dei comportamenti femminili a quelli maschili. Insomma dopo le sigarette, la cocaina.
La cocaina viene assunta per diminuire la paura, combattere lo stress e allentare le responsabilità, migliorando le performance. La cocaina viene utilizzata come farmaco fai-da-te, un’auto-cura che viene vista da coloro che la assumono come un elisir in grado di risolvere immediatamente i problemi. Naturalmente i problemi non si risolvono, svaniscono temporaneamente per ricomparire al termine dell’effetto della sostanza, cosicché la consumatrice per star bene ricorre ad un’altra dose, spiega sempre Gilli nel convegno “L’altra faccia della coca” presso l’ateneo milanese.
Concludiamo con una previsione allarmante: nel 2010 gli italiani che consumano cocaina potrebbero aumentare del 40%!
Foto by julianrod
Il problema della cocaina si sta diffondendo e sta coinvolgendo popolazioni classicamente ritenute meno a rischio. Dati recenti indicano un uso in crescita della cocaina tra le donne. In particolare le fasce più colpite sono giovani studentesse e donne manager.
Il consumo di questa droga, sebbene rimanga il più delle volte sporadico, è legato al desiderio di diminuzione di sensazioni di paura, ansia e per aumentare la sicurezza (la cocaina si sa rende più aggressivi).
Quali sono i motivi di questo aumento esponenziale del consumo? Gabriella Gilli, docente di psicologia della Personalità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo definisce “evoluzione in rosa dei consumi”, e sarebbe dovuto all’equiparazione dei comportamenti femminili a quelli maschili. Insomma dopo le sigarette, la cocaina.
La cocaina viene assunta per diminuire la paura, combattere lo stress e allentare le responsabilità, migliorando le performance. La cocaina viene utilizzata come farmaco fai-da-te, un’auto-cura che viene vista da coloro che la assumono come un elisir in grado di risolvere immediatamente i problemi. Naturalmente i problemi non si risolvono, svaniscono temporaneamente per ricomparire al termine dell’effetto della sostanza, cosicché la consumatrice per star bene ricorre ad un’altra dose, spiega sempre Gilli nel convegno “L’altra faccia della coca” presso l’ateneo milanese.
Concludiamo con una previsione allarmante: nel 2010 gli italiani che consumano cocaina potrebbero aumentare del 40%!
Foto by julianrod
Etichette:
addiction,
comportamento,
convegni,
disturbi psicologici,
personalità,
salute
lunedì 18 febbraio 2008
IL GIOCO D'AZZARDO

L’imminente uscita del film ‘Il mattino ha l’oro in bocca’ porta l’attenzione sulla pazzia del gioco d’azzardo, un vizio pericoloso ed una vera e propria dipendenza.
Esce il 29 febbraio il film ‘Il mattino ha l’oro in bocca’, tratto dal libro autobiografico ‘Il giocatore (ogni scommessa è un debito)’ di Marco Baldini. Il film, e prima il libro, racconta la storia del popolare deejay, della sua carriera in radio ma soprattutto del vizio del gioco, che lo fa sprofondare in un’angosciante situazione.
Il gioco d’azzardo è una delle più antiche forme di divertimento, che si riscontra già nel 3000-4000 a.C., presso gli egizi, dove era praticato il gioco dei dadi, e nella Roma imperiale, dove gli imperatori Caligola, Nerone e Claudio furono giocatori accaniti.
Negli ultimi decenni il gioco d'azzardo, ha subito una forte espansione, grazie alle Sale Bingo, il SuperEnalotto e i gratta e vinci e di giochi on-line.
Secondo recenti ricerche l’80% della popolazione italiana dedica attenzione al gioco d’azzardo, anche se fortunatamente solo l’1-3% della popolazione sviluppa una vera a propria dipendenza. Il gioco d’azzardo patologico rappresenta un problema considerevole, con forti ripercussioni psicologiche, sociali ed economiche..
Per il DSM-Iv il gioco d’azzardo patologico (GAP) rientra nell’area dei Disturbi del controllo degli impulsi, ed ha grande affinità con il gruppo dei Disturbi Ossessivo-Compulsivi (DOC) e soprattutto con i comportamenti d'abuso e le dipendenze. Il giocatore d’azzardo vede il gicoco come la cosa più importante della sua vita, utilizzato per sfuggire da crisi e difficoltà; infatti, ne descrivono l’esperienza come ‘esaltante’ ed ‘eccitante’, momento di sommo piacere.
Il GAP è un disturbo che ha gravi effetti non solo economici, ma anche relazionali. Inoltre non sono da sottovalutare i danni fisici: spesso infatti il gioco d’azzardo si trova associato ad altri vizi particolarmente dannosi per la salute, come fumo ed alcool.
Il giocatore necessita di un aiuto e di un sostegno psicologico per poter superare la dipendenza dal gioco. Infatti, quando il gambler tenta di rinunciare al gioco e di resistere all’impulso a giocare, cade in preda ad un profondo malessere in forma di ansietà o di irascibilità, associato a turbe vegetative e disturbi del comportamento che possono culminare anche in un atto suicida. Il sostegno psicologico è volto ad aumentare la stima e le strategie di coping, a ristrutturare i concetti del valore del denaro, del senso della famiglia e del lavoro.
Questo articolo è solo una breve panoramica sul fenomeno, che sta assumendo dimensioni sempre più allarmanti. Rimandiamo, tuttavia, per maggiori e più dettagliate informazioni, ad alcuni siti:
- cestep, centro per lo studio e la terapia delle psicopatologie
foto by loveking
Etichette:
addiction,
comportamento,
disturbi psicologici
domenica 10 febbraio 2008
SHOPPING CONTRO LA TRISTEZZA

Cattivo umore, bassa autostima e tristezza stimolano gli acquisti, visti come mezzo per riscattarci, migliorare e quindi tornare di buon umore. La correlazione positiva tra cattivo umore e shopping è stata rilevata da una ricerca compiuta da un team di ricercatori americani provenienti da più università ( C. Cryder, J. Lerner, J.J. Gross, Ronald E. Dahl) e che sarà presentata domani al meeting annuale della ‘Society for personality and Social Psychology’.
Questa notizia farà piacere a tutti coloro che almeno una volta nella vita si sono sentiti dire ‘ma hai proprio le mani bucate!’ e per tutti quelli che vengono presi in giro quando affermano che lo shopping è il miglior metodo contro la tristezza. Da oggi infatti hanno dalla loro parte una ricerca scientifica.
Verrà presentata domani al meeting annuale della ‘Society for personality and Social Psychology’ in corso ad Albuquerque, nel New Mexico, e che sarà pubblicata a giugno sulla rivista ‘Psychological Science’, una ricerca che ha evidenziato un legame tra umore e shopping.
L’umore e le emozioni svolgono un ruolo fondamentale nelle decisioni sugli acquisti: sembrerebbe infatti che una bassa autostima faciliti l’acquisto di beni materiali che avrebbero proprio lo scopo di aiutare a stare meglio.
Lo studio richiedeva ai soggetti partecipanti di comprare delle bottiglie d’acqua, stabilendone il prezzo. Metà dei partecipanti aveva precedentemente guardato un video triste, l’altra metà un filmato neutro.
Il team dei ricercatori americani che ha sviluppato lo studio ha osservato che il gruppo sperimentale che aveva assistito al filmato triste era disposto a spendere circa il 300% in più per la stessa bottiglia d’acqua rispetto all’altro gruppo.
La tristezza faciliterebbe dunque acquisti sconsiderati: acquistare nuovi oggetti fa risalire la propria autostima poiché il cattivo umore tende a farci svalutare noi stessi e gli oggetti che già possediamo.
La ricerca è prodotta in un setting di laboratorio, e i ricercatori mettono in allerta contro le potenzialità molto più negative nella vita reale, sebbene non siano ancora state indagate.
Foto by mveatch
Questa notizia farà piacere a tutti coloro che almeno una volta nella vita si sono sentiti dire ‘ma hai proprio le mani bucate!’ e per tutti quelli che vengono presi in giro quando affermano che lo shopping è il miglior metodo contro la tristezza. Da oggi infatti hanno dalla loro parte una ricerca scientifica.
Verrà presentata domani al meeting annuale della ‘Society for personality and Social Psychology’ in corso ad Albuquerque, nel New Mexico, e che sarà pubblicata a giugno sulla rivista ‘Psychological Science’, una ricerca che ha evidenziato un legame tra umore e shopping.
L’umore e le emozioni svolgono un ruolo fondamentale nelle decisioni sugli acquisti: sembrerebbe infatti che una bassa autostima faciliti l’acquisto di beni materiali che avrebbero proprio lo scopo di aiutare a stare meglio.
Lo studio richiedeva ai soggetti partecipanti di comprare delle bottiglie d’acqua, stabilendone il prezzo. Metà dei partecipanti aveva precedentemente guardato un video triste, l’altra metà un filmato neutro.
Il team dei ricercatori americani che ha sviluppato lo studio ha osservato che il gruppo sperimentale che aveva assistito al filmato triste era disposto a spendere circa il 300% in più per la stessa bottiglia d’acqua rispetto all’altro gruppo.
La tristezza faciliterebbe dunque acquisti sconsiderati: acquistare nuovi oggetti fa risalire la propria autostima poiché il cattivo umore tende a farci svalutare noi stessi e gli oggetti che già possediamo.
La ricerca è prodotta in un setting di laboratorio, e i ricercatori mettono in allerta contro le potenzialità molto più negative nella vita reale, sebbene non siano ancora state indagate.
Foto by mveatch
Etichette:
addiction,
comportamento,
depressione,
psicologia,
ricerche recenti
mercoledì 5 dicembre 2007
USARE IL BANCOMAT FA SPENDERE DI PIU’
Immaginate di andare a fare acquisti e di utilizzare per il pagamento la vostra carta di credito. Si tratta di un gesto ormai consolidato ma che nasconde una perniciosa tentazione: spendere più del necessario. Lo hanno svelato di recente degli psicologi, vediamo cosa accade.Il Journal of Consumer Research ha pubblicato una ricerca condotta da studiosi dell’University of Chicago che mostra che l’utilizzo del bancomat è più dispendioso rispetto all’utilizzo dei contanti.
L’esperimento ha coinvolto acquirenti di supermercati: prima che facessero la spesa, a un gruppo veniva chiesto quanto avessero nel portafogli, mentre all’altro gruppo quanto avessero in banca. Alla fine i conti dei due gruppi sono stati confrontati, ed è emerso che chi aveva riferito della disponibilità economica in banca e aveva pagato con carta di credito aveva speso di più in media rispetto a coloro che avevano utilizzato il normale contante del proprio portafogli.
La causa è dovuta ad una percezione distorta delle risorse disponibili: il confronto con una cifra più ampia porta a spendere e a concedersi di più rispetto al confronto con il liquido previsto per la sola spesa.
I risultati sono state inoltre confermati da un ulteriore esperimento che riguardava non tanto il calcolo di denaro, quanto di calorie consumate. Analogamente al primo, il gruppo che rapportava il numero di calorie di un cioccolatino alla quantità di calorie settimanali mangiava in media un numero maggiore di questi, mentre il gruppo che le rapportava al fabbisogno calorico giornaliero era più contenuto.
In termini di calcolo, entrambi i gruppi, in tutti e due gli esperimenti, devono compiere il medesimo ragionamento, ma il differente metro di paragone li induce a operare delle distorsioni nella stima: chi si rapporta a valori più ampi opera anche una stima più ampia. Questi bias di ragionamento vengono infatti spesso sfruttati dai rivenditori stessi per far spendere di più ai propri clienti.
Etichette:
addiction,
comportamento,
meccanismi di scelta,
psicologia,
ricerche recenti
giovedì 18 ottobre 2007
IL CELLULARE COME L'ARTO FANTASMA

La sindrome del Blackberry fantasma: sentire le suonerie del cellulare anche quando è a casa.
Per tutti gli scettici che ancora non credono nella capacità del cellulare di provocare dipendenza arrivano nuove ricerche dagli Stati Uniti. La dipendenza da cellulare è stata infatti indagata a livello fisiologico, ovvero è stata analizzata una possibile base neurologica della phone addiction.
Gli effetti della dipendenza da telefonino è stata paragonata al fenomeno dell’arto fantasma, che consiste nel sentire prurito o dolore all’arto amputato. William Barr, neuropsicologo della New York University, ritiene che l’utilizzo assiduo del telefono cellulare lo renda parte dell’individuo, e attraverso una metafora esemplifica: «È come indossare tutto il giorno un calzino troppo stretto. Quando lo togli continui a sentire la sensazione attorno al piede». Per questo, anche quando si dimentica il telefonino a casa, si sentono le suonerie come se ci fosse, perché è ormai diventato parte del corpo.
Questo spiegherebbe il perché in molti casi si sentono vibrazioni e suonerie anche in assenza del celllulare. Questo fenomeno è stato denominato sindrome del ‘Blackberry fantasma’ dai neurologi dell’Universitò del Maryland che l’hanno descritta.
Secondo Kaas, psicologo della Vanderbilt University, la spiegazione a questo comportamento è da far risalire ad un fondamentale fenomeno psicologico ampiamente studiato e descritto dalla psicologia comportamentista: il condizionamento operante. Il soggetto, infatti, proverebbe soddisfazione nel rispondere ad una telefonata o nel ricevere un sms e per questo controlla il cellulare anche in assenza di segnali. «Con la ripetizione le connessioni tra nervi e cervello si rafforzano. – spiega Kaas - Se ne formano di nuove che rendono automatico il processo e indipendente dall'effettivo azionamento della suoneria. Ed ecco dunque i falsi positivi».
Per tutti gli scettici che ancora non credono nella capacità del cellulare di provocare dipendenza arrivano nuove ricerche dagli Stati Uniti. La dipendenza da cellulare è stata infatti indagata a livello fisiologico, ovvero è stata analizzata una possibile base neurologica della phone addiction.
Gli effetti della dipendenza da telefonino è stata paragonata al fenomeno dell’arto fantasma, che consiste nel sentire prurito o dolore all’arto amputato. William Barr, neuropsicologo della New York University, ritiene che l’utilizzo assiduo del telefono cellulare lo renda parte dell’individuo, e attraverso una metafora esemplifica: «È come indossare tutto il giorno un calzino troppo stretto. Quando lo togli continui a sentire la sensazione attorno al piede». Per questo, anche quando si dimentica il telefonino a casa, si sentono le suonerie come se ci fosse, perché è ormai diventato parte del corpo.
Questo spiegherebbe il perché in molti casi si sentono vibrazioni e suonerie anche in assenza del celllulare. Questo fenomeno è stato denominato sindrome del ‘Blackberry fantasma’ dai neurologi dell’Universitò del Maryland che l’hanno descritta.
Secondo Kaas, psicologo della Vanderbilt University, la spiegazione a questo comportamento è da far risalire ad un fondamentale fenomeno psicologico ampiamente studiato e descritto dalla psicologia comportamentista: il condizionamento operante. Il soggetto, infatti, proverebbe soddisfazione nel rispondere ad una telefonata o nel ricevere un sms e per questo controlla il cellulare anche in assenza di segnali. «Con la ripetizione le connessioni tra nervi e cervello si rafforzano. – spiega Kaas - Se ne formano di nuove che rendono automatico il processo e indipendente dall'effettivo azionamento della suoneria. Ed ecco dunque i falsi positivi».
foto by kint
Etichette:
addiction,
comportamento,
neuroscienze,
nuove tecnologie
martedì 25 settembre 2007
L'USO DI PSICOFARMACI IN ITALIA

L’uso di psicofarmaci è in crescita esponenziale. Preoccupante la diffusione tra i giovani ventenni.
L’uso di psicofarmaci nel nostro paese è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, tanto da raggiungere proporzioni che devono far riflettere l’opinione pubblica, gli stessi consumatori e soprattutto il settore assistenziale, che forse con troppa leggerezza li prescrive.
L’uso di psicofarmaci nel nostro paese è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, tanto da raggiungere proporzioni che devono far riflettere l’opinione pubblica, gli stessi consumatori e soprattutto il settore assistenziale, che forse con troppa leggerezza li prescrive.
Già nel 2005 si spendevano in Italia 650 milioni di euro. I dati provengono da un sondaggio compiuto dal ‘Progetto Arno’. Tra i dati emersi i più impressionanti riguardano la fascia dei giovani: tra i 19 e i 44 anni il 5,5% di donne e il e il 3% degli uomini fa uso di psicofarmaci. Come è facile osservare il dato da tenere maggiormente in considerazione è quello femminile, che ricorrono agli psicofarmaci contro lo stress e disturbi della personalità.
Nonostante le avvertenze e gli innumerevoli studi che mettono in guardia contro i possibili danni provocati dall’utilizzo incontrollato di psicofarmaci, il loro utilizzo sembra insostituibile. Un buon marketing, unito ad una superficiale prescrizione ne ha determinato il successo. Corrado Barbui, psichiatra dell’Università di Verona: ‘Un tempo gli antidepressivi si prescrivevano soltanto nei casi di una certa gravità, mentre oggi si consigliano per tutto’
Ma chi ne fa maggiore utilizzo? E’ sbagliato pensare che siano gli adulti in preda alla crisi di mezza età. Infatti a ricorrere agli psicofarmaci sono soprattutto i giovani lavoratori o studenti, con qualche difficoltà economica o bloccati all’università.
Per questo molti atenei e licei hanno istituito servizi di counselling, su modello anglosassone. Le problematiche riferite agli psicologi sono per lo più difficoltà nell’apprendimento o di natura relazionale, sintomi fobico-ossessivi, disturbi dell’alimentazione e dell’identità sessuale. In altri casi invece sono gli stessi studenti a cercare un riparo, creando forum on-line dove poter parlare delle proprie esperienze, come hanno fatto gli studenti della Bicocca.
Gli psicofarmaci sono sicuramente un metodo rapido e a basso costo, se paragonato magari ad una terapia psicoanalitica; essi danno tregua ai problemi psicologici, ma una tregua momentanea e non risolutiva. Infatti, ricordiamo, che usare psicofarmaci senza un corretto controllo è inutile e soprattutto controproducente.
Per chi è interessato al tema della depressione, invitiamo a leggere l’articolo recentemente pubblicato ‘Troppe diagnosi di depressione’ dove lo psicologo Parker punta il dito contro le troppe diagnosi di depressione.
Nonostante le avvertenze e gli innumerevoli studi che mettono in guardia contro i possibili danni provocati dall’utilizzo incontrollato di psicofarmaci, il loro utilizzo sembra insostituibile. Un buon marketing, unito ad una superficiale prescrizione ne ha determinato il successo. Corrado Barbui, psichiatra dell’Università di Verona: ‘Un tempo gli antidepressivi si prescrivevano soltanto nei casi di una certa gravità, mentre oggi si consigliano per tutto’
Ma chi ne fa maggiore utilizzo? E’ sbagliato pensare che siano gli adulti in preda alla crisi di mezza età. Infatti a ricorrere agli psicofarmaci sono soprattutto i giovani lavoratori o studenti, con qualche difficoltà economica o bloccati all’università.
Per questo molti atenei e licei hanno istituito servizi di counselling, su modello anglosassone. Le problematiche riferite agli psicologi sono per lo più difficoltà nell’apprendimento o di natura relazionale, sintomi fobico-ossessivi, disturbi dell’alimentazione e dell’identità sessuale. In altri casi invece sono gli stessi studenti a cercare un riparo, creando forum on-line dove poter parlare delle proprie esperienze, come hanno fatto gli studenti della Bicocca.
Gli psicofarmaci sono sicuramente un metodo rapido e a basso costo, se paragonato magari ad una terapia psicoanalitica; essi danno tregua ai problemi psicologici, ma una tregua momentanea e non risolutiva. Infatti, ricordiamo, che usare psicofarmaci senza un corretto controllo è inutile e soprattutto controproducente.
Per chi è interessato al tema della depressione, invitiamo a leggere l’articolo recentemente pubblicato ‘Troppe diagnosi di depressione’ dove lo psicologo Parker punta il dito contro le troppe diagnosi di depressione.
foto by Astrid Walter
Etichette:
addiction,
depressione,
disturbi psicologici,
psicologia
mercoledì 12 settembre 2007
LE SMART DRUGS
L'Istituto superiore della sanità ha recentemente pubblicato un libro sulle "smart drugs".
Con "smart drugs" (letteralmente droghe furbe) si intendono tutte quelle sostanze che possono essere comprate in erboristerie, su Internet o nei cosidetti smart shop, che sfuggono alle restrizioni legali, ma che di fatto provocano danni alla salute.
Le smart drugs sono sia di origine vgetale che sintetica, contengono vitamine e principi attivi di sostanze vegetali. Vengono commercializzati sotto forma di bevande energetiche o pastiglie stimolanti.
L'utilizzo di queste droge avviene per lo più all'interno di dicoteche e rave party, ma data la loro origine 'naturale' vengono utilizzate anche in ambieti alternativi di stampo per lo più giovanile.
L'ISS ha sviluppato un apposito fasciclo sulle "smart drugs" distribuito agli operatori del Pronto Soccorso e dei centri antiveleni, per mettere in guardia sulla loro pericolosità sottovalutata.
Per ulteriori informazioni invitiamo a consultare il sito dell'Istituto Superiore della Sanità
foto by iconolith
Etichette:
addiction,
adolescenza,
iniziative,
libri
martedì 4 settembre 2007
OCCHIO ALL'EMAIL

Le innocue email nascondono un pericolo: si può sviluppare dipendenza da esse. Il 25% degli americani non riesce a farne a meno per più di due giorni. E’ quanto emerge dai dati di una sondaggio dell’AOL.
Nell’epoca multimediale e ipertecnologia, le nuove tecnologie entrano a far parte delle nostre abitudini, tanto da non riuscire più a farne a meno. Se è vero che una volta che ci si abitua alle comodità, sia difficile tornare indietro e ‘sopravvivere senza’, la stessa cosa avviene con la Rete.
Sempre più spesso si sente parlare dell’internet addiction, e anche Oltre Freud si è spesso occupato di questa tematica.
Dall’America però arriva un’altra allarmante ricerca, che ha evidenziato l’emergere di una nuova dipendenza, che possiamo tuttavia includere nella più ampia denominazione di internet addiction.
E’ l’e-mail addiction. Secondo un recente sondaggio dell’AOL il 25% degli americani non riesce a non controllare la casella virtuale per più di due giorni. Ma il dato forse più incredibile è che ben il 41% degli intervistati, rappresentanti della popolazione americana, pone il controllo della posta elettronica… come prima azione giornaliera!
John Ratey, psichiatra e professore ad Harvard, equipara l’email addiction alla dipendenza da sostanze. Infatti essa avrebbe gli stessi effetti sul cervello: il sistema dopaminergico viene attivato dal segnale che annuncia l’arrivo di email, e si riscontrerebbero delle vere crisi di astinenza per esempio nei periodi di vacanza.
La global connection ha dunque delle forti conseguenze sui nostri comportamenti e sulle nostre visioni del mondo. Ci sembra tuttavia allarmistico questa ricerca ostinata di comportamenti disfunzionali legati alla rete e anche il paragone con le dipendenze da sostanze.
Foto by yukaguri
Nell’epoca multimediale e ipertecnologia, le nuove tecnologie entrano a far parte delle nostre abitudini, tanto da non riuscire più a farne a meno. Se è vero che una volta che ci si abitua alle comodità, sia difficile tornare indietro e ‘sopravvivere senza’, la stessa cosa avviene con la Rete.
Sempre più spesso si sente parlare dell’internet addiction, e anche Oltre Freud si è spesso occupato di questa tematica.
Dall’America però arriva un’altra allarmante ricerca, che ha evidenziato l’emergere di una nuova dipendenza, che possiamo tuttavia includere nella più ampia denominazione di internet addiction.
E’ l’e-mail addiction. Secondo un recente sondaggio dell’AOL il 25% degli americani non riesce a non controllare la casella virtuale per più di due giorni. Ma il dato forse più incredibile è che ben il 41% degli intervistati, rappresentanti della popolazione americana, pone il controllo della posta elettronica… come prima azione giornaliera!
John Ratey, psichiatra e professore ad Harvard, equipara l’email addiction alla dipendenza da sostanze. Infatti essa avrebbe gli stessi effetti sul cervello: il sistema dopaminergico viene attivato dal segnale che annuncia l’arrivo di email, e si riscontrerebbero delle vere crisi di astinenza per esempio nei periodi di vacanza.
La global connection ha dunque delle forti conseguenze sui nostri comportamenti e sulle nostre visioni del mondo. Ci sembra tuttavia allarmistico questa ricerca ostinata di comportamenti disfunzionali legati alla rete e anche il paragone con le dipendenze da sostanze.
Foto by yukaguri
Etichette:
addiction,
internet,
nuove tecnologie
sabato 28 luglio 2007
CAFFE', L'ULTIMA DROGA LEGALE

Il consumo di caffè e di prodotti di caffeina è in continuo aumento. Qual è il motivo per cui se ne consuma così tanto? Possiamo catalogarlo tra le droghe?
Tutti abbiamo una dipendenza. O meglio, anche i più attenti, quelli che non si concedono neanche un vizio, non eccedono a tavola, non devono vino e non fumano, sottovalutano un elemento. Il caffè. Il caffè sembra essere l’unica ‘droga’ rimasta legale e per questo ampiamente consumata.
David Schardt, nutrizionista al Center for Science in the Public Interest, spiega: “La caffeina altera l’umore, aumenta la concentrazione, aumenta la resistenza fisica, aiuta a sconfiggere le emicranie. Più del 50 per cento dei forti consumatori di caffeina riportano esperienze di crisi d’astinenza quando smettono”.
I consumi di caffè e di bibite energetiche che contengono caffeina sono in continuo aumento. Le vendite di Red Bull sono aumentate del 100 per cento dal 2001 ad oggi. Alcuni prodotti che contenevano già caffeina, come la Pepsi, ne stanno aumentando la quantità, senza contare i nuovi prodotti che escono sul mercato.
Il settimanale Newsweek, che ha condotto un’inchiesta al riguardo, sottolinea non solo il fatto che il caffè sia l'unica droga legale, ma anche la sua fondamentale sicurezza. Infatti, non sono stati ancora documentati effetti collaterali dovuti all’uso di caffeina.
Segnaliamo tuttavia un’iniziativa bizzarra ed anche un po’ macabra. Il sito Energyfiend.com ha lanciato un contatore di morte per caffeina…. Sostenendo che 44 tazze di caffè siano in grado di causare la morte.
Tutti abbiamo una dipendenza. O meglio, anche i più attenti, quelli che non si concedono neanche un vizio, non eccedono a tavola, non devono vino e non fumano, sottovalutano un elemento. Il caffè. Il caffè sembra essere l’unica ‘droga’ rimasta legale e per questo ampiamente consumata.
David Schardt, nutrizionista al Center for Science in the Public Interest, spiega: “La caffeina altera l’umore, aumenta la concentrazione, aumenta la resistenza fisica, aiuta a sconfiggere le emicranie. Più del 50 per cento dei forti consumatori di caffeina riportano esperienze di crisi d’astinenza quando smettono”.
I consumi di caffè e di bibite energetiche che contengono caffeina sono in continuo aumento. Le vendite di Red Bull sono aumentate del 100 per cento dal 2001 ad oggi. Alcuni prodotti che contenevano già caffeina, come la Pepsi, ne stanno aumentando la quantità, senza contare i nuovi prodotti che escono sul mercato.
Il settimanale Newsweek, che ha condotto un’inchiesta al riguardo, sottolinea non solo il fatto che il caffè sia l'unica droga legale, ma anche la sua fondamentale sicurezza. Infatti, non sono stati ancora documentati effetti collaterali dovuti all’uso di caffeina.
Segnaliamo tuttavia un’iniziativa bizzarra ed anche un po’ macabra. Il sito Energyfiend.com ha lanciato un contatore di morte per caffeina…. Sostenendo che 44 tazze di caffè siano in grado di causare la morte.
foto by Turquoise f
MUSICA PER LA MENTE
Lo studio Life soundtracks, condotto da D. J. Levitin per conto di Philips, conferma il potere della musica sugli stati mentali ed emotivi ed ipotizza l’esistenza di un centro neurale apposito. Le caratteristiche del suono sarebbero adatte alla stimolazione del nostro cervello e sussisterebbe differenza tra tipologie di suono.La ricerca è stata condotta in ambito neuropsicologico e ha pertanto rilevato l’influenza della musica sui circuiti neurali: l’ascolto dei suoni agirebbe nello specifico su di un neurotrasmettitore, la dopamina, responsabile di stress e quiete.
Gli effetti registrati hanno riguardato in primo luogo le risposte fisiologiche: i principali indicatori come sudorazione, conduttanza cutanea e battito cardiaco vengono modificati dall’esposizione sonora. Anche l’umore, di conseguenza, viene influenzato, anche se il meccanismo di collegamento è stato studiato ormai da numerosi autori ma finora mai chiarito del tutto.
Allo stesso modo le capacità cognitive, come ragionamento e memoria, aumentano o diminuiscono all’ascolto di suoni di uno o di un altro tipo.
L’effetto Mozart è sicuramente uno dei più noti, costituito dalle proprietà rilassanti e terapeutiche delle sue composizioni, ma numerosi altri sono i brani e i generi musicali che Levitin ha classificato ed indicato come adatti alle differenti attività quotidiane. Chopin e Brahms avrebbero analogo potere rilassante, mentre per attività sportive e di fatica sono più indicati i generi pop o rock melodico.
Lo studio ha inoltre scoperto l’esistenza di uno specifico centro neuronale deputato all’analisi e all’organizzazione della materia sonora. Tale “punto di raccolta” coinciderebbe con il centro che stimola all’assunzione di droghe e a tutti quei fenomeni unificabili sotto il nome di addiction, come la dipendenza da droghe o dall’alcool.
foto by sirbonetta
Etichette:
addiction,
psicologia,
salute,
stress
venerdì 27 luglio 2007
ANSIA DA CELLULARE
Tra le forme di ansia si sta creando un nuovo cluster, legato alla sfera delle nuove tecnologie. Tali fenomeni potrebbero rientrare nell’accezione generale di Internet addiction, sebbene legati all’utilizzo del telefono cellulare. I “disturbi” sono nominati rispettiavamente con la nomina ringxiety e vibranxiety. Vediamo di cosa si tratta.Ci siamo così abituati alla presenza dei cellulari che spesso ci capita di sentirli anche quando effettivamente non è vero, e persino di avvertire una vibrazione sul nostro corpo che ci avverte della chiamata silenziosa.
Sono i fenomeni rispettivi della ringxiety e della vibranxiety, che sembrano essere altamente diffusi tra le persone. Non esistono al momento studi scientifici in grado di dimostrarli e si tratta di trend registrati da interviste e giornali d’attualità, ma presto saranno indagine si studio.
Le cause sono principalmente due, per quanto riguarda lo stato della scienza oggi:
- allucinazioni uditive che dipendono da un iperattivazione e un iperstimolazione del canale sonoro. Sempre più spesso i suoni di cellulare, anche diversi dal nostro, affollano la scena quotidiana; anche l’attenzione volontaria verso certi stimoli è aumentata. Sia abbiamo un interesse quasi primario verso la ricezione di telefonate e messaggi, sia dobbiamo essere in grado di distinguere i segnali del nostro apparecchio da quelli altrui.
- circuiti neurali appositi, stabilitisi in seguito alla ripetizione di routine relative al telefono. Ascoltare-rispondere. Basta uno stimolo analogo al trillo o alla vibrazione del telefono per attivare tali circuiti, in modo apparentemente inspiegabile.
Appurato che non si tratta quindi di disturbi in senso proprio, la dipendenza e il contributo all’innalzamento oltre la soglia di stress procurati dalla telefonia sono facilmente neutralizzabili, con momenti di stacco.
Se proprio non volete spegnere il cellulare la notte, concedetevi almeno queste vacanze di riposo dall’ossessione della (si potrà ancora dire così?) cornetta!
Foto by gaverg
Etichette:
addiction,
comportamento,
disturbi psicologici,
nuove tecnologie,
stress
Iscriviti a:
Post (Atom)